
UNA BELLA GIORNATA
di Andrea Liberati e Laila Santirosi
SINOSSI
Giacomino, un bambino di quattro anni assai vivace, trascorre il suo primo giorno di vacanza con una compagna di giochi furbetta e spregiudicata come l'eroina di un romanzo picaresco. Dopo un'avventurosa scorribanda per il paese, i due si separano per ritrovarsi verso sera alle pozze d'acqua termale. La ragazzina sta facendo il bagno e quando s'accorge d'essere stata sorpresa dal compagno, con grazia ed innocenza tutte infantili, rifà lo stesso gioco di seduzione a cui hanno assistito insieme nel pomeriggio, spiando una donna del paese nell'intimità della sua camera da letto. L'emozione di questo primo incontro con il desiderio, sollecita l'immaginazione di Giacomino che viene travolto in un'allucinazione che ha tutta la drammaticità di un incubo notturno e rischia di far preci
UNA BELLA GIORNATA
di Andrea Liberati e Laila Santirosi
SCENEGGIATURA
Scena 1. Sulla strada. La mattina presto.
Una rana, in immobile attesa: due palloncini, grandi come due ciliege, si gonfiano ai lati della sua testa; gli occhietti neri, mobilissimi, ruotano in ogni direzione. Dietro, altre ranocchie vanno e vengono dall'acqua alla riva del piccolo stagno. Un insetto alato: la rana spicca un salto, ghermisce al volo la preda scomparendo con essa sott'acqua; nello stesso istante in cui, una mano scatta, inutilmente, per afferrare la rana.
VOCE DI DONNA (F.C.)
Giacomino andiamo che si riparte!
Giacomino, un bimbetto di quattro anni con la faccia da putto e lo sguardo da diavoletto, trotterella, tutto sporco di fango, verso la madre. La madre, una giovane donna, magra, tutta scatti e tensione nervosa, appoggiata sul cofano dell'automobile, consulta una cartina stradale. La mamma di Giacomino è vestita come le turiste dei film americani degli anni cinquanta: foulard trasparente in testa, occhialoni da sole bianchi, magliettina a righe, pantaloni ad imbuto e scarpette spianate. Il padre di Giacomino, un giovanotto sulla trentina che è l'immagine del bravo ragazzo, sta verificando che il carico del portabagagli (straboccante di tutte quelle le cose, per lo più inutili, che le famiglie solitamente si portano appresso in vacanza) sia ben legato: gli si legge in faccia un buonumore congenito, anche adesso che cerca di fare il padre severo con Giacomino che, per salire nell'auto, sta imbrattando finestrino e portiera, con le mani infangate.
PAPA'
Giacomino! Quante volte devo ripeterti che non voglio che ti avvicini all'acqua da solo! E poi guarda come ti sei sporcato!...
Giacomino evita il seguito della rampogna infilandosi lesto nell'auto.
Scena 2. In viaggio. Qualche tempo dopo.
PAPA'
Oggi è una bella giornata! Non è vero?!?
Il padre di Giacomino è sempre pronto a far sorridere il figlioletto e la moglie. La donna annuisce con un sorrisetto senza però sollevare lo sguardo dalla cartina stradale e continua a seguire, col dito, strade e stradine lungo la costa ed a misurare, con due dita, le distanze tra le palline nere che indicano paesi e città. Giacomino, dal canto suo, è assorto nella contemplazione del paesaggio: il suo sguardo è magneticamente attratto dagli alti cipressi ai lati del lungo viale che l'auto ha appena imboccato. Come se stesse assistendo ad un film proiettato accelerato, Giacomino vede i cipressi balzare verso l'auto, per essere immediatamente inghiottiti dal parabrezza; ricomparire per un attimo sullo specchietto retrovisore, per poi essere risucchiati velocemente nel paesaggio, incorniciato dal lunotto posteriore; spiaccicarsi sullo sfondo contro le colline ed essere, infine, riassorbiti nel verde indistinto dei boschi. Lo sguardo di Giacomino si muove circolarmente: dal parabrezza, allo specchietto retrovisore, al lunotto posteriore, e poi di nuovo al parabrezza; sempre più velocemente, finché tutto s'annebbia e si confonde, e, dopo un grande sbadiglio, Giacomino s'addormenta.
Scena 3. In auto. Qualche tempo dopo.
PAPA'
Sveglia dormiglione! Sveglia, ché chi dorme non piglia pesci!
Giacomino riapre gli occhietti, prima uno poi l'altro, si stiracchia e si guarda attorno. L'auto rallenta e poi s'arresta. Un gregge ostruisce la stradina che corre sulla cresta di colline e montarozzi ricoperti d'ulivi. Giacomino s'affaccia dal finestrino e vede una colomba, appollaiata su un ramo di pesco in fiore; mette le mani a mo' di fucile e spara, facendo "bum" con la bocca, all'uccello che subito vola via. Di tanto in tanto, qualche pecora esce dal gregge e se ne va a brucare tra l'erba alta sotto gli ulivi ai lati della strada: si crea allora un vuoto dove il padre di Giacomino è lesto ad infilarsi e l'auto riesce ad avanzare di qualche metro. Giacomino, per ingannare il tempo, passa a sparare alle rane che affollano numerose le rive del fossetto, sul lato destro della strada. Non dimostrando le rane la benché minima reazione ai suoi spari, Giacomino si stufa presto ed allora passa a far l'eco a l'abbaiare dei cani pastore che stanno cercando di compattare il gregge contro la massicciata. Uno dei cani, quello più grosso e selvatico che sembra il frutto di mille incroci, s'avvicina ringhiando minaccioso all'auto e Giacomino batte tosto in ritirata affrettandosi a tirar su il finestrino. L'auto procede a passo d'uomo fendendo il gregge. Giacomino salta sui sedili davanti, in mezzo ai genitori, per meglio godersi lo spettacolo del gregge che (come l'acqua del mare davanti alla prua di una nave) si apre davanti al muso dell'auto. Giacomino rimane a lungo in contemplazione davanti al parabrezza, quando, la sua attenzione, è attirata da uno strano terzetto dall'aspetto "picaresco", fermo ai bordi della strada, all'altezza del trivio con al centro un edicola che custodisce una immaginetta sacra. Lo strano terzetto è composto da due vecchi, un uomo e una donna, ed una ragazzina di colore. Un mulo, vecchio e scheletrito, stracarico delle più varie carabattole (le stesse che di solito si ritrovano sui banchi delle più scalcinate fiere di paese) aspetta pazientemente poco più in là brucando svogliatamente qualche ciuffo d'erba. La ragazzina, che per la figuretta esile ed essenziale, il collo lungo e fragile, il profilo ovoidale della testa, la capigliatura a calotta, il colore e la levigatezza della pelle, ricorda le sculture d'ebano africane, deve avere all'incirca dodici-tredici anni anche se la dignità, quasi solenne, del portamento la fa sembrare più adulta di quanto probabilmente non sia. Il vecchio, alto, robusto e dall'aspetto irsuto, giocherella col corvo che gli sta appollaiato sulle spalle. La vecchina, tutta ricurva, (come quelle "ave" disegnate nei rebus della "Settimana Enigmistica") è contorta e nodosa come il tronco del vecchio ulivo sotto il quale cerca riparo dalla calura. Man mano che l'auto lentamente s'avvicina, l'attenzione di Giacomino s'appunta sui particolari di questi singolari personaggi: sugli occhi cisposi del vecchio, enormi, scoppati e cerchiati da scure occhiaie, sul suo naso bitorzoluto e gocciolante e sul suo ventre tondo e grosso come un cocomero che straripa dalla camicia sbottonata; sulla elaborata pettinatura della ragazzina (una cresta centrale e due bande laterali a treccine raccolte sulla nuca in un grazioso chignon), sulla sua fronte larga, sui grandi occhi obliqui, sul naso largo e piatto, sul perfetto profilo delle labbra piene, sul tenue rilievo dei seni sotto il vestitino leggero; sul volto bruciato della vecchina, segnato dalle rughe della fronte (accentuate dalle sopracciglia inarcate), sulle sue mani callose ed abili che afferrano, con rapidità incredibile, le rane appena un istante prima che queste saltino nel fossetto e che altrettanto rapidamente ficca nel secchio che il vecchio le porge. Le mani della vecchina questa volta scattano a vuoto e la poveretta finisce con le braccia e la faccia in acqua. Il vecchio scoppia in una allegra e sonora risata (che contrasta con il suo piglio spaventevole). Nello stesso istante, lo sguardo della ragazzina ed anche il suo atteggiamento assumono un'innocenza ed una grazia tipicamente infantile. La ragazzina (come se fosse stata colta da un improvviso slancio di preghiera) si inchina profondamente davanti al piccolo altarino ed accenna dei passi di danza: emana da lei, nonostante l'aspetto trasandato, una dignità, una soavità ed una grazia fuori dal comune. La ragazzina danza con gli occhi chiusi, mentre sulle sue labbra sboccia un impercettibile sorriso (come se stesse provando un sentimento di grande serenità e profonda pace interiore). Giacomino è magneticamente attratto dal movimento ritmico dei piedi della ragazzina che, durante la danza, mostrano, ora l'una, ora l'altra, delle piante bianchissime. I due vecchi osservano la danza della ragazzina, scrollando la testa e le spalle: la vecchina allarga sconsolata le braccia e mugugna qualcosa al suo compagno, picchiettandosi ripetutamente la tempia con l'indice (come per dire: "Poveri noi! Questa ragazzina è tutta matta"). I cani pastore hanno lavorato bene e la macchina riesce a ripartire. Quando l'auto passa vicino al terzetto, il vecchio si avvicina al finestrino di Giacomino, fa una faccia spaventevole ed emette un ruggito cupo e fragoroso. Giacomino si ritrae spaventato; il vecchio scoppia a ridere, felice come un bambino, per la buona riuscita della sua burla. Quando Giacomino torna a guardare dal lunotto posteriore, incontra lo sguardo della ragazzina che gli invia un sorriso aperto, allegro, quasi sfacciato; dietro di lei, la vecchina rimprovera energicamente il vecchio che continua a sganasciarsi dalle risate. La ragazzina saluta Giacomino con un piccolo cenno della mano.
Scena 4. Nel giardino, davanti la pensione. Dopo pranzo.
I genitori di Giacomino fanno la siesta, spaparanzati sulle sdraio, all'ombra di una grande magnolia, nel giardinetto posto sul retro di una graziosa pensioncina. Giacomino finge di dormire e, intanto, con l'occhietto spalancato, controlla che i genitori si siano addormentati. Rassicurato dai ronfi del padre e dagli sbuffi della madre, Giacomino si alza pian pianino e, stando ben attento a non fare rumore, comincia l'esplorazione del giardino. Giacomino, però, ben presto si stufa del giardino e s'arrampica sul muretto di cinta. Nel giardino della casa dirimpetto, un omaccione, con un paio di baffoni alla Stalin, sta innaffiando il prato con un tubo di gomma: la "zingarella", incontrata da Giacomino la mattina assieme ai due vecchi alle porte del paese, gli sta chiedendo con insistenza di lasciarle bere un po' d'acqua dal tubo; altrettanto ostinatamente l'uomo glielo nega. La ragazzina desiste e se ne va; non prima però di avergli inviato una raffica di maledizioni ed insulti nella sua lingua incomprensibile. La ragazzina raggiunge i due vecchi che dormono, seduti per terra, all'ombra del muretto del giardino di una casa, lì vicino. La ragazzina è ancora visibilmente arrabbiata per l'umiliazione patita e non riesce a prendere sonno. Guardando dall'altra parte della strada, vede Giacomino che sta scavalcando il muretto di cinta; gli sorride. Giacomino le fa cenno di rimanere in silenzio; salta giù dal muretto, attraversa la strada, appena a monte della casa dell'uomo che annaffia il prato, apre il cancelletto e s'intrufola nel suo giardino. Giacomino, sempre guardingo, fa il giro della casa e arriva con circospezione alle spalle dell'uomo. Giacomino, dopo aver lanciato un sorrisetto compiaciuto alla ragazzina che si sta avvicinando per meglio seguire le sue mosse, spicca un saltino e pesta il tubo con tutte e due i piedi. L'uomo rimane perplesso vedendo esaurirsi lo spruzzo. La ragazzina osserva la scena sporgendo con la testa sopra il muretto. Quando Giacomino salta giù dal tubo, l'uomo si ritrova tutto inzuppato. Giacomino, nel tornare sui suoi passi, inavvertitamente urta contro un rastrello che cade rumorosamente portandosi appresso tutti gli altri attrezzi da giardinaggio. L'uomo si volta da quella parte e vede Giacomino che fa capolino da dietro l'angolo della casa. Giacomino fugge via di corsa inseguito dall'uomo che brandisce minacciosamente il rastrello. La ragazzina s'arrampica sul muretto e corre appresso all'uomo. Quando questi sta ormai per raggiungere il povero Giacomino, la ragazzina gli si para davanti; inveisce contro di lui e contemporaneamente agita velocemente le braccia a mulinello. Giacomino osserva la scena tenendosi prudentemente distante. L'uomo si blocca e, come ipnotizzato, fissa i cerchi nell'aria disegnati dalle braccia della ragazzina. Più la ragazzina gira velocemente le braccia, più l'uomo gira velocemente la testa; più velocemente lui gira la testa, più il suo equilibrio diventa instabile; finché tutto il mondo prende a girare vorticosamente. L'uomo, barcollante, si porta una mano davanti agli occhi; alla cieca s'avventa contro la ragazzina e riesce ad afferrarla per un braccio. La ragazzina, senza perdersi d'animo, tira fuori dalla tasca una ranocchietta e gliela mette in mano. Al contatto col viscido animaletto, l'uomo si spaventa; getta via la rana, indietreggia spaventato, inciampa e cade. Ma presto (più presto di quanto la sua mole lasciasse prevedere) è di nuovo in piedi e con un balzo felino riesce a catturare Giacomino. La ragazzina si precipita addosso all'uomo saltandogli sul collo. Giacomino, l'uomo e la ragazzina rotolano avvinti sul prato. Accorre la moglie dell'uomo, un donnone di considerevole stazza che, cercando di staccare la ragazzina dal collo del marito, finisce a terra con loro. La ragazzina ne approfitta per divincolarsi e scappa via, trascinandosi dietro l'esterrefatto Giacomino (più sbalordito ed ammirato da tanto coraggio e astuzia che spaventato). L'uomo si getta al loro inseguimento col rastrello in mano ma (accecato dalla rabbia) va ad urtare con la testa contro il tronco di un albero.
Scena 5. Nel vecchio borgo. Qualche tempo dopo.
La ragazzina e Giacomino continuano la loro corsa per l'intricato labirinto di vie, viuzze, piazzette e vicoli nella parte vecchia del paese. Giungono in cima al vecchio borgo. Il luogo è occupato, per gran parte, da una grande vasca rettangolare di limpida acqua gorgogliante e fumante; delimitata, lungo un lato, da un portico e, sugli altri lati, da un basso muretto di mattoni e pietre. Intorno alla vasca, basse casette dall'aspetto medioevale ed un grande albergo. La ragazzina salta sul muretto e tira su anche Giacomino. Mentre Giacomino cammina prudentemente sul muretto, bilanciandosi con le braccia distese, la ragazzina, agilissima, balla e si destreggia in esercizi da funambolo. Quando arrivano all'altezza del portico, la ragazzina e Giacomino saltano giù dal muretto. Sugli scalini davanti alla cappelletta votiva, sotto al portico, è inginocchiata una "pia orante" (come quelle raffigurate nei rebus della "Settimana Enigmistica"); la donnetta è animata da un sentimento religioso quasi sdolcinato non privo però di una certa grazia. Un'altra vecchina sbuca da dietro l'angolo: con la mano destra regge una bacinella contro il fianco e, con l'altra mano, tiene in equilibrio sulla testa una brocca di rame (nel gesto tipico delle contadinelle del presepio). Appresso alla chiesetta, c'è una porta-finestra spalancata su un salotto (dal quale sprigiona una impressione di solida agiatezza da residenza estiva per ricchi). Davanti alla porta-finestra, c'è una tavola ancora apparecchiata. In mezzo ai cristalli, alle porcellane e all'argenteria ci sono gli avanzi di una gigantesca torta alla panna ed una caraffa piena di vino di un bel colore rubino. La ragazzina e Giacomino si lanciano sulla torta e cominciano a scolarsi il vino rimasto nei bicchieri.
Scena 6. Sotto il portico. Poco dopo.
La ragazzina e Giacomino, con i volti arrossati e gli occhi torbidi, fissano la brocca del vino, smezzata. Mentre bevono l'ennesima scolatura, i loro visi sono atteggiati ad un sorrisetto soddisfatto: l'impressione di stordimento ed allegra euforia è accentuata dalle smorfie e dai gesti con i quali la ragazzina e Giacomino sembrano apprezzare il vino, dopo ogni sorso. Ripassa la stessa vecchina di prima, quella con la brocca e il bacile. La donna guarda preoccupata la brocca sulla sua testa, in equilibrio sempre più precario. Giacomino, lesto, raccoglie una buccia di banana dal piatto e la mette a terra davanti al tavolo (proprio dove si presume debba passare la donna). Fatto questo, Giacomino corre a raggiungere la ragazzina che l'aspetta sotto il tavolo e, al riparo della lunga tovaglia, spiano, in trepidante e divertita attesa, i passi della donna. Gli sguardi dei due monelli indugiano ora sulla donna che avanza verso di loro, sempre tenendo d'occhio la brocca, ora sulla buccia di banana e poi di nuovo sulla donna, ormai vicinissima. Giacomino e la ragazzina si rintanano ancor più sotto al tavolo; il piede della donna fa capolino dietro la tovaglia. Un' ultima occhiata alla buccia di banana, poi, proprio sotto ai loro occhi, il piede della donna pesta la buccia e scivola. Giacomino e la ragazzina chiudono gli occhi; quando li riaprono ed alzano il lembo della tovaglia si ritrovano davanti la faccia perplessa della povera donna che, lunga per terra in mezzo all'acqua versata, si gratta la testa e guarda davanti a sé con una vuota espressione di incredulità.
Scena 7. Sotto il portico. Poco dopo.
Giacomino e la ragazzina escono da sotto il tavolo e s'avviano, tenendosi per mano e un poco traballanti, lungo il marciapiede sotto il portico. Il portico, girato l'angolo della casa, prosegue addossato alla schiera di casette basse lungo il vicolo che scende verso il paese. All'ombra del portico, un vecchietto se ne sta a cavalcioni di una sedia, con i piedi a bagno in una bacinella d'acqua e s'abbandona al piacere del tabacco, aspirando lunghe boccate da un mozzicone di sigaro infilzato in uno spillo. Poco più avanti, dove l'ombra del portico è più densa, una lama di luce svela una donna che s'affaccia sulla porta di casa. La donna rientra, per poi tornare ad affacciarsi alla finestra accanto. Lo sguardo che l'attraente signora rivolge a Giacomino, mentre accosta la persiana, sembra giocare sui toni della seduzione e dell'ironia. Quando passano davanti alla finestra, con le persiane appena accostate, Giacomino sale sulle spalle della ragazzina per riuscire a vedere dentro. La donna è in bagno che riempie una brocca con l'acqua di una conchetta, acqua che poi versa in un bacile appoggiato sul lavandino. Questa signora è una bellezza femminile straordinariamente opulenta e sensuale, come quelle dipinte dal Rubens. Giacomino, tutto eccitato, lascia scorrere lo sguardo appresso al raggio di sole che colpisce la testa della donna, facendo vibrare di calde tonalità i suoi capelli ramati; per poi scivolare nella generosa scollatura, scoprendo il delicato incarnato del seno largo e morbido; ed infine adagiarsi sulle belle mani affusolate che impugnano la brocca. Giacomino e la ragazzina sembrano perdersi (come posseduti da un incantamento) nella contemplazione dell'acqua che cade dalla brocca nel bacile. L'operazione si ripete, sempre uguale, un'infinità di volte, davanti agli occhi, sempre più rapiti, di Giacomino e della ragazzina (che sembrano chiedersi dove vada mai a finire tutta quell'acqua, decisamente troppa per essere contenuta in un così piccolo recipiente). La donna, ora, china sopra il lavandino, si bagna la punta delle dita e si picchietta le tempie e le guance, fissando Giacomino attraverso lo specchio, s'aggiusta, con civetteria, le onde dei suoi bei capelli ramati e, infine, sempre tenendo d'occhio le reazioni di Giacomino alle sue moine, s'inumidisce vezzosamente il labbro superiore con la punta della lingua, si mordicchia il labbro inferiore, scoprendo un poco i denti bianchissimi. Un'ultima occhiata allo specchio e l'attraente signora esce dal bagno. La ragazzina, con Giacomino sulle spalle, corre alla finestra accanto. La finestra, completamente spalancata, è quella della camera da letto. Dopo qualche istante arriva la donna in sottoveste. La donna si siede sul letto e si sfila le calze. Un cagnolino è addormentato sul cuscino. La donna sta per togliersi le mutandine, quando ci ripensa, si alza e va a chiudere le persiane. I due monelli restano lì imbambolati davanti a quel sipario chiuso quando la loro attenzione è attirata dagli sbuffi del vecchietto che nel frattempo s'è appisolato sulla sedia, col sigaro acceso in mano e i piedi nella bacinella. Giacomino salta giù dalle spalle della ragazzina e, tenendosi per mano, i due arrivano, quatti quatti alle, spalle del vecchietto. La ragazzina tira fuori dalla tasca un vispa ranocchietta e la immerge nella bacinella. Al primo contatto dei piedi con la viscida bestiolina, il vecchietto si sveglia di soprassalto e finisce per terra con tutta la sedia; spaventato e incredulo, si guarda attorno e, quando vede Giacomino e la ragazzina che si torcono dalle risate appoggiati al muro della casa, s'infuria, si rimette in piedi e s'avventa contro di loro, deciso a dargli una bella lezione. La ragazzina è lesta a recuperare la sedia e subito lo fronteggia puntandogliela contro la pancia: il vecchietto cerca di afferrarla ma è tenuto a distanza dalla sedia. Giacomino, riparandosi dietro le spalle della ragazzina, indirizza al vecchio una sonora pernacchia.
VOCE DI DONNA (F.C.)
Chi è che fa tutto questo chiasso?
Il vecchietto, ancor più inviperito dalla pernacchia di Giacomino, afferra la bacinella e scaglia l'acqua addosso ai due monellacci. L'acqua, prontamente schivata dalla ragazzina e da Giacomino, colpisce in pieno l'attraente signora che ha appena spalancato la finestra, rovinando, irreparabilmente, la messa in piega dei suoi bei capelli ramati.
Scena 8. A zonzo per il vecchio borgo. Qualche tempo dopo.
L'ombra di un gigantesco ranocchio si staglia sul muro della casa; Giacomino la osserva, annoiato. La ragazzina, allora, intreccia le mani in modo da proiettare sul muro la figura di un grande uccello che, protendendo le lunghe ali, si leva in volo, lento e maestoso. La ragazzina si gira tutta contenta e soddisfatta verso Giacomino; Giacomino, però, deve essersi proprio stufato di giocare alle ombre cinesi e protesta con la ragazzina. Battibeccano e, non riuscendo a comprendersi, ben presto passano a scambiarsi smorfie e pernacchie. Giacomino si stufa anche di litigare e s'incammina lungo il muretto della vasca, tutto incavolato; la ragazzina lo segue un po' più indietro, facendogli linguacce alle spalle. Giacomino si volta di scatto e la ragazzina si guarda distrattamente intorno con l'aria di chi è lì per caso; Giacomino fa un passo e la ragazzina simula un calcetto a distanza; Giacomino si volta e la ragazzina finge di allacciarsi una scarpa; Giacomino s'allontana con aria sdegnata. La ragazzina dà allora inizio ad una nuova burla, giocando con l'ombra di Giacomino, così come fa il gatto col topo: quando Giacomino sta per voltarsi, lei velocemente pesta il piede per terra sopra la sua ombra; e quando Giacomino, sempre più indispettito, si muove di per sfilar via la propria ombra da sotto il suo piede, la ragazzina, facendo scivolare impercettibilmente il piede, rafforza il convincimento di Giacomino sul fatto che lei possa realmente trattenerlo pestandogli l'ombra. Giacomino la guarda in cagnesco e, prende un tale slancio, che, prima gira su se stesso ed infine cade a gambe levate. La ragazzina ride e lo prende in giro. Con un gesto di stizza Giacomino si rialza e protesta impettito. La ragazzina fa spallucce. Allora Giacomino, con fare da bullo, piega il braccio e mostra i muscoli, agita i pugni a vanvera e cerca di rifilarle un calcio ma manca il bersaglio e ricade a sedere per terra. La ragazzina gli fa un gesto da torero, gli prende la testa fra le mani e gli stampa sulla bocca un lungo bacio. Giacomino resta interdetto; si gratta la testa. Allora la ragazzina prima gli allunga un buffetto sul naso poi, scherzosa, gli scosta il ciuffo dalla fronte, gli infila le mani sotto la maglietta e lo solletica sotto le ascelle. Giacomino ride e fa la "mammoletta". Ridono tutti e due. Riconciliati s'avviano sottobraccio: Giacomino è impettito e molto "cavaliere". La ragazzina improvvisamente si ferma e si tira su il vestitino fino all'inguine. Giacomino a quella vista s'emoziona a tal punto che si porta la mano alla fronte e inghiotte saliva. La ragazzina s'accovaccia, con le gambe a cavallo del rigagnolo d'acqua fumante che esce da uno sfioro della vasca, e comincia a far pipì. Giacomino resta lì a guardarla imbarazzato e irrigidito dall'emozione: il suo sguardo, sempre più attento e curioso, non sa più dove appuntarsi. Lo sguardo di Giacomino si muove in su e in giù a scatti; indeciso tra le buffe espressioni della faccia della ragazzina, ora contratta per lo sforzo, ora distesa dalla sensazione piacevole dell'evacuazione; le sue natiche che si contraggono e si distendono per assecondare la minzione; ed il punto, misterioso ed inaccessibile allo sguardo, proprio lì in mezzo alle sue coscette magre, da dove sgorga il filo di liquido paglierino. Quando, molto tempo dopo, anche l'ultima goccia è stata versata, la ragazzina prende per mano l'ancor attonito Giacomino e comincia a correre lungo il rigagnolo (come se fosse ansiosa di scoprire dove andrà a finire la sua pipì). Sempre correndo, i due monelli passano davanti ai bar ed ai ristoranti zigzagando fra i tavolini, le sedie, i camerieri e i clienti. Continuando a seguire il corso del rigagnolo fumante, saltano sopra le teste dei due turisti che, con i piedi a mollo, si godono il massaggio dell'acqua calda. Senza frenare la loro corsa davanti ad alcun ostacolo, sgattaiolano sotto le gambe del vigile urbano che, appoggiato all'albero, corteggia l'avvenente turista bionda che sembra una sosia di Marilyn Monroe, sia per il leggiadro atteggiamento finto-ingenuo che per una certa somiglianza dei tratti del volto, somiglianza accentuata a colpi di spazzola ed acqua ossigenata. Durante la corsa, lo sguardo della ragazzina è fisso sul pelo dell'acqua; quello di Giacomino, sul vuoto che la corsa crea in mezzo alle gambe della ragazzina e che il vestitino leggero subito va a colmare, stampandosi sul grembo e all'interno della cosce. Giacomino e la ragazzina arrivano ad un ampio piazzale dove il rigagnolo continua la sua corsa fino al bordo di un dirupo protetto da una staccionata. Sporgendosi dalla staccionata, i due monelli possono vedere il rigagnolo fumante precipitare dalla sommità della rupe, di roccia bianchissima, in mezzo alle spalle del vecchietto beatamente seduto su una specie di sgabello naturale scavato dall'acqua nella roccia della prima balza. Alla prima balza il fronte della cascatella s'allarga e l'acqua cola nelle due balze sottostanti formando piccole pozze d'acqua limpidissima, dove sguazzano gruppi di giovanotti schiamazzanti. Da queste pozze l'acqua defluisce nel fiumiciattolo che solca la vallata con le sue alte sponde rocciose, dopo aver attraversato un piccolo campo di girasoli.
Scena 9. Nel giardino, davanti alla pensione. Qualche tempo dopo.
Giacomino e la ragazzina sono tornati davanti al giardinetto della pensione. I genitori di Giacomino ancora dormono della grossa. La ragazzina, a gesti, dice a Giacomino di rientrare e di mantenere il segreto sulla loro avventurosa scorribanda per il paese. Giacomino, promette solennemente poi, stando ben attento a non far rumore, torna a distendersi sulla sdraio in mezzo ai genitori. Nello stesso momento in cui Giacomino chiude gli occhi, vinto dal sonno, dal vino e dalle emozioni, sua madre si sveglia. La mamma di Giacomino si stiracchia, sveglia il marito con un bacio e prende a scrollare la sdraio di Giacomino.
MAMMA
Sveglia dormiglione ché la vita non è fatta solo di sogni!!!
Scena 10. Dal barbiere. Il pomeriggio.
Una bottega di barbiere, arredata come le vecchie barbierie d'una volta: le pareti ricoperte di mattonelle bianche; le poltrone di legno foderate di cuoio; le specchiere, pure di legno, con le mensole ripiene di barattoli, barattoletti e tubetti di brillantine, ormai fuori commercio, una bella esposizione di pettini d'osso, le forbici, le cesoie, il piumino per il talco, lo spruzzatore per il dopobarba, i pennelli nelle loro bacinelle, i rasoi e il coietto per affilarli. Anche il barbiere sembra un uomo d'altri tempi: tondo e rubizzo, dall'aspetto e dai modi untuosi come i suoi capelli impomatati di brillantina, sembra un vero "figaro" d'operetta. Con un po' di preoccupazione, armato di pettine e forbici, il barbiere s'avvicina alla poltroncina-cavalluccio che Giacomino, saltando e tirando le redini, incita al galoppo. Alla vista del barbiere, Giacomino sprona la testa di ghisa del cavalluccio con ancor più lena mentre il barbiere, nascondendo la sua disperazione dietro un untuoso sorrisetto di circostanza, cerca di sorprenderlo alle spalle. Al primo contatto col pettine, Giacomino comincia a scrollare la testa (come un cavallo che cerca di liberarsi dal laccio del mandriano) e, quando il barbiere gli si para davanti, gli rifila un calcione che l'uomo fa appena in tempo schivare. Il papà di Giacomino assiste imbarazzato alla scena; forse più imbarazzato per la retina che gli hanno messo in testa o per il fatto di essere sotto un casco asciugacapelli da parrucchiere per signora, che per il comportamento poco ortodosso e un po' screanzato del figlioletto che lui, del resto, è sempre pronto a scusare. Personaggio démodé è anche il garzone del barbiere: un ometto pallido e macilento, in precario equilibrio sulle sue gambette lunghe e magre da trampoliere. Quest'ometto, già in là con gli anni, del trampoliere ha anche i modi: come ora che ritira la testa tra le spalle, proprio come fanno certi uccelli di palude quando si sentono minacciati. La bizzarria del suo aspetto è accentuata dal gran naso aquilino, sotto al quale spiccano un paio di baffetti impomatati alla Salvador Dalì. Pericolosamente distratto dai capricci di Giacomino, l'anziano garzone s'accinge a dare il contropelo al terrorizzato cliente che, già di suo , si agita in preda a qualche senile tremore.
BARBIERE
Insomma, la vuoi smettere di fare i capricci?! Guarda, che se non stai fermo,vado a chiamare le streghe!
Nel dire queste parole, il barbiere afferra con decisione la testa di Giacomino e gliela gira verso il vecchio manifesto pubblicitario appeso alla parete. Sul manifesto due streghe, una vecchia dall'aspetto spaventevole ed una giovane e bellissima ma dallo sguardo cattivo, testimoniano della bontà e delle particolari virtù dell'amaro e del liquore che portano il loro nome. Nello stesso istante, il campanello sopra la porta annuncia l'ingresso della ragazzina, la compagna d'avventura di Giacomino, accompagnata dalla solita vecchina. Sul marciapiede, davanti alla porta del barbiere, il vecchio offre ai passanti, in cambio di pochi spiccioli, i pianetini della fortuna che il corvo, appollaiato sulla sua spalla, tira fuori dal cappello che poi lui porge per l'offerta
BARBIERE (indicando col pettine, a Giacomino, la vecchia e la ragazzina ed ammiccando al padre di Giacomino come in un "a parte" da filodrammatica)
Manco a farlo apposta, parli del diavolo e spuntano le corna!
Il padre di Giacomino sembra non gradire il pesante commento sulla vecchia e la ragazzina ed ha come un leggero moto di disappunto e di imbarazzata disapprovazione. Il barbiere lo nota, e, ruffiano come sempre, s'affretta a giustificarsi.
BARBIERE (bisbigliando confidenzialmente)
Non si preoccupi, ché tanto non capiscono! La vecchia, che è la nonna della ragazzina, è sordomuta, come del resto suo marito, quell'uomo col corvo, là fuori, che chiede la carità. La nipote...che è la figlia che il loro figlio ha avuto da una ballerina... che poi è stata coinvolta in un fattaccio in un night qua vicino dove lavorava...e che pare sia scappata in Africa... non parla una parola d'italiano... anche se ormai è qualche mese che è qui in paese. Eppoi a me pare pure un po' picchiatella! A dire il vero tutti in paese pensano che sia mezza scema. La chiamano "zucca barucca". Un soprannome che allude chiaramente alla vuotaggine della sua mente. Sarà per il fatto che se ne va sempre in giro mezza nuda e sempre pronta a dispensare i suoi sorrisetti ebeti a destra e a manca. A me poveretta fa pure un po' pena! D'altronde che si può pretendere da una povera disgraziata che è cresciuta in mezzo ai selvaggi! Anche qui del resto sta più con le bestie che con i cristiani... ammesso e non concesso che i suoi nonni possano essere chiamati cristiani!
Lo sgomento del papà di Giacomino per tanta gretta mancanza di sensibilità è sempre più evidente ma lui, come al solito, si limita a manifestarlo con una moderata smorfia di disapprovazione. Disapprovazione che il barbiere (per la sua innata villania e per i suoi, tutto sommato, incolpevoli pregiudizi) sembra non riuscire a comprendere. Incoraggiato dallo sguardo attento e vagamente preoccupato di Giacomino, il barbiere torna a rigirargli la testa verso un altro manifesto appeso sulla stessa parete. Quest'altro manifesto illustra diversi episodi della favola di Pinocchio. Tra tutti quei personaggi l'attenzione di Giacomino è attirata da Pinocchio e Lucignolo con le orecchie da somarelli nel Paese dei Balocchi e da un Mangiafuoco, dall'aspetto spaventevole, che getta tra le fiamme i poveri burattini. Il barbiere sussurra qualcosa nell'orecchio di Giacomino. Istintivamente Giacomino guarda fuori dalla porta e osserva a lungo il vecchio, il suo viso dai tratti che incutono soggezione e li confronta ripetutamente con quelli di Mangiafuoco: gli stessi occhi cisposi, enormi, scoppati e cerchiati da scure occhiaie; lo stesso naso bitorzoluto e gocciolante.
BARBIERE
La conosci la favola di Pinocchio...?
Giacomino annuisce e intanto il suo sguardo continua a fare la spola dalla faccia del vecchio a quella del Mangiafuoco ritratto sul manifesto.
BARBIERE (volgendo la testa di Giacomino verso la ragazzina e sua nonna)
Queste due, sono due streghe... (indicando il nonno della ragazzina fuori dalla porta) ...e il vecchio è un terribile stregone! Qui in paese lo sanno tutti... (rivolgendosi al papà di Giacomino) ...d'altronde il nostro paese è famoso anche grazie a loro e non solo per il burattino. Noi le lasciamo stare perché la loro fama attira in paese i turisti da tutto il mondo... (tornando a sussurrare all'orecchio di Giacomino) ...però stiamo sempre bene attenti a non dargli mai troppa confidenza e a tenerle ben lontane dai nostri figli... soprattutto quelli un po' discoli... come te!! Si dice in giro che quei tre fanno ai bambini capricciosi e svogliati quel che fecero a Lucignolo e al povero Pinocchio nel Paese dei Balocchi. Solo che loro invece di trasformarli in asinelli, prima li lusingano con sorrisetti e balocchi e poi li trasformano in tanti ranocchi da vendere come giocattoli o come prelibati bocconcini bell'e pronti da cucinare... oppure a questi poveri disgraziati, tocca la stessa sorte che Mangiafuoco riservò alle povere marionette! Hai visto come gli somiglia il vecchio?!? A Mangiafuoco... intendo...
Giacomino ascolta preoccupato. La vera causa della preoccupazione di Giacomino, però, non sembra essere né la strana somiglianza del vecchio con Mangiafuoco, e forse nemmeno gli strani racconti del barbiere, ma quelle povere ranocchiette, spellate ed infilate in tanti spiedini di legno, che la vecchia tira fuori dal secchio e offre in vendita ai clienti in attesa. Lo sguardo di Giacomino è fisso su uno di questi spiedini quando improvvisamente si ritrova sotto il naso la ranocchia ...di latta che la ragazzina tiene in palmo di mano e gli mostra, tutta contenta.
BARBIERE
Visto?! Che ti avevo detto?! Sta attento ché, delle due, lei è la più pericolosa. Proprio per quella sua bella faccetta nera. Stai attento ché credo proprio che abbia messo gli occhi su di te. Non ti fidare delle apparenze: adesso la vedi così ma dovresti vederla di sera, quando si trasforma in un ranocchio e se ne va a dormire nelle pozze dell'acqua calda!!!
La ragazzina non sa spiegarsi la faccia preoccupata di Giacomino, né tanto meno perché faccia finta di non conoscerla, anche se dallo sguardo severo con cui la ragazzina guarda il barbiere si capisce che deve aver intuito che c'è un qualche nesso tra lo strano comportamento di Giacomino e le parole che l'uomo continua a bisbigliargli nell'orecchio. Allora la ragazzina dà un giro alla chiavetta e la ranocchia-giocattolo comincia ad agitare la testa ed a girare su se stessa dando vita ad una sorta di balletto sulla sua mano. La ragazzina tutta orgogliosa per l'esibizione offerta dal suo giocattolo allunga la mano per offrirlo a Giacomino che lì per lì resta interdetto ed indeciso.
BARBIERE (bisbigliando nell'orecchio di Giacomino)
Sta attento! Non ti fidare...
A quelle parole Giacomino si ritrae spaventato. La ragazzina prima lancia uno sguardo fulminante al barbiere poi, per tranquillizzare Giacomino, si lancia in una spassosa imitazione della rana: gonfia le guance, rotea gli occhi in ogni direzione, eseguendo la stessa danza della rana-giocattolo. I tratti del volto di Giacomino si rilassano ed infine si sciolgono in una allegra risata alla quale fa eco il sorrisetto compiaciuto della ragazzina. Il papà di Giacomino, con la retina in testa e con l'aria di chi si sente in obbligo di por riparo ad un torto, acquista la rana-giocattolo dalla ragazzina pagandola con un numero eccessivo di banconote e monetine. Il barbiere e il suo garzone lo guardano perplessi, scuotendo la testa. La ragazzina gli stringe riconoscente le mani e sta per inginocchiarsi ma il papà di Giacomino, con un gesto di grande cordialità, le impedisce di compiere fino in fondo quell'atto, così plateale, d'umiliazione.
Scena11. Fuori della barbieria. Qualche tempo dopo.
Mentre il papà è ben rasato e scucuzzato, la chioma di Giacomino è ancora a metà dell'opera.
BARBIERE (immobilizzando Giacomino sulla poltroncina-cavalluccio)
Insomma la vuoi smettere di fare i capricci?!?
Per tutta risposta, Giacomino, prima morde la mano con la quale il barbiere cerca di fargli abbassare la testa, e poi, gli rifila un gran calcio sugli stinchi. Il papà di Giacomino si volta dall'altra parte per non incontrare lo sguardo inviperito del barbiere. Il garzone corre in soccorso del padrone e Giacomino rischia di vedersela brutta, quando, interviene a salvarlo, l'attacco di una marcetta suonata dalla banda, in strada. Il garzone si fa il segno della croce e si precipita sulla porta, tra le proteste del giovane cliente rasato a metà. Anche il barbiere sospende il lavoro e va ad affacciarsi sulla porta. Giacomino ne approfitta per tirar via l'asciugamano e saltar giù dal cavalluccio. La bottega del barbiere s'affaccia su quello che sembra essere il corso principale del vecchio borgo. La via è tutta addobbata (come si usa nei piccoli paesi in occasione della festa del patrono o di altre feste o solennità particolari): alle finestre e sui balconi, una gran quantità di lumini sono accesi davanti alle immaginette sacre. La strada, piena di gente che continua ad affluire da tutte le viuzze laterali, s'allarga, in fondo a sinistra, in una piazzetta chiusa dalla bella facciata di una chiesa. Anche la chiesa ha il suo bravo addobbo luminoso, già acceso, anche se il sole non è ancora tramontato. Sfila la banda al suono d'una musica solenne. Il papà si mette Giacomino sulle spalle per permettergli di vedere al di là del compatto muro di persone che s'accalcano sul marciapiede. I negozianti sono tutti sulla soglia delle loro botteghe: come l'orefice, alto non più di una spanna, ed il gigantesco orologiaio che Giacomino addita sghignazzando al padre, che, imbarazzatissimo, finge di guardare altrove. Arrivata sul sagrato della chiesa, la banda si ferma, fa un rapido dietro-front e rompe momentaneamente le fila. Nello stesso istante, il portone della chiesa si spalanca. I musicanti si precipitano a raccattare gli strumenti, appena abbandonati e, in men che non si dica, sono di nuovo in formazione. Il maestro, bacchetta in pugno, dà l'attacco ad una sorta di marcia trionfale. I primi ad uscire dalla chiesa sono i Carabinieri, col pennacchio sul cappello. Davanti a tutti sta il maresciallo, che non la finisce più di pavoneggiarsi nella sua uniforme da parata, impartendo, con vero piglio marziale, secchi ordini per ricacciare sul marciapiedi il gruppetto di fedeli e curiosi che si sono precipitati, anzitempo, sul sagrato. La banda s'avvia lentamente, preceduta dai militi. Escono i bambini che indossano, nonostante il gran caldo, gli abiti della prima comunione. Alcune bambine sono vestite come tante piccole spose e si pavoneggiano nei loro bei vestitini di candido tulle, provocando l'invidia e la gelosia delle altre, quelle vestite in maniera molto più dimessa e severa come tante piccole monachelle. Anche tra i maschietti, ci sono quelli vestiti come tanti piccoli fraticelli, qualcuno addirittura tosato con la chierica; altri, indossano il vestitino buono da cerimonia (che li rassomiglia a tanti piccoli camerieri); ci sono poi quelli più fortunati (sono quelli che tradiscono i modi e l'aspetto sano, e già un po' tronfio, del classico "figlio di buona famiglia") che indossano un costume da paggio medioevale. Sono quest'ultimi, a calamitare, con i loro velluti, merletti, piume e finti spadini, lo sguardo ammirato delle piccole spose. Ogni bambino ha in mano un giglio bianco, impugnato saldamente come se fosse un'arma. Un manipolo di donnette, animate da una eccessiva quanto ostentata devozione religiosa, si danno un gran daffare per inquadrare ed incolonnare i bambini. Le pie donne sono coadiuvate da un ometto che sembra il fratello gemello del garzone del barbiere e che si muove con la stessa affettata compostezza e gravità di un sagrestano. Subito appresso, il prete, circondato da uno stuolo di chierichetti, dà il là ai salmi ed alle orazioni che i fedeli, ancora all'interno della chiesa, prontamente riecheggiano. Appena uscito il prete coi chierichetti, le solite pie donne si precipitano a bloccare il truppone dei fedeli (che brandiscono stendardi, crocifissi ed immagini sacre) sulla porta, per permettere ad un gruppo di figuranti, che stanno uscendo da una porticina laterale, di immettersi nel corteo. I figuranti, appena fuori, vanno prontamente a dar vita ad una sorta di "tableau vivant", alle spalle del prete. Il primo rappresenta una "Fuga in Egitto": c'è un "San Giuseppe" con una folta barba posticcia che, con una mano impugna un bastone con in cima una rosa rossa di plastica e, con l'altra, tiene le redini di un asinello; in groppa all'asino sta una "Madonna" pensosa (visibilmente accaldata sotto le fodere ed i finti broccati) che rimira perplessa il bambinello che tiene in braccio (non senza un certo sforzo); il "Gesù Bambino" è un grazioso marmocchio, che ha pressappoco la stessa età di Giacomino, biondo, riccioluto e paffutello, è tutto infagottato dentro ad un enorme pannolone da "adulto incontinente", in testa ha un'aureola di cartone dorato trattenuta da un elastico. Le pie donne s'accalcano intorno all'asino per assestare i ricchi finimenti e le preziose bardature che costituiscono lo sfarzoso addobbo dell'animale. Segue un drappello di "Centurioni Romani", tutti impettiti dentro le loro finte armature da "colossal storico" degli anni '50. E' la volta del "Cristo in Croce": uno scheletrico ragazzetto legato mani e piedi ad un alta croce, sostenuta da una piccola schiera di forzuti, vestiti come tanti gondolieri. I "gondolieri" si danno continuamente il cambio, chiaramente orgogliosi di mettere in mostra i loro bicipiti gonfi e ben torniti. Di tanto in tanto il "povero cristo" (che è costretto a mille smorfie e contorcimenti per non essere soffocato dalla parrucca e dalla barba finta) dismette la sua teatrale maschera di sofferenza per salutare amici e parenti, riconosciuti tra la folla. Un altro gruppetto di forzuti, più attempati e che indossano berretti militari di varie fogge, sostengono una portantina con sopra una figurante vestita e atteggiata da "Santa". La "Santa", con una mano mostra una corona di rose e spine e, con l'altra, un paio di cornee insanguinate, sopra un vassoio argentato. Anche la "Santa" veste con abiti finto-preziosi, resi ancor più singolari dalle tante banconote, appuntate con le spille da balia, e dai tanti ex-voto (per lo più cuoricini fiammeggianti d'argento) appesi. Uscita la "Santa", alla folla dei fedeli viene dato il permesso di uscire dalla chiesa. Subito, uno stuolo di donnette, velate e vestite di scuro, attraversano la strada e si uniscono al corteo. La processione avanza lentamente, accordando i suoi mille passi al ritmo scandito dalle litanie. La testa del corteo sta per giungere all'altezza della bottega del barbiere dove Giacomino l'aspetta impaziente. Dalle finestre e dai balconi piovono petali di fiori che cambiano il grigio dell'asfalto in un mosaico di colori vivaci; ora, improvvisamente cangianti per effetto della leggera brezza che svanisce più rapidamente di come è arrivata. Nello stesso istante, tutti si girano verso l'incrocio, in fondo alla strada a destra, dove, uno scalpiccio di zoccoli preannuncia l'arrivo del mulo, vecchio e scheletrito, che ora imbocca trotterellando il corso, inseguito dalle urla della ragazzina. Più distanziati, i nonni della ragazzina si affannano a raccogliere tutte le carabattole che la bestia si scrolla man mano di dosso. Lì per lì, l'arrivo del mulo è accolto dalla folla con un boato di ilarità che subito, però, si trasforma in un mormorio di apprensione e disapprovazione. Il mulo rallenta e si ferma a pochi passi dalla testa del corteo. La processione s'arresta bruscamente. Le piccole spose, le monachelle, i fraticelli, i piccoli camerieri ed i paggetti si sganasciano dalle risate; rompono le fila e si precipitano verso il mulo; subito riacciuffati dai Carabinieri e dalle pie donne. La croce comincia ad oscillare paurosamente ed il "povero cristo" impaurito, urla ai portantini di fare attenzione. La ragazzina ed i suoi nonni, imbarazzati nel sentirsi addosso gli sguardi di tutta quella gente, si danno un gran daffare per portar il loro mulo via di lì ma, per quanti sforzi facciano, non riescono a smuoverlo d'un passo. Il giovane cliente del barbiere, con tanto di retina in testa, asciugamano attorno al collo e la faccia mezza insaponata, si precipita (come un eroe delle copertine della "Domenica del Corriere") addosso al mulo; l'afferra per le redini e comincia a tirarlo puntando i piedi. La bestia (che sembra squadrarlo dall'alto in basso con sufficienza) fa un passetto in avanti e l'uomo finisce col sedere per terra: il boato di risate e lazzi che si leva dai lati della strada, fanno fuggire via il giovane tutto rosso in viso e con la coda tra le gambe. E' la volta dei Carabinieri che circondano l'animale, subito imitati dai Centurioni, lancia in resta. Il mulo è accerchiato ma il suo primo accenno di scalpitio provoca un fuggi-fuggi generale che il maresciallo non riesce ad arginare neppure estraendo la sciabola. Volendo riaffermare la sua autorità, così miseramente persa sul campo, il maresciallo afferra il nonno della ragazzina per un braccio e gli intima di spostare il suo mulo. Il vecchio si schermisce disperato e fa cenno di non capire. La vecchia rimprovera la nipote, gesticolando freneticamente e con incomprensibili mugugni. La ragazzina l'ascolta a testa bassa, in silenzio poi, improvvisamente, fugge via e va a mescolarsi tra la folla vicino alla bottega del barbiere. Il maresciallo si consulta febbrilmente col prete. Dopo averci pensato un po' su, il prete dà l'ordine al corteo di ripartire. La banda si fa da parte e la processione prende ad avanzare, lenta ma compatta, contro il mulo. Davanti a tutti sta il prete che sbatte i piedi per terra ed agita minacciosamente l'incensiere fumante. Alle spalle del prete, i Centurioni ed i Carabinieri in assetto da combattimento. Il mulo, per niente intimorito, se ne sta al centro della strada, ben saldo sulle zampe, a testa alta e ben deciso a non lasciare il passo al corteo. Dopo pochi metri, la processione è costretta di nuovo a fermarsi. La ragazzina se ne sta addossata contro il muro, con la testa tra le mani, circondata dalle pie donne che la investono con una raffica di rimproveri e la strattono per il braccio e per il vestito. La schiena della ragazzina è scossa da brividi intensi e prolungati e la sua vocetta è tremante e piagnucolosa. Arriva la madre di Giacomino, un breve conciliabolo col marito, e tutta la famigliola si lancia in soccorso della ragazzina. Il papà di Giacomino, con il suo solito sorrisetto conciliante, con mille moine e diplomazie, riesce a strappare la ragazzina dalle grinfie di quelle bigotte. La ragazzina scosta le mani per rendersi conto di cosa stia succedendo e vede, come al rallentatore, un donnone inviperito venire a grandi falcate contro di lei, facendosi largo tra la folla di curiosi, agitando minacciosamente la corona del rosario. In quell'istante, a Giacomino, trascinato dalla madre verso il centro della mischia, sembra di veder svanire dal viso della ragazzina ogni espressione di colpa e vergogna, coglie nei suoi occhi come un lampo di sfida e nota gli angoli delle sue labbra piegarsi impercettibilmente verso l'alto. La mamma di Giacomino è lesta a mettersi in mezzo; si para davanti al donnone, sbarrandole il passo, e la fissa diritta negli occhi con uno sguardo di muto quanto durissimo rimprovero. Il donnone, che sembrava aver perso completamente la ragione, ora sembra sul punto di perdere anche i sensi: il suo sordo rancore si stempera in una vaga espressione di disappunto e rimprovero ma le sue giustificazioni e scuse risuonano con voce falsamente accomodante. Giacomino, la mamma e il papà scortano la ragazzina dentro la barbieria, nonostante le proteste del barbiere che rimane fuori della porta a commentare gli avvenimenti. All'interno della bottega del barbiere, è la mamma di Giacomino che si preoccupa di tranquillizzare la ragazzina. La ragazzina è irrigidita e tremante e la mamma di Giacomino deve faticare non poco per staccargli le mani dal faccino e, quando infine ci riesce, la ragazzina sbotta in una fragorosa risata. Alla vista delle facce perplesse dei genitori di Giacomino, la ragazzina sembra che voglia giustificarsi: abbassa la testa (come se si sentisse mortificata, continuando però a ridere tra sé e sé), s'inumidisce le labbra e dà due colpetti di tosse per schiarirsi la voce; poi però (forse ricordandosi dell'impossibilità di farsi capire nella sua lingua) rimane lì in silenzio a bocca aperta; ci ripensa e comincia a disegnare con le mani cerchi nell'aria (come se questo suo gesto fosse un ponte gettato verso i sentimenti che non riesce ad esprimere con le parole). Intanto di fuori, in strada, con lo stesso effetto d'un boato, cala un silenzio surreale. Uno scalpiccio di zoccoli. Giacomino, il padre, la madre e la ragazzina si precipitano fuori. In strada, il mulo sta muovendo, lento e deciso, incontro alla processione. Al suo passaggio la folla dei fedeli si apre e si crea un vuoto dentro al quale il mulo si muove con la stessa benevola indifferenza di una diva del cinema muto. Solo davanti all'asinello della "Fuga in Egitto" il mulo ha una qualche esitazione: si ferma, lo squadra dalla testa ai piedi, lo annusa e riparte a testa alta. La ragazzina, scortata dalla famiglia di Giacomino, alla quale si sono accodati pure i suoi nonni, raggiunge il mulo all'altezza della portantina con la Santa. La figurante, nonostante tutto quel trambusto, non s'è scomposta punto (vista così, dal basso, a Giacomino, sembra che la Santa stia per deporre la corona di rose e di spine sul capo della ragazzina). La ragazzina sussurra qualcosa nell'orecchio del mulo, afferra le redini e se lo tira dietro docile ed ubbidiente come un cagnolino.
Scena 12. Alle pozze d'acqua sulfurea. La sera.
Una distesa di terreni brulli ed argillosi che si alternano a prati incolti e rinselvatichiti; in molti punti, di questa specie di deserto, si allargano piccole pozze di acqua. Come delle piccole oasi, alcune pozze sono circondate da una fitta vegetazione, con alberelli, erba alta e cannucciole. In una di queste pozze, il papà e la mamma di Giacomino se ne stanno beatamente immersi dove un fiotto d'acqua fumante, irrompendo dal suolo vicino alla riva per poi proseguire in una specie di ruscelletto, precipita, con un allegro gorgoglio, nella pozza. La luna, che si sta alzando da dietro le basse colline all'orizzonte, proietta la sua luce fredda, facendo vibrare la superficie dell'acqua di riflessi metallici. Una leggera brezza agita le canne ed il fogliame e disperde in leggere volute, appena sopra il pelo dell'acqua, la nebbiolina che si alza dalla pozza. Sullo sfondo le luci di una città. Il cielo, sereno e stellato, è attraversato dalle luci intermittenti degli aerei e degli elicotteri che atterrano e decollano in continuazione. Nei campi, si intravedono, in controluce, la sagoma possente di un rudere, forato da grandi arcate; quella, svettante, di un traliccio dell'alta tensione e le silhouette degli altri bagnanti che s'immergono nelle pozze vicine. Da molti punti, si levano i versi rauchi ed intermittenti delle rane, nascoste nei campi e nel folto della vegetazione ripariale. Giacomino, all'altro capo della pozza, dove l'acqua è bassa tanto che gli arriva a malapena al ginocchio, è assorto nella contemplazione delle rane sulla riva. Le rane colpiscono ripetutamente il terreno con le loro zampette. Avvicinandosi e tendendo ben bene l'orecchio, Giacomino riesce ad udire distintamente il suono prodotto dai colpi delle rane: un suono simile a quello che si produrrebbe percuotendo il suolo con un martello di gomma. Le rane tamburellano il terreno con una serie di colpi che ricorda il linguaggio dell'alfabeto Morse (con questi colpi, così prodotti, sembra che le rane vogliano dichiarare il possesso del territorio intorno alla pozza). Giacomino s'avvicina, tenendola d'occhio, alla rana più grossa, quella più vicina alla riva. La rana, a sua volta, sembra fissare Giacomino coi suoi occhietti mobilissimi. Giacomino s'avvicina ancora, fino a scorgere la propria faccia riflessa sull'occhio della rana, proprio nello stesso istante in cui questa spicca un salto e si tuffa in acqua. Al tonfo prodotto dalla rana, altri ne seguono a ripetizione. Giacomino, per schivare la rana (che sembrava volesse proprio saltargli addosso), indietreggia, scivola e finisce seduto sul fondo della pozza. Un po' preoccupato per l'acqua che gli arriva alla gola, Giacomino guadagna prudentemente la riva la riva camminando a ritroso, a quattro zampe, sul fondo melmoso. Giacomino è ora al sicuro, aggrappato alla riva e la sua attenzione è attirata dall'immagine della luna riflessa sull'acqua. Agitando la manina nell'acqua, Giacomino si diverte a scompigliare e frantumare l'immagine riflessa della luna; andando poi a verificare gli effetti della sua azione demolitrice sull'originale, oramai, ben alto sopra l'orizzonte. Questo gioco dura a lungo e lo sguardo di Giacomino continua a muoversi, su e giù, a scatti, indeciso fra la luna e il suo riflesso, quando, nota il riflesso della luna in una gocciolina d'acqua appesa ad una tela di ragno, tirata fra i rametti, in cima ad un alberello della riva. Senza distogliere lo sguardo dal riflesso, Giacomino esce dall'acqua, passa in mezzo alle canne e all'erba alta, raggiunge l'alberello e comincia a salire. Giunto in cima all'alberello, Giacomino allunga la manina per cogliere il riflesso della luna. Uno scricchiolio, il ramo sotto ai suoi piedi si spezza e Giacomino precipita nel vuoto. Giacomino, terrorizzato, agita le braccia, lottando con tutte le sue forze per frenare la caduta. Al povero Giacomino, la caduta, in realtà di qualche metro, sembra durare un eternità (proprio come accade ai personaggi dei cartoni animati che precipitano in un burrone). Come se stesse assistendo ad un film proiettato al rallentatore, Giacomino vede il terreno lontanissimo, giù giù, in fondo (proprio come lo vedrebbe sporgendosi dal ciglio di un profondo burrone); poi, voltandosi, vede la cima dell'alberello farsi sempre più piccola e lontana (come se fosse risucchiata su su oltre le nuvole); e poi, tornando di nuovo a guardare il suolo, lo vede avvicinarsi, lentamente ma inesorabilmente...finché atterra, senza alcun danno, sopra un soffice cespuglio d'erba alta. Giacomino non fa in tempo ad atterrare, che, subito, con una capriola, si rialza e corre a raggiungere (rapido come una saetta) i genitori, che, ignari dell'accaduto, stanno or ora uscendo dall'acqua.
Scena 13. Alla pozza d'acqua sulfurea. Qualche tempo dopo.
Giacomino è seduto in mezzo alla mamma ed al papà. I genitori di Giacomino, sdraiati a pancia all'aria, sulla riva della pozza, si godono lo spettacolo offerto dalla miriade di stelle che punteggiano il cielo. La madre di Giacomino indica una stella, la più luminosa e lontana, e, prontamente, il marito la identifica col giusto nome e con quello della costellazione d'appartenenza. Il papà di Giacomino torna a lasciar navigare lo sguardo nel grande oceano celeste mentre la moglie, con il braccio teso ed il pugno chiuso usato come un metro ideale, comincia a misurare la distanza tra le stelle e traccia col dito immaginarie rotte tra una stella e l'altra, disegnando contro la cupola del cielo linee rette, quadrati e triangoli. Una nuvoletta leggera e sfilacciata appare a velare la luna e poi svanisce più rapidamente di come è arrivata. Le rane, come ad un segnale convenuto, smettono di gracidare, tutte nello stesso istante; sulla pozza scendono quiete e silenzio.
GIACOMINO
Mamma, papà... che cosa sono le nuvole?
Giacomino, senza attendere la risposta, si alza e trotterella via appresso alla ranocchietta che zompetta lungo il bordo della pozza. I genitori si guardano perplessi interrogandosi sulla risposta da dare ad una domanda così singolare.
MAMMA (F.C.)
Giacomino mi raccomando stai lontano dall'acqua.
GIACOMINO
Sì, mamma.

UNA BELLA GIORNATA
di Andrea Liberati e Laila Santirosi
CURRICULUM DELL'AUTORE
Andrea Liberati e Laila Santirosi dal 1984 al 1992 lavorano in qualità di autori ed attori nella Compagnia Teatrale Tradimenti Incidentali, compagnia di primo piano nel panorama nazionale del Teatro di Sperimentazione. Nel 1992 e nel 1993, con gli altri membri della compagnia, organizzano e coordinano un corso di formazione professionale per "sceneggiatori di fiction tv" ed un corso di formazione professionale per "registi di fiction tv" (Unione Europea, Regione dell'Umbria, Provincia di Terni, Comune di Terni). Dal 1993 al 1995 scrivono cinque sceneggiature per cortometraggi ed una per un lungometraggio.
Andrea Liberati
Via Gruber, 21
05100 Terni
Tel. 0744-424199
Laila Santirosi
Via degli Schioppetti, 4
05034 Ferentillo (Terni)
Tel. 0744-780418
UNA BELLA GIORNATA
di Andrea Liberati e Laila Santirosi
SOGGETTO
Giacomino, un bambino di quattro anni, vivace e un po' "monello", nel suo primo giorno di vacanza incontra una ragazzina affascinante, furbetta e spregiudicata come l'eroina di un romanzo picaresco. Contagiato dalla sua libertà "biologica" e un po' "selvatica", Giacomino la segue in una avventurosa scorribanda per il paese.
Questa è anche la storia del primo incontro di Giacomino con "Eros", un incontro tutto fatto di sguardi, e propiziato dall'ironico gioco di seduzione di una avvenente signora, incontrata dai due monelli durante il loro vagabondaggio per le vie del vecchio borgo, che si lascia spiare nell'intimità della sua camera da letto.
Alla sera Giacomino ritrova la sua compagna d'avventura alle pozze d'acqua termale: la ragazzina fa il bagno tutta nuda e Giacomino si nasconde per spiarla. Quando la ragazzina s'accorge d'essere spiata da Giacomino imita e replica, lo stesso gioco di seduzione della donna, giostrando sapientemente, ma con una grazia ed una innocenza tutta infantile, la sua acerba femminilità.
Questa volta però, l'infantile desiderio di "eros" di Giacomino e il mistero e la paura che a quell'età ad esso s'accompagnano agisce sulla sua immaginazione, ancora non smaliziata travolgendolo in una allucinazione che ha tutta la drammaticità di quelle che tengono svegli i bambini nel loro letto, di notte. La commedia rischia di precipitare in tragedia ma la tragedia è solo sfiorata e, come in quasi tutte le fiabe, il lieto fine è assicurato.
© 400beats 1997