
EMIGRANTI
di Tommaso Bavaro
SINOSSI
Dal brigantaggio al terrorismo, attraverso la storia di una famiglia della Basilicata che di generazione in generazione continua a dare il suo tributo doloroso all'emigrazione.
EMIGRANTI
di Tommaso Bavaro
SCENEGGIATURA
I titoli di testa seguiranno le sequenze iniziali 1.,2.,3. Il film
sarà a colori, ad eccezione delle sequenze con l'indicazione "bianco
e nero". Le musiche copriranno solenni le sequenze iniziali e finali in
bianco e nero; saranno sommesse nelle altre.
Scena 1. Esterno, giorno. Nella macchia.
Bianco e nero.
Nella macchia (media collina della Basilicata), dalla vegetazione piuttosto
fitta alternata a piccole radure; a un certo punto la macchia lascia il
posto alla terra coltivata (coltivazioni in parte arboree e in parte
erbacee). All'interno della coltivazione, a un centinaio di metri dalla
boscaglia, compare un cascinale, alto e semidiroccato. Nella zona tra il
cascinale e la macchia, un drappello di carabinieri a cavallo, in divisa
d'epoca, (siamo immediatamente dopo la costituzione del regno d'Italia,
1862), spara su una sparuta banda di briganti (anch'essi armati e
riconoscibili dall'abbigliamento) che arretra nella macchia rispondendo al
fuoco.
COLPI DI FUCILI
Si spara da entrambe le parti. Alcuni cadono colpiti e restano a terra, sia
tra i carabinieri che tra i briganti. I superstiti si riparano, i
carabinieri dietro il cascinale, i briganti nella macchia. Uno di questi
però, ben nascosto dietro un albero, si ferma a guardare indietro i
corpi dei suoi compagni rimasti a terra: uno di essi si muove leggermente.
Lo fissa con attenzione; è sicuramente ancora vivo. Si guarda
intorno circospetto, con l'evidente intenzione di avvicinarglisi; dà
fugaci occhiate in tutte le direzioni, per accertarsi di non essere scorto
dai carabinieri. Sembra consapevole del rischio che corre, ma procede con
circospezione. Si porta avanti di qualche metro, nascondendosi dietro
l'ultimo cespuglio. Dà un'ultima occhiata e parte in direzione del
compagno ferito, procedendo il più possibile curvo. Raggiunge il
compagno che è bocconi; gli si inginocchia vicino; lo adagia sul
fianco e poi con il volto verso l'alto. Il ferito sanguina dalla spalla
destra; con evidente sforzo l'altro se lo carica addosso e comincia a
trasportarlo verso il luogo dove i suoi compagni si sono precedentemente
ritirati. Fa pochi passi, ed è sfiorato da una scarica di fucile
partita dalla direzione dei nemici; un carabiniere infatti era rimasto
appostato a osservare la scena e aveva sparato al momento opportuno. Il
brigante riesce comunque a mettere in salvo il ferito, sparendo nella
macchia, da dove gli altri suoi compagni sembrano determinati a riattaccare
e riprendono a sparare.
COLPI DI FUCILI
Alcuni del gruppo si sono spostati lateralmente, aggirando in parte le
posizioni dei carabinieri e cominciando a sparare dal fianco. La sparatoria
è fitta di colpi.
COLPI DI FUCILI
Alla fine i carabinieri sono costretti ad abbandonare il cascinale dove si
erano riparati, non riuscendo più a difendersi sul fianco. Mentre si
allontanano in direzione del vicino paese che appare sullo sfondo, i
briganti vengono allo scoperto, prendendo posizione intorno al
cascinale.
Scena 2. Esterno, giorno. In campagna. intorno al cascinale.
Bianco e nero.
Il ferito è circondato dai suoi compagni. Si contorce dal dolore.
Gli altri gli sono intorno, immobili, sembra ad ascoltarlo. Dopo gli ultimi
spasmi, spira. Uno di essi gli chiude le palpebre. Cominciano a scavare una
fossa, nel suolo in gran parte sassoso. Viene seppellito, dopo essere stato
avvolto in una coperta.
Scena 3. Interno, giorno. Casa dei Sorrentino.
Bianco e nero.
Una donna (è la moglie dell'uomo appena sepolto), vestita di nero e
ripresa di spalle, sale su una sedia e toglie dalla parete di una grande
stanza uno dei tre ritratti che vi sono appesi. Sono ritratti ovali, di
grandi dimensioni, che campeggiano sulla parete. Il ritratto che la donna
toglie raffigura proprio l'uomo morto nella sequenza precedente. Si
intravede per un attimo il suo nome, sul bordo inferiore, Pietro
Sorrentino.
TITOLI DI TESTA
Scena 4. Interno, primo mattino. Casa dei Sorrentino. Stanzone centrale.
E' la stessa casa della sequenza 3., ma siamo ai tempi nostri (anni '70).
La casa è al piano terra; consta di uno stanzone centrale, in cui si
svolge praticamente tutta la vita della famiglia. Vi si è svolta
anche quella dei genitori, di nonni e bisnonni, come è suggerito
dalla presenza dei grandi ritratti ovali, dai colori scuri, appesi alla
parete e raffiguranti gli esponenti in linea maschile della famiglia
Sorrentino. Tre dei ritratti, più grandi, riportano in basso nome,
cognome, data di nascita e morte. Sono:
Rocco Sorrentino 1804-1853
Rocco Sorrentino 1854-1891
Pietro Sorrentino 1884-1945
Sono appese anche altre tre foto più piccole, con cornici quadrate
più modeste. Una raffigura il nonno, che vive con loro, al lavoro su
un ponte con altri operai; il ponte , riconoscibile, è quello di
Brooklyn, dall'inconfondibile forma, ancora in costruzione. C'è una
seconda foto (è quella del padre di Agostino); e infine un'altra,
ancora più piccola, raffigura un giovane, Rocco, fratello di
Agostino. Risaltano però i tre grandi ritratti dalle vistose cornici
ovali. Sono immagini di uomini di altra epoca, con i tipici baffoni, senza
un'età definita. I colori sono cupi, quasi in armonia con la
dissipazione del ricordo lontano delle loro presenze, che sembrano comunque
presiedere a tutti gli eventi dei discendenti della famiglia che in quella
casa sono vissuti. Quello stanzone è praticamente tutta la casa, se
si esclude la camera da letto dei genitori e un soppalco in legno
raggiungibile con una scala, anch'essa in legno.
I dialoghi dei personaggi avranno una cadenza dialettale, non troppo
marcata. Devono rispecchiare la parlata del luogo, un paesino della
Basilicata, in collina, per buona parte spopolato dall'emigrazione.
Agostino, un giovane di circa trent'anni, è solo nella stanza. E'
seduto al tavolo centrale concentrato su un libro a studiare, nel silenzio
di quell'ora mattutina. Ogni tanto alza lo sguardo intorno, in particolare
si sofferma sui ritratti appesi alla parete. Improvvisamente si apre la
porta che immette nell'altra stanza, la camera da letto dei genitori, e
compare la madre: una donna magra, vestita poveramente e all'antica, che
mostra più anni di quelli che presumibilmente ha. Comincia subito ad
armeggiare con le stoviglie davanti all'acquaio. Dopo un po', da un divano
sul quale era quasi mimetizzato, si alza a sedere un vecchio: è il
nonno che dorme proprio in quella stanza.
NONNO (voce bassa)
Non ho chiuso occhio; tutta la notte ad aspettare il sonno, che poi non
è manco venuto.
Appare sulla scala del soppalco la sorella di Agostino, Cecilia, di circa
vent'anni, preannunciandosi con i passi rumorosi sugli scalini di legno.
CECILIA
Buongiorno! Nonno, sei già sveglio? Dormi, tu che puoi!
NONNO
Eh, magari... quando si è giovani non si dorme perché si ha
sempre da lavorare; diventati vecchi, abbiamo tempo, ma non abbiamo
più sonno.
La seconda sorella di Agostino, Adele, sta scendendo dal soppalco; Adele
mostra qualche anno meno di Cecilia.
ADELE
Ah, siete già in piedi; buongiorno! E Michele si è alzato?
CECILIA (gridando)
Micheleeee... alzati, devi prepararti per la scuola...
Micheleeee? Ti svegli?
Michele, l'altro fratello, il più piccolo, di 7-8 anni, dalla stanza
da letto dei genitori, in cui dorme:
MICHELE (con voce assonnata e infastidita)
Ma sì, ho capito...
Michele, in pigiama, compare nello stanzone. C'è trambusto; dalla
tranquillità di poco prima si è passati velocemente
all'affollamento e alla rumorosità mattutina delle famiglie
numerose.
VOCI E RUMORI
Scena 5. Interno, primo mattino. Stanzone centrale. Camera da letto.
Agostino si alza dal tavolo su cui stava studiando; prende i suoi libri e
si sposta in camera da letto sbuffando, infastidito da quella confusione.
Qui si sistema su un tavolino pieghevole da bar, tentando di concentrarsi,
dopo aver chiuso la porta. Gli giungono comunque rumori e
voci dall'altra stanza.
Scena 6. Interno, mattino. Stanzone centrale.
Il nonno è sprofondato nella poltrona, all'angolo, su cui trascorre
buona parte della giornata. Michele è quasi pronto per andare a
scuola.
LA MADRE
Dai, Michele, comincia a raccogliere la roba per la scuola.
MICHELE
Ah, nonno, ora mi ricordo, a scuola la maestra ci ha assegnato una
ricerca sugli emigranti; ognuno deve raccogliere notizie sugli emigranti
della propria famiglia.
NONNO
E tu che vuoi sapere?
MICHELE
Voglio sapere chi sono gli emigranti della nostra famiglia, dove sono
stati, che lavori hanno fatto...
NONNO
E qua nella nostra famiglia, chi non è stato emigrante? Tutti siamo
stati in America; guarda, guarda là i ritratti, quelli vengono tutti
dall'America; sono la nostra patente di emigranti. Mio padre, mio nonno,
tuo padre, tutti siamo stati là; e vedi che abbiamo
fatto...
Il nonno gli indica con orgoglio la foto appesa alla parete che lo riprende
con i suoi compagni al lavoro sul ponte di Brooklyn in costruzione.
...vedi, quello è il più grande ponte del mondo; lo
vedi? L'abbiamo costruito noi. Feci il mio primo viaggio che avevo
vent'anni, su una nave piccola e malmessa, una carretta; ho dovuto fare i
debiti per pagare il biglietto che costava un occhio; mi dissero che nel
prezzo era compreso il posto di lavoro assicurato; invece una volta
arrivato là, nessuno sapeva niente.
CECILIA
Nonno, e sempre le stesse cose racconti, le sappiamo a memoria...
NONNO
Che vuoi tu? Il bambino me l'ha chiesto e io gli rispondo.
MICHELE
Nonno, anche Rocco sta in America?
NONNO
No, no, tuo fratello non è mai stato in America; lui sta a Milano;
vedi, anche gli emigranti sono cambiati; prima si andava lontano, in
America; chi restava qua rimaneva in miseria, là invece si faceva
fortuna...
LA MADRE
Adesso devi proprio andare; su, corri a scuola.
Michele esce, mentre il nonno continua a parlare rivolto ad Adele, che non
gli presta alcuna attenzione, intenta a sbrigare le faccende di casa.
NONNO
... là si faceva fortuna; ma bisognava lavorare duro, molto dur...
vedi quei ritratti, sono i nostri certificati di emigranti; portava
fortuna farsi fare il ritratto; noi Sorrentino siamo stati tutti emigranti
per generazioni, ma siamo tutti tornati; gli altri invece sono rimasti
in terra straniera ...
CECILIA
Bell'affare a farci nascere qua; così adesso dobbiamo emigrare anche
noi...
Insieme alle voci si sentono i rumori provocati dalle faccende domestiche
avviate a pieno ritmo (rumori delle stoviglie, sedie che vengono
spostate).
Si apre la porta della stanza da letto e compare Agostino alquanto infuriato:
AGOSTINO
Ma com'è possibile studiare in questa casa, con tutto il casino che
fate! Insomma volete smetterla?
LA MADRE (burbera)
Solo lamentarti sai; vai di là e studia, se vuoi studiare; solo
scuse sai cercare. Voglio proprio vedere quando ti pigli 'sta laurea;
quando sarai vecchio. Colpa di tuo padre che ha voluto farti studiare a
ogni costo; hai trent'anni e sei ancora qua; non hai nemmeno una ragazza
per sposarti...
AGOSTINO (gridando)
Ma che vuoi, che vuoi... se fosse per me scapperei anche adesso.
LA MADRE
Vai, vai a zappare la terra con tuo padre, vai...
AGOSTINO
Io non zappo niente, me ne vado, vado in Germania, in Svizzera, a Milano.
LA MADRE
Intanto tuo fratello Rocco a Milano ci sta e ci lavora, e manda pure i
soldi per farci tirare avanti e per far studiare te; almeno per questo ti
dovresti vergognare.
Il nonno che si era interrotto, riprende a parlare, ripetendo quasi
ossessivamente le stesse frasi:P
NONNO
Emigranti, emigranti, vedete quei ritratti...
Le due nipoti lo interrompono:
CECILIA E ADELE (insieme)
Ohhh, e basta!
Agostino si ritira di nuovo nella stanza da letto, chiudendosi dietro
rumorosamente la porta. Tutti si preparano per uscire.
LA MADRE (al nonno)
Papà, sbrigati se dobbiamo andare all'ambulatorio. (Rivolta alle due
figlie) E voi, ricordatevi di tutto quello che c'è da comprare;
preparate il cesto della colazione per vostro padre.
Esce prima la madre, tenendo sottobraccio il nonno che cammina a fatica;
poi escono le due sorelle insieme. La casa ritorna nel silenzio e nella
tranquillità. Agostino ricompare nello stanzone e si risistema con i
suoi libri sul tavolo centrale.
Scena 7. Interno, giorno. Stanzone centrale. Camera da letto.
Agostino sfoglia le pagine del libro, ma è visibilmente distratto.
Alza spesso la testa, guardandosi intorno. Lo sguardo si posa sui ritratti
appesi alla parete. Li fissa con attenzione. Improvvisamente si alza. Entra
nella camera da letto. Apre l'ultimo dei cassettoni del grande comò;
vi rovista; dal fondo a destra tira fuori un pacco di foto. Le prende e,
dopo aver richiuso il cassetto, ritorna nello stanzone, sul tavolo,
cominciando a guardare le foto una dopo l'altra con fare ozioso. Sono foto
di famiglia, che riprendono il padre, la madre, i figli bambini. C'è
anche qualche vecchia foto del nonno. Agostino le guarda velocemente. Dopo
averle scorse tutte, ritorna in camera da letto, riponendole nel
cassettone. A un tratto sembra attirato da qualcosa che si trova in fondo
al cassetto e che non riesce bene a vedere. Tasta con la mano. Libera lo
spazio a destra dai panni ripiegati che lo occupano e vede un cartone
ingiallito che ricopre il fondo; sembra il retro di una foto; solleva con
entrambe le mani il cartone e con espressione di sorpresa vede che si
tratta proprio di un ritratto, di fattura e dimensioni simili a quelle
appese alla parete. Lo porta nello stanzone, accostandolo agli altri per
confrontarlo. Contrae il viso con meraviglia, come se avesse capito
qualcosa. Sul bordo del ritratto, in basso, c'è il nome, Pietro
Sorrentino, con accanto una sola data, 1832, presumibilmente quella di
nascita; confronta questa data con quelle riportate nel corrispondente
posto dagli altri tre grandi ritratti, che però indicano anche la
data di morte di ognuno degli antenati. Sembra capire chiaramente dal
confronto delle date che ha ritrovato il ritratto di un altro dei suoi avi.
Lo sguardo gli si illumina. Chiude risolutamente il cassetto, mette il
ritratto in una cartelletta, si infila la giacca ed esce.
Scena 8. Esterno, giorno. Nelle strade del paese.
Agostino è per strada; case e strade sono quelle tipiche di un
paesino povero del Meridione; case basse, quasi tutte bianche; vita di
paese, con donne fuori delle case a piano terra, a sbrigare le loro
faccende. Agostino cammina a passo svelto; giunge dinanzi alla bottega di
un falegname, mastro Giovanni: è un anziano artigiano, intento a
lavorare immediatamente all'esterno della bottega davanti alla porta.
AGOSTINO
Salve!
MASTRO GIOVANNI
Agostì, dimmi, che c'è?
AGOSTINO
Mastro Giovà, vedi che ho trovato?
Gli porge il ritratto, dopo averlo tirato fuori dalla cartelletta. Mastro
Giovanni lo guarda, dapprima incuriosito; poi sembra riconoscerlo; quasi si
blocca, in un'espressione di disappunto.
MASTRO GIOVANNI
E che devo fare?
AGOSTINO
Ci fai una bella cornice ovale, come quelle che abbiamo a casa; così
lo metteremo accanto a gli altri nonni. Ho fatto bene i calcoli; vedi,
è nato nel 1832; mancava proprio lui, che è, pensa un po', il
bisnonno di mio nonno.
Mastro Giovanni annuisce. Sbrigativo, dice:
MASTRO GIOVANNI
Va be', per ora ho da fare; sarà per i prossimi giorni. D'accordo,
ripasserò io.
Agostino riprende la strada verso casa; appena arrivato, vede comparire
dall'angolo della strada sua madre che ritorna insieme al nonno. Li aspetta
là davanti alla porta; quando sono vicini, Agostino dice:
AGOSTINO
Maaà, vado a portare da mangiare a papà in campagna.
LA MADRE
Sì, un attimo che ti preparo il cesto. Entrano tutti e tre.
Scena 9. Interno, giorno. Stanzone centrale.
Agostino tira fuori da un angolo una vecchia bicicletta ricoperta da un
ampio panno. La madre gli porge il cesto in cui ha sistemato la roba da
mangiare.
LA MADRE
Chiedi a tuo padre a che ora ritorna a casa stasera.
Agostino annuisce; appende il cesto alla bicicletta ed esce.
Scena 10. Esterno, giorno. Per le strade. in campagna.
Agostino percorre in bicicletta le strade strette del paese. Incontra due
amici che saluta, senza fermarsi. E' in aperta campagna. L'atmosfera
è quasi bucolica, limpida; alle spalle, sembra un paesaggio dipinto,
compare tutto il paesello sulla collina. C'è un bel sole di
primavera; la strada non è più asfaltata e diventa
leggermente in salita; si fa tortuosa, fino a svanire in uno spiazzo
pietroso. Agostino scende dalla bicicletta, davanti a un cascinale
(è lo stesso della sequenza 1.). Intorno la vegetazione si dirada su
alcuni tratti dal terreno sassoso; ci sono comunque rari alberi. Agostino
si china al di sotto della chioma degli alberi per avere una visuale
più profonda, cercando con lo sguardo suo padre. Grida:
AGOSTINO
Papaaaaaa...
Si guarda ancora intorno; arriva suo padre, un uomo sulla sessantina, in
abito da lavoro, quasi ansimante.
IL PADRE
Che? hai portato da mangiare?
AGOSTINO
A che ora torni stasera?
IL PADRE
Alla solita ora, appena si fa buio.
Il padre prende il cesto, che appende a un chiodo infisso sulla parete
esterna del cascinale. Agostino saluta e riparte in bicicletta.
AGOSTINO
Arrivederci papà...
Scena 11. Esterno, giorno. Nella piazza del paese.
Ci sono gruppi di ragazzi dai 15 ai 25 anni. Alcuni sono fermi a
chiacchierare, altri passeggiano. Molti vecchi sono seduti, quasi immobili,
sulle panchine. C'è qualche ragazza. Il sole è alto. E' la
scena tipica di un paese del Sud. Compare anche Agostino, mani in tasca,
con due amici. Passeggiano lentamente. Compare una ragazza, che viene
incontro ai tre; Agostino si allontana dagli altri, la raggiunge; i due si
affiancano e procedono per proprio conto. Lei, di una bellezza semplice,
gli prende la mano; lui lascia fare quasi riluttante.
LEI (sorpresa)
Ti vedo strano, che c'è? Cerca di cingergli la vita con il braccio,
ma lui la respinge, quasi brusco.Ma che ti succede?
AGOSTINO
No, non possiamo più vederci...
LEI (confusa ma con tenerezza) Ma se sono solo dieci giorni
che stiamoinsieme?
AGOSTINO (con imbarazzo)
Guarda, non possiamo... perché... vedi prima o poi io devo andare
via dal paese... per cercare lavoro...
LEI
Vuol dire che aspetterò...
AGOSTINO
Aspetti che cosa? Questo non è posto da viverci, è solo
un'incubatrice, aiuta a sopravvivere, ma non si può rimanerci per
sempre.
LEI
Ma io posso venire con te, ci sposiamo...
AGOSTINO
No, non possiamo più vederci... e si allontana bruscamente.
Scena 12. Interno, sera. Stanzone centrale.
E' l'ora di cena. Tutta la famiglia è intorno al tavolo, piuttosto
piccolo rispetto al numero dei commensali. Conversano, parlando spesso
l'uno sull'altro. E' acceso anche il televisore, le cui voci si fondono con
quelle dei presenti.
CECILIA
Eh, lo sapete che Agostino s'è fidanzato?
TUTTI (con meraviglia)
Che... con chi?
AGOSTINO
Ma sta' zitta, scema...
LA MADRE
E che ci sarebbe di strano? Hai trent'anni e sarebbe ora che ti trovassi
una ragazza e ti sposassi.
AGOSTINO (sarcastico)
Camperemo d'aria...
IL PADRE
Certo, prima ti impieghi e poi ti sistemi. Con la laurea da ingegnere non
seiuno qualunque.
AGOSTINO (tagliando corto)
Ma che dite? Qua non c'è né moglie né laurea né
lavoro... E poi i migliori vanno via; qua può restare solo qualche
raccomandato, venduto all'onorevole, e per fargli il galoppino per tutta la
vita.
CECILIA
Te ne vai da Rocco, così state insieme e poi potrò venire
anch'io.
IL PADRE (con amarezza)
E io che mi sono sacrificato tanto per farti restare al paese... fai
quello che vuoi; io il possibile per darti un futuro l'ho fatto; se vuoi
andare da Rocco a Milano, fai come credi, forse anche là puoi
trovare una sistemazione.
In un momento in cui il tono di voce dei presenti si abbassa, la sigla
annuncia il notiziario televisivo e il giornalista in apertura dice:
TELEGIORNALE
Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel corso della sua visita a
Milano per partecipare ai funerali del magistrato ucciso, ha detto che il
terrorismo si potrà vincere solo con la mobilitazione di tutte le
forze politiche e sociali; e Milano, capitale economica della Nazione, deve
essere al primo posto, come in altri momenti cruciali della nostra storia,
in questa battaglia della civiltà contro la barbarie...
IL NONNO
Avete sentito? A Milano c'è il terrorismo; ogni giorno ne ammazzano
uno e voi volete andare a Milano. Quando noi eravamo in America non c'erano
tutte queste vigliaccate; si lavorava duro, ma almeno si stava
tranquilli...
CECILIA
E dai con 'st'America!
Scena 13. Esterno, sera. Alla stazione.
Agostino è al centro di un gruppo di persone. Due grosse valigie
sono poggiate per terra. Suo padre gli è accanto. Un conoscente, in
divisa da ferroviere e una valigetta di servizio, percorre il marciapiede
lungo i binari; passando saluta il padre di Agostino:
FERROVIERE
Parte l'ingegnere?
Il padre si distacca dal gruppo e gli si avvicina:
IL PADRE
E sì, va dal fratello a Milano; qua purtroppo non è possibile
trovare lavoro nemmeno con il titolo. Pazienza! Là forse si
troverà meglio; Rocco è fuori ormai da anni e gli farà
un po'la strada.
FERROVIERE
Ma sì, ma sì, fa bene; là si farà una
posizione; e poi, chissà, in seguito potrà anche tornare.
Arrivederci...
IL PADRE
Arrivederci!
Il ferroviere si avvicina ad Agostino e lo saluta, stringendogli la mano:
FERROVIERE
Buon viaggio, Agostì, e buona fortuna.
Arriva il treno, fischiando, mentre tutti i viaggiatori in attesa si
dispongono lungo il marciapiede, parallelamente al treno. Il padre di
Agostino sembra commosso. Non dice nulla; tira fuori dalla tasca il
fazzoletto e si asciuga gli occhi con un gesto che pare innaturale in un
uomo dall'aspetto così duro e incallito dal lavoro e dal sole.
Agostino bacia i presenti uno dopo l'altro. Sale sul treno, si affaccia al
finestrino; saluta con la mano, mentre il treno comincia lentamente a
muoversi.
LA MADRE
Scrivi ogni tanto.
Agostino annuisce; il treno si allontana; tutti salutano con la mano.
Scena 14. Interno, sera. Sul treno.
Agostino siede nello scompartimento, affollato di altri viaggiatori,
emigranti come lui. Ha lo sguardo nel vuoto, quasi assente; pensieroso.
Appoggia la testa allo schienale e chiude gli occhi.
Scena 15. Interno, mattino. Sul treno.
Agostino riapre gli occhi. Dà uno sguardo fuori dal finestrino,
attraverso il vetro semiappannato. Riesce a vedere il cielo grigio,
offuscato dalla densa foschia. Si stira un po', si stropiccia gli occhi, si
alza. Va nel corridoio; con la mano spanna il vetro e gli appare il
paesaggio malinconico della Lombardia. Vede gli ultimi prati verdi, con
qualche cascina, prima della zona urbanizzata. Un ragazzo nello
scompartimento accende una radiolina, a volume alto. Si sente il segnale
orario delle 7,30 e la prima notizia del giornale.
GIORNALERADIO
Questa mattina c'è stato un altro tragico attentato terroristico a
Milano. Alla fermata della metropolitana di Rovereto, un dirigente della
Perretti, l'ing. Roberti, è stato ferito da un commando terroristico
composto da tre individui che lo aspettavano proprio all'uscita del
vagone.Gli hanno sparato alle gambe ferendolo gravemente. La vittima
è ora ricoverata all'ospedale cittadino. La rivendicazione è
stata fatta con unatelefonata... (la voce gracchiante diventa
incomprensibile)
Il treno giunge nella periferia di Milano; si vedono i capannoni delle
fabbriche e poi man mano gli edifici alveari dei quartieri della cintura
urbana. Il treno comincia a rallentare. Entra nei capannoni della
stazione centrale. I viaggiatori si agitano preparandosi a scendere.
Agostino riprende le sue due valigie, le poggia nel corridoio; ultimo
sobbalzo e il treno è fermo. I vagoni si svuotano; Agostino attende
il suo turno e scende.
Scena 16. Esterno, giorno. Sul marciapiede della stazione.
Agostino fa qualche passo; dopo aver poggiato le valigie per terra, si
ferma guardandosi intorno. Gli va incontro un giovane che mostra la sua
stessa età: è Rocco, suo fratello, dalla barba lunga e
incolta, capelli di media lunghezza, abbigliamento piuttosto trasandato. I
due si abbracciano.
ROCCO
Come stai?
AGOSTINO
Bene; ho viaggiato bene, anche se non ho dormito per niente.
ROCCO
E a casa come stanno? Stanno bene, tutto come sempre.
Rocco appare piuttosto freddo nei confronti del fratello; si incamminano
insieme, una valigia per uno, e scendono verso la metropolitana.
Scena 17. Interno, giorno. Metropolitana.
AGOSTINO
E tu stai bene?
ROCCO
Ah, sto bene.
AGOSTINO
Ti vedo abbattuto; che, non sei contento che sia venuto?
ROCCO
Certo che sono contento, solo speravo che almeno tu trovassi lavoro vicino
casa.
AGOSTINO
Non fa niente; da noi non c'è proprio nessuna
possibilità.Vuol dire che mi sistemerò qua, penso non mi
sarà difficile trovare un lavoro.
ROCCO
Facile non sarà; ma il problema più grosso è quello
della casa; non è semplice trovarne una decente a prezzo
accessibile.
AGOSTINO
Ma tu l'hai trovata, mi pare ...
ROCCO
E' quello che ho fatto sempre credere a voi, per non dare un dispiacere;
sì, un buco ce l'ho anch'io, ma non è una buona sistemazione.
Qua per l'affitto di una casa normale, se la trovi, quasi non basta il mio
stipendio di operaio; e tu sai che devo anche mandare qualcosa a casa ogni
mese per farli tirare avanti. Perciò ho solo una stanza, in un
quartiere popolare, e la divido con un amico; non sto proprio male, adesso
lo vedrai, ma la stanza ha i servizi in comune sul ballatoio, e per la
doccia bisogna andare ai bagni pubblici. Comunque, adesso che ci sei tu,
potremo vedere per una sistemazione migliore, appena avrai trovato un
lavoro.
I due escono dalla metropolitana; procedono a piedi, raggiungendo l'uscita
e sono all'aperto.
Scena 18. Esterno, giorno. Nelle strade di Milano.
Rocco e Agostino camminano, attraverso il traffico caotico della
città. Si allontanano dalla zona centrale; le strade si fanno
più strette, il traffico meno intenso, gli edifici più
modesti. Entrano in un ampio portone aperto, che immette nel cortile;
è una casa tipica della vecchia Milano, di mattoni rossi, a tre
piani, con le ringhiere che girano tutt'intorno e le porte di accesso
affiancate. I panni stesi rendono variopinto l'ambiente. Dalle porte
semiaperte proviene una certa rumorosità.
VOCI ALTE, DIALETTALI. QUALCHE RADIO ACCESA.
Un uomo anziano, affacciato alla ringhiera e con l'espressione visibilmente
compiaciuta, è davanti alla porta spalancata di casa sua, da cui
provengono ad altissimo volume le note della canzone napoletana: parole e
musica della canzone "Chist' è o' paese d'o sole".
Agostino e Rocco salgono le scale, raggiungendo il secondo piano; si
fermano davanti a una delle porte tutte uguali che Rocco apre con la
chiave, ed entrano.
Scena 19. Interno, giorno. Casa di Rocco. Esterno, giorno. Strade di
Milano.
La stanza è sufficientemente ampia; c'è una finestra che
dà sul ballatoio, a fianco della porta d'ingresso. Ci sono due
divani che fungono anche da letto; un tavolo al centro, un grande armadio
e, in un angolo, lavandino e rubinetto.
ROCCO
Sistemeremo il tuo letto contro questa parete.
Rocco prende una brandina ripiegata, l'apre e l'accosta alla parte libera
del muro. Intanto Agostino, impacciato, comincia ad aprire la valigia,
mettendo qua e là molta roba, che sembra affogare la stanza.
Qualcuno intanto entra; è un giovane che mostra qualche anno meno di
Rocco; è Andrea, il compagno di stanza di Rocco. Si rivolge a
Rocco:
ANDREA
Ah, è arrivato tuo fratello!
ROCCO
Sì, ti presento Agostino...
I due si stringono la mano.
ROCCO
A proposito, Andrea; Agostino è senza lavoro, se ti capita di sapere
che cercano qualcuno nella tua ditta, lui è ingegnere meccanico, ce
lo fai sapere; anche se non è un posto da ingegnere, fa niente,
l'importante che entri da qualche parte.
ANDREA
Mi informerò, anche se la cosa mi sembra improbabile, dal momento
che stanno licenziando.
ROCCO
Fa' quello che puoi, io chiederò nella mia ditta; anche là
non sarà facile, ho già accennato per un colloquio; tu
Agostino, ti presenterai, vedremo quello che succederà.
Scena 20. Interno, sera. Casa di Rocco.
Agostino è sdraiato sul divano intento a leggere. E' solo; il tavolo
è ingombro di piatti sporchi e avanzi della cena consumata. Ascolta
in sottofondo la musica da una radiolina. Improvvisamente sente bussare
alla porta in modo tanto forte che sobbalza...
FORTI COLPI ALLA PORTA
Si precipita ad aprire; nel frattempo sente altri 4-5 colpi ancora
più insistenti.
ALTRI COLPI ALLA PORTA
Agostino apre; con espressione di grande sorpresa, si vede davanti due
carabinieri in divisa; uno ha un mitra puntato, l'altro un foglio spiegato
in mano. Agostino appare allibito.
CARABINIERE
Rocco Sorrentino, sei tu?
AGOSTINO
No... no... non sono io...
CARABINIERE
Ma abita qua Rocco Sorrentino?
AGOSTINO
Eh, sì, abita qui... ma perché?
CARABINIERE
E tu chi sei?
AGOSTINO
Io sono suo fratello...
CARABINIERE
Abbiamo l'ordine di arresto per tuo fratello. Dobbiamo entrare per
controllare se è in casa.
AGOSTINO
Ma vi state sbagliando, c'è sicuramente un errore; non è
possibile; state scambiando persona...
CARABINIERE
Rocco Sorrentino, di anni 32, abitante in via Benzi numero 11...
AGOSTINO
Sì, è lui... ma non è in casa...
I carabinieri entrano con circospezione nella stanza, constatando
all'evidenza che non c'è nessuno.
CARABINIERE
Allora ci dici dov'è tuo fratello?
AGOSTINO
Ma non lo so...
CARABINIERE (rudemente)
Non è possibile, dì dov'è andato.
Agostino si riprende e con sicurezza:
AGOSTINO
Ma come devo dirvelo che non lo sooo (grida); in genere la
sera esce di casa e io resto qua; sono a Milano da pochi giorni e non
conosco nessuno.
I carabinieri desistono ed escono. Agostino è sconvolto; si muove
nervosamente, passeggia nel poco spazio della stanza. Mette la testa fuori
della finestra per vedere se arriva qualcuno o se i carabinieri sono andati
via definitivamente. E' impaziente. Dopo un po' ha un sobbalzo; sente dei
passi che si avvicinano, poi il rumore della chiave nella toppa. E' Andrea,
che entra. Vede subito la faccia sconvolta dell'altro e chiede:
ANDREA
Cos'è successo? Perché quella faccia?
AGOSTINO (con concitazione)
Andrea, dov'è Rocco, dov'è, presto!
ANDREA Ma che è successo?
AGOSTINO
Non l'ho capito nemmeno io, sono venuti i carabinieri, han detto che lo
cercano, che avevano un mandato di arresto. Dov'è Rocco, lo sai?
ANDREA (rabbuiandosi)
Vado a cercarlo e se lo trovo lo informo; andrò al bar dove spesso
la sera
incontra gli amici.
Andrea esce.
21. Interno, mattino. Casa di Rocco.
Andrea e Agostino, ancora in pigiama, si sono alzati da poco. Agostino ha
la faccia di chi non ha chiuso occhio tutta la notte.
AGOSTINO (quasi tra sé)
Chissà che fine avrà fatto Rocco.
ANDREA
Ieri sera gli spiegai come stavano le cose; non mi disse cosa avrebbe
fatto, ma sicuramente è nascosto da qualche parte.
AGOSTINO
Ma lui come ha preso la cosa?
ANDREA
Ma ... non mi sembrava proprio sorpreso; era piuttosto preoccupato per
te.
Andrea è pronto per uscire.
ANDREA
Ti saluto, ci rivedremo stasera. A te conviene non uscire di casa, dovesse
arrivare qualcuno.
AGOSTINO
Di qua non mi moverò.
Andrea esce. Agostino si muove per la casa, impaziente. Poco dopo sente
bussare alla porta.
COLPI ALLA PORTA
Agostino si precipita ad aprire. Si ritrova dinanzi ancora i due carabinieri della sera precedente.
CARABINIERE
Allora? Tuo fratello è tornato?
AGOSTINO
No, che non è tornato.
Uno dei carabinieri gli mostra un foglio e dice:
CARABINIERE
Dobbiamo perquisire la casa.
I due entrano. Agostino rimane immobile, in piedi, senza parola. Quelli
intanto guardano in ogni angolo della stanza, cercando sia tra gli oggetti
che tra i libri e i giornali. Tirano fuori i cassetti e rovistano fino in
fondo, lasciando tutto in disordine. Non sembra che trovino nulla di
interessante. L'operazione è conclusa; portano via solo una vecchia
agenda tirata fuori da un cassetto.
Di fronte all'espressione di disappunto di Agostino:
CARABINIERE
Noi abbiamo finito; ci dispiace per il disordine, ma sono ordini
superiori.
Agostino è di nuovo da solo; guarda, avvilito, il soqquadro lasciato
dai due nella stanza. Comincia lentamente a mettere ordine. Sente ancora
bussare alla porta.
COLPI ALLA PORTA Sobbalza e va andare ad aprire; si vede
davanti un giovane, sui vent'anni, dall'aria frettolosa; sembra arrivato di
corsa, poiché è ansimante. Si presenta subito, prima che
Agostino gli faccia domande.
IL GIOVANE
Sono un amico di Rocco; ecco, questa è la lettera per te.
Gli porge una lettera.
IL GIOVANE
Rocco ti fissa un appuntamento; segui scrupolosamente quanto ti scrive. E'
tutto; ora devo andare via.
Non dà ad Agostino nemmeno il tempo di riprendersi per fargli
qualche domanda. Agostino rimane con la lettera in mano; chiude la porta
per bene; straccia la busta e tira fuori un foglio di poche righe, scritte
a macchina. "Ci vediamo domani mattina davanti al bar della Motta,
esattamente alle 10,30. Guarda attentamente di non essere pedinato; in tal
caso l'appuntamento è rimandato al giorno successivo. Straccia
subito questo foglio. Rocco"
Scena 22. Esterno, giorno. Strade di Milano.
Agostino cammina a passo deciso e con circospezione, ogni tanto girando
indietro e intorno lo sguardo. Dopo aver svoltato più volte per le
strade, appare sullo sfondo il Duomo. Si guarda ripetutamente intorno;
ricerca il bar della piazza. Scorge l'insegna e vi si dirige. Entra.
Scena 23. Interno, giorno. Bar della Motta.
Agostino si avvicina alla cassa; poi al banco.
Controlla l'orologio. Si guarda intorno; c'è molta gente, ma non
vede suo fratello. Il caffè è pronto e porta la tazzina alla
bocca, alzando la testa e approfittando per dare uno sguardo tutt'intorno.
Scorge così in fondo al bar, seduto davanti a un tavolo, qualcuno
con la testa coperta dai fogli spiegati di un giornale. Aspetta che il
volto compaia allo scoperto. Avendo bevuto il suo caffè, Agostino si
allontana dal banco, cercando l'angolazione migliore per poter scorgere il
volto della persona individuata. Sebbene a fatica, riconosce Rocco: ha
cambiato completamente aspetto; è elegante, con aria quasi distinta;
indossa un vestito con giacca a cravatta; s'è accorciato di molto i
capelli; anche la barba è corta e ben curata. Rocco ha già
visto suo fratello, coglie il momento per alzarsi dal tavolo e piegando il
giornale e gli si avvicina. Rocco va verso l'uscita e fa cenno con lo
sguardo di seguirlo. Si trovano così fianco a fianco fuori, sulla
piazza.
Scena 24. Esterno, giorno. Piazza Duomo.
ROCCO
Non farmi domande. Lo so che ti devo delle spiegazioni. Da questo momento
in poi non so né quando né se ci rivedremo ancora.
Sarò comunque sempre io a farmi vivo e a darti indicazioni. Tu non
devi fare parola a nessuno, proprio a nessuno, di tutto questo.
I due continuano a camminare.
AGOSTINO
Ma cos'è successo?
ROCCO
Sono ricercato dalla polizia per fatti di terrorismo. Faccio parte di una banda
e finora sono riuscito a conciliare questo con la mia vita normale. Adesso
mi hanno scoperto; devo abbandonare tutto e sarò
latitante.
Escono dalla piazza e si incamminano su strade secondarie.
ROCCO
Andiamo di qua, usciamo dalla piazza, che è troppo esposta.
Cominciai a interessarmi di politica nei primi mesi che ero a Milano, nella
sezione sindacale della fabbrica. Fu allora che mi resi conto che i miei
problemi non erano solo miei, ma comuni a tanti altri come me, a tante
generazioni come la nostra, costrette a vivere male, a essere sfruttate, a
emigrare. Ne incontrai a centinaia, qua, di persone come te e come me, di
famiglie come la nostra, scacciate dalla propria terra, emigrati in cerca
di lavoro, spesso senza un mestiere, poiché i loro vecchi mestieri
qui non esistono più. Molti giovani erano andati a scuola come noi,
ed erano in grado di capire come andavano le cose. Ci hanno dato la
cultura, i mezzi per capire soltanto, ma niente altro per poter cambiare la
nostra condizione.
AGOSTINO
Ma non concepisco come tu sia arrivato a questo punto; e non hai mai
pensato a noi, a papà? Che diranno a casa quando verranno a
sapere?
ROCCO
Spero lo sappiano il più tardi possibile o addirittura mai. So bene
che potrebbero morire dal dolore, come dal dolore furono uccisi moglie e
madre molto anziana del nostro antenato Pietro Sorrentino.
AGOSTINO
Chi è Pietro Sorrentino e che c'entra? ... forse parli di Pietro
Sorrentino, che manca tra i ritratti appesi ai muri della nostra casa?
ROCCO
Sì, proprio lui; e il suo ritratto è stato tolto di mezzo per
cancellare il ricordo della fine misteriosa, che qualche vecchio del paese
forse ricorda ancora. Siccome io non so quale potrà essere la mia
sorte, è bene che tu conosca quella triste vicenda affinché
non venga dimenticata.
AGOSTINO
Ora capisco perché quando ritrovai per caso il suo ritratto nel
cassetto e pensai di farlo incorniciare, la cosa che stranamente
finì nel nulla. Io l'avevo portato a mastro Giovanni, ma dopo
qualche giorno papà mi riferì che il ritratto era andato
perduto perché il ragazzo del falegname distrattamente vi aveva
rovesciato il barattolo della colla; così non se ne fece più
nulla. Ma qual è il mistero di quella storia e a te chi l'ha
raccontata?
ROCCO
Me la raccontò proprio papà, dopo il mio trasferimento a
Milano, la prima volta che tornai al paese. Forse sarebbe stato meglio non
averla mai conosciuta, poiché da allora non ha smesso di rimuginarmi
nella mente. Il bisnonno Pietro morì in clandestinità, ferito
a morte dai carabinieri, in uno scontro avvenuto in campagna e sepolto dai
suoi stessi compagni nella pietraia di Santogiulio, la terra che ora
è di papà. Morì tra le braccia dei suoi compagni, ai
quali espresse la volontà che la sua triste fine non fosse né
resa pubblica per evitare vendette, né dimenticata, affinché
i suoi figli e i figli dei figli conoscessero l'infame inganno tramato a
suo danno dai ricchi del paese.
Scena 25. Ritratto di Pietro Sorrentino.
Bianco e nero.
Primo piano del ritratto di Pietro Sorrentino.
ROCCO (fuori campo)
Pietro Sorrentino divenne brigante, era il 1862, per vendicarsi di un
terribile torto subito ad opera di un "galantuomo" e dei suoi
amici.
Scena 26. Esterno, giorno. Porto di Napoli.
Bianco e nero.
Una nave a vapore del secolo scorso è ferma nel porto di Napoli,
ormeggiata alla banchina, dove gli emigranti, in gran numero e brulicanti
come formiche, si accingono all'imbarco. Per la maggior parte sono uomini,
ma non mancano donne e bambini. Per lo più malvestiti e tutti con
ingombranti pacchi, valigie e persino bauli.
ROCCO (fuori campo)
Pietro Sorrentino era stato in America, emigrato, per dieci anni e aveva messo da parte un buon gruzzolo.
Scena 27. Esterno, giorno. Porto di Napoli.
Bianco e nero.
Pietro Sorrentino scende dalla nave, sorridente, bacia moglie e figli,
fermi sulla banchina ad aspettarlo.
ROCCO (fuori campo)
Pietro tornò a casa nel 1862, quando venivano messe in vendita le
terre della Chiesa espropriate.
Scena 28. Esterno, giorno. La pietraia di Santogiulio.
Bianco e nero.
Pietro Sorrentino è nella pietraia davanti al cascinale
semidiroccato (visto nella sequenza 2. e nella sequenza 8.)
ROCCO (fuori campo)
Con i soldi risparmiati nonno Pietro comprò uno di questi pezzi di
terra messi in vendita; e così la terra di Santogiulio, che
papà lavora ancora, divenne sua. Aveva finalmente qualcosa di suo
per mantenere la numerosa
famiglia.
Scena 29. Esterno, giorno. In campagna.
Bianco e nero.
Il possidente don Domenico, su un calesse e in abbigliamento da signore
dell'epoca, osserva con attenzione dalla strada la sua distesa di terra,
adiacente a quella di Pietro Sorrentino.
ROCCO (fuori campo)
Ma la cosa non andò a genio al suo vecchio padrone, don Domenico, di
cui nonno Pietro era stato massaro e che gli giocò un
tranello.
Scena 30. Interno, giorno. Nello studio di Don Domenico.
Bianco e nero.
Don Domenico, chino sulla scrivania a guardare la mappa catastale, traccia
con una penna i confini della terra di Pietro Sorrentino, che si insinua
stretta e lunga nel suo vastissimo latifondo.
ROCCO (fuori campo)
Don Domenico aveva acquistato subito dopo tutta intera un'immensa distesa
di terra, in cui si inseriva come una lingua quella di nonno Pietro.
Scena 31. Interno, giorno. Nello studio di Don Domenico.
Bianco e nero.
Domenico dietro alla sua scrivania, parla al suo segretario, che ossequioso
lo ascolta.
DON DOMENICO
... devi chiedere perciò al massaro Pietro Sorrentino la nostra
estensione, creando intralci per i lavori. Cerca di convincerlo,
dicendogli che gli faremo un buon prezzo.
IL SEGRETARIO
Va bene vossignoria, sarà fatto al più presto.
Scena 32. Esterno, giorno. Pietraia di Santogiulio.
Bianco e nero.
Il segretario parla con Pietro Sorrentino:
IL SEGRETARIO
...sarà comunque un buon affare per voi.
PIETRO SORRENTINO
Ma non posso venderlo; l'ho appena comprato; e poi ho già iniziato
i lavori di miglioria...
Scena 33. Interno, sera. Casa di Don Domenico.
Bianco e nero.
Don Domenico è seduto insieme ad altri tre eleganti uomini in un
lussuoso salone intorno a un tavolo tondo: sono il farmacista del paese, il
notaio e un altro possidente terriero. Parlano animatamente, alternando
atteggiamenti di serietà a frequenti scoppi di risa.
TUTTI (improvvisamente)
Ah ah ah.. ah ah ah ...
DON DOMENICO
... 'sto Pietro Sorrentino non sa né leggere né scrivere e
firma con la croce. I testimoni per rendere valida quella firma siete voi
due; tu sei il farmacista, e chi potrà dubitare della tua parola?, e
tu, un altro galantuomo esperto di queste cose e al di sopra di ogni
sospetto. Nessuno metterà in dubbio la vostra parola, e tu come
notaio prenderai atto dell'avvenuta vendita. Al massaro faremo capire che
mi concede solo il passaggio da una parte all'altra dei miei terreni
creando un viottolo sulla sua proprietà, e così saranno
giustificati i quattro soldi che gli daremo per avere
l'assenso.
Scena 34. Interno, giorno. Casa dei Sorrentino.
Bianco e nero.
Pietro Sorrentino è nello stanzone della sua casa, insieme alla
moglie, alla vecchia madre e a cinque ragazzini al di sotto dei dieci anni.
Sembra quasi invasato dallarabbia, gridando a voce altissima e
gesticolando scompostamente:
PIETRO SORRENTINO
...mi hanno rovinato... mi hanno rovinato... dieci anni d'America mi hanno
rubato, m'hanno preso tutto, m'hanno buttato sulla strada... me la
pagheranno... me la pagheranno...
La moglie gridando e piangendo:
LA MOGLIE
Pietro, calmati, non disperarti, vediamo se si può fare qualcosa...
PIETRO SORRENTINO
Ma che si può fare, che si può fare, niente si può
fare, li posso solo ammazzare...
Pietro Sorrentino improvvisamente abbassa la voce; sembra ritornato in
sé; determinato a fare qualcosa.
PIETRO SORRENTINO
Sentite, io partirò; partirò di nuovo per l'America, questo
si deve sapere in giro. Invece la verità è che (abbassa
la voce facendosi capire solo dalla moglie) mi faccio brigante; me
ne andrò con gli altri nella macchia; così potrò
vendicarmi, e gli altri mi aiuteranno. Dopo aver fatto la mia vendetta,
allora sì, potrò tornare.
Urla improvvise della moglie, cui si aggiungono i pianti dei bambini,
formando un unico coro di disperazione.
TUTTI (urla e pianti)
Noooo... noooo...
Scena 35. Esterno, giorno. Nella pietraia di Santogiulio. Nella
macchia.
Bianco e nero.
Poco distante dalla macchia, sulla radura in cui sorge il solito cascinale,
quasi al limite tra il terreno boscoso e la terra coltivata (la pietraia di
Santogiulio), una banda di briganti bivacca intorno a un fuoco acceso;
tutti, il fucile posato per terra, addentano con voracità grossi
pezzi di pane. Fra di essi è riconoscibile Pietro Sorrentino.
UNO DEI BRIGANTI
Rientreremo in città all'imbrunire; arriveremo al palazzo di don
Domenico, compatti, dalle spalle dell'edificio. Una volta davanti al
portone lo sfonderemo; abbiamo già lasciato un tronco sulla strada e
servirà per questo.
Quattro di voi resteranno giù di guardia, velocemente il fuoco a
tutto quello che troverete; alla fine incendierete la paglia delle stalle
che sono dietro al palazzo.
UN ALTRO BRIGANTE
La ritirata la faremo al mio segnale; partiremo tutti insieme; ma se
dovessero nascere sorprese ognuno prenderà la strada per conto suo
e ci ritroveremo proprio qua.
All'improvviso, uno di essi, appostato a poca distanza a fare da guardia,
lancia un fischio, segnalando l'arrivo di qualcuno. Tutti balzano in piedi,
afferrando il fucile e cercando una posizione defilata dietro il cascinale.
Dal sentiero che attraversa la terra coltivata e che porta al paese compare
un drappello di carabinieri a cavallo. Avanzano schierati. Appena sono a
distanza sufficiente, i briganti aprono il fuoco. I carabinieri si
scompongono, alcuni scendono da cavallo e comincia un fitto scambio di
colpi.
COLPI DI FUCILE
I carabinieri sono più numerosi e riescono ad avanzare, sebbene
alcuni di essi vengano colpiti e sbalzati da cavallo. Ma a un certo punto
la loro avanzata rende insicura la posizione dei briganti, che , uno alla
volta, abbandonano il riparo del cascinale e arretrano, trovando rifugio
nella vicina boscaglia. Ciò avviene mentre la sparatoria continua,
lasciando per terra caduti da entrambe le parti.
COLPI DI FUCILE
Ora tutti i briganti sono ormai mimetizzati nella macchia, mentre i
carabinieri trovano riparo dietro al cascinale , prima occupato dagli
avversari (siamo alle scene della sequenza iniziale 1., che sarà
ripresa e ampliata).
Uno dei briganti, però, ben nascosto dietro un albero, si ferma a
guardare indietro, osservando i corpi dei suoi compagni rimasti a terra.
Sembra che uno si muova. Lo fissa attentamente; pare ancora vivo. Si guarda
intorno circospetto, con l'evidente intenzione di avvicinarglisi; dà
veloci occhiate in tutte le direzioni per accertarsi di non essere scorto
dai carabinieri.Sembra consapevole del rischio che corre, ma è
determinato. Si porta avanti di qualche metro, nascondendosi dietro
l'ultimo cespuglio. Dà un'occhiata definitiva intorno e parte veloce
in direzione del compagno ferito, tenendosi con il corpo il più
possibile abbassato. Raggiunge il compagno; gli si inginocchia vicino; con
sforzo gira il suo corpo, adagiandolo bocconi. Il ferito è Pietro
Sorrentino; è stato colpito alla spalla destra. Con evidente sforzo
se lo carica addosso e comincia a trasportarlo verso il luogo della
ritirata dei compagni. Fa pochi passi, quando una scarica di fucili, dalla
direzione dei nemici, lo sfiora.
COLPI DI FUCILI
Un carabiniere era rimasto appostato a osservare la scena e aveva sparato
al momento giusto. Il brigante riesce comunque a mettere in salvo il ferito
e se stesso, entrando nella macchia. I suoi compagni riattaccano
riprendendo a sparare.
COLPI DI FUCILI
Due dei briganti si sono spostati lateralmente, aggirando in parte la
postazione dei carabinieri e cominciando a sparare sul fianco.
COLPI DI FUCILI
La sparatoria è fitta, alla fine i carabinieri sono costretti ad
abbandonare il cascinale, essendo scoperti sul fianco. Si allontanano
così nella direzione dalla quale erano giunti, mentre i briganti
sparano gli ultimi colpi, riprendendo la posizione più sicura
intorno al cascinale.
COLPI DI FUCILI
Scena 36. Esterno, giorno. Nella macchia.
Bianco e nero.
Pietro Sorrentino, moribondo, circondato dai suoi compagni, pronuncia a
fatica le sue ultime parole:
PIETRO SORRENTINO
...ormai per me è finita... mi hanno ucciso per l'ultima volta...
tutta la mia vita è stata contro di me... ma non mi sono arreso...
ho combattuto fino alla fine... parlate voi a mia moglie... e a mia
madre... pensate voi ai miei bambini... tu Ciccio, quando il mio primo
figlio sarà grande abbastanza, gli racconterai com'è finita
la mia vita, e che nessun altro lo sappia, per evitare vendette sui miei
figli innocenti... ma uno di ogni generazione fino a quando ci saranno
discendenti nella mia famiglia, deve sapere e ricordare gli inganni e i
torti della mia vita, questa mia vendetta strozzata, perché non
vengano dimenticati... vendicatemi voi per ora... se potete... pensate ai
miei figli...
Pietro Sorrentino spira. Uno dei compagni, proprio Ciccio, gli chiude gli
occhi rimasti sbarrati.
Scena 37. Esterno, giorno. Pietraia di Santogiulio.
Bianco e nero.
I briganti stanno scavando una fossa proprio vicino al cascinale; la terra
è pietrosa, tanto che a tratti schizzano schegge sotto i colpi del
piccone lasciato cadere con forza. Quando si è scavato abbastanza,
il corpo del defunto, già avvolto in una coperta, viene adagiato
sul fondo, mentre, passandosi la pala, ritualmente uno dopo l'altro,
lasciano cadere la terra per colmare la fossa.
Scena 38. Interno, giorno. Casa dei Sorrentino.
Bianco e nero.
Una donna (la moglie di Pietro), vestita di nero, ripresa di spalle, sale
su una sedia, toglie dalla parete della stanza il ritratto del marito (il
movimento sarà molto lento, solenne, come la musica).
MUSICA SOLENNE
Scena 39. Esterno, giorno. Pietraia di Santogiulio.
Bianco e nero.
Nella terra di Santogiulio, un cipresso sorge sul luogo esatto in cui fu
sepolto Pietro.
ROCCO (fuori campo)
La volontà di Pietro fu rispettata. La sua storia non fu dimenticata
e così è arrivata fino a noi. Proprio sul luogo della
sepoltura, il figlio maggiore di Pietro piantò il cipresso, il solo
cipresso di tutta quella campagna, unico segno della sua sepoltura. Dopo
essere stato anche lui emigrato per molti anni in America, riuscì
però a riacquistare quella terra messa in vendita dal figlio di don
Domenico che aveva disfatto le ricchezze della famiglia con le sue storie
di donne e di gioco d'azzardo. Così la terra ritornò a essere
nostra.
Scena 40. Esterno, giorno. Per le strade di Milano.
Agostino e Rocco camminano ancora per strada, tra il rumore del traffico.
ROCCO
Questa storia mi ha martellato la testa per molto tempo. La nostra è
terra di emigranti; chissà per quante generazioni i nostri nonni
l'hanno lasciata, illudendosi che i loro figli così avrebbero
guadagnato il diritto di viverci per sempre; invece puntualmente vedevano
emigrare i figli, che poi si ripromettevano la stessa cosa. I nostri
antenati, i nostri nonni e padri emigrarono ignoranti e disperati; oggi
emigriamo con la cultura, ma con la stessa disperazione... adesso devo
andare, non posso trattenermi di più.
AGOSTINO
E quando ci rivedremo?
ROCCO
Proprio non lo so...
AGOSTINO
Ho paura di non rivederti più... dovrò sbrigarmela da solo,
io che pensavo che le cose qua fossero più facili. Devo cominciare
tutto daccapo e da solo. E pensare che quando ero al paese ho rinunciato
anche a impegnarmi con una ragazza, perché lo ritenevo un lusso che
non potevo permettermi, con i problemi che avevo con gli studi che non
riuscivo a concludere, e per evitare ogni distrazione. Ho rinunciato a
tutto, ho rinunciato a vivere in questi 33 anni.
ROCCO
L'hai detto, questo è il nostro destino: a trent'anni o si è
già scottati e bruciati dalla vita e si muore, o si deve cominciare
a vivere.
I due si fermano; si stringono la mano, guardandosi negli occhi per un
attimo, con fermezza. Rocco dà una lieve pacca sulla spalla al
fratello.
MUSICA DI FONDO MOLTO INTENSA FINO ALLA FINE
Si distaccano, prendendo le due direzioni opposte della strada. Rocco si
allontana più sicuro; Agostino fa passi più lenti, a testa
bassa. Dopo un po' si ferma e solo lui si gira a guardare il fratello che
si allontana; lo segue con lo sguardo, mentre quello si confonde pian piano
tra i passanti. Agostino volge gli occhi in alto, agli edifici che si
stagliano sullo sfondo del cielo, quasi a ingombrarlo.
FINE
© 400beats 1997
EMIGRANTI
di Tommaso Bavaro
CURRICULUM DELL'AUTORE
Nato nel 1949 a Giovinazzo (Ba) e ivi residente, laureato in filosofia,
giornalista pubblicista, insegna italiano e storia nelle scuole medie
superiori; è autore di varie pubblicazioni con note case editrici
(Mursia, Loescher, Calderini).
Tommaso Bavaro
Via Marziani, 52
70054 Giovinazzo (Bari)
Tel. 080-3945315
EMIGRANTI
di Tommaso Bavaro
SOGGETTO
La storia intreccia vicende del nostro tempo (il terrorismo degli anni settanta) con il fenomeno storico del brigantaggio all'indomani dell'Unità d'Italia. La saldatura avviene attraverso le diverse generazioni di una famiglia della Basilicata, e il loro tributo perenne e doloroso all'emigrazione.
Emigrante fu il nonno Pietro, che andò in America a metà Ottocento, per poter acquistare un fazzoletto di terra, che però gli viene estorto dal possidente don Domenico attraverso un raggiro. Perciò Pietro decide di vendicarsi dandosi alla macchia e diventando brigante. Morirà in uno scontro con l'esercito regio.
Questa triste storia viene tramandata segretamente, per evitare ritorsioni, al solo primogenito di ogni generazione, affinché non venga dimenticata.
I discendenti di Pietro, Rocco e Agostino, sono costretti a emigrare anch'essi, a Milano; l'uno operaio, l'altro appena laureato ingegnere. Ma la loro è una storia parallela di difficoltà economiche, di frustrazioni e impossibile desiderio di riscatto sociale.
Ben presto Agostino scopre la verità: suo fratello è un brigatista rosso ormai in clandestinità e in un incontro segreto, presagendo la propria fine, gli svela la storia del trisnonno Pietro.