
NIENTE DA PERDERE
di Salvatore De Mola e Alessandro Piva.
SINOSSI
Angelo, l'antennista è stato l'ultima persona a vedere quell'uomo elegante prima del suo volo oltre il cornicione. Ora sogna un biglietto aereo per andare lontano, ma quelli non perdonano.
NIENTE DA PERDERE
di Salvatore De Mola e Alessandro Piva.
SCENEGGIATURA
Scena 1. Interno, giorno. Casa borghese del centro di Roma. Titoli di testa.
Uno schermo televisivo. Neve. Improvvisamente, disturbato da fastidiose interferenze, compare il volto di Ambra, che dice qualcosa di molto divertente al microfono attaccato all'auricolare. Almeno, sembra che sia divertente, visto che tutte le sue compagne ridono. Ma l'audio del televisore è completamente abbassato.
Una signora di mezza età si allontana dal televisore, va verso la finestra e impugna il filo dell'antenna, che pende dall'alto. Lo strattona una, due volte. Dall'alto proviene una...
VOCE
Signora Vitelli, come va?
SIGNORA VITELLI
Un po' meglio. Si vede qualcosa.
VOCE
Ma quale canale?
SIGNORA VITELLI
Quello delle bambine, che ballano e cantano. Come si chiama
VOCE
Signora, e che ne so io? È lei che sta davanti alla televisione! Ma è la Rai?
SIGNORA VITELLI
No, non è la Rai...
Scena 2. Esterno, giorno. Terrazzo della casa borghese.
Tra una selva di antenne, all'altro capo del filo, c'è l'interlocutore della signora Vitelli.É Angelo, l'antennista, un giovane sui trent'anni dal fisico nodoso, il volto come rassegnato ad un broncio perenne. Sopra al maglione a collo alto indossa una salopette grigia, che risalta come una nuvola nel cielo terso di questo pomeriggio d'inverno. Intorno a lui, la città si distende con la sua solita, meravigliosa pigrizia. E anche Angelo non ha fretta. Deve solo domare un'antenna imbizzarrita dal vento, permettere alla signora Vitelli di tornare ad appassionarsi per le sue amate telenovelas.
ANGELO (affacciandosi al cornicione)
Allora, signora, restiamo d'accordo che non appena si vede bene, mi dà tre strattoni al filo. Va bene?
Il filo si muove nella mano guantata di Angelo per tre volte. La signora ha capito. Angelo sorride e si accende una sigaretta. Il fumo sale svogliatamente verso i rami delle antenne, e oltre, nel freddo azzurro del cielo.
Intanto alle spalle dell'antennista un uomo, vestito in modo elegante, con un borsello di pelle in mano, entra sul terrazzo e si avvicina al cornicione, badando a non fare rumore coi passi.
Ciononostante, Angelo si volta e lo vede. Riprende ad armeggiare con i sottili tubi di metallo che compongono l'antenna.
L'uomo si ferma vicino al cornicione, e fissa per un lungo attimo il suo sguardo sull'antennista. Posa con ostentata lentezza il borsello sulle tegole, quindi si volta a osservare la strada che scorre in basso, oltre la grondaia. Il sole balugina sul suo fermacravatte d'oro, perfettamente intonato alla cravatta regimental che indossa.
In quel momento Angelo, che ha ancora in mano il filo, lo sente muoversi per tre volte e si volta verso l'antenna che ondeggia.
VOCE SIGNORA VITELLI (contenta)
Ci siamo! Ecco Veronica!
Quando Angelo torna a voltarsi verso l'uomo misterioso, lui non c'è più. Ora, a riflettere la luce del sole sono i finimenti dorati del borsello.
Dalla strada sottostante proviene
UN URLO...
che scuote per un attimo Angelo, il quale fissava quasi inebetito il borsello.
Il filo continua a muoversi ritmicamente nella sua mano immobile.
ANGELO (gridando seccamente)
Signora, ho capito!
Il filo smette di muoversi. Angelo rimette a posto gli arnesi nella sua valigetta, bombata e consumata, e lancia un'ultima occhiata al borsello sul cornicione.
Scena 3. Interno, giorno. Casa borghese.
Angelo entra nel salotto della signora Vitelli, ordinato e pulito. Merletti di trine e soprammobili ricercati circondano l'apparecchio televisivo, che troneggia poco distante dalla finestra.
Il filo bianco che lo collega all'antenna è teso attraverso la finestra aperta, e ondeggia ancora al vento gelido.
La signora Vitelli guarda fisso lo schermo, su cui un'attrice, Veronica Castro, star delle telenovelas, fa fatica a trattenere le lacrime. La signora ha ancora in mano il filo dell'antenna ed è fasciata da un foulard che la protegge dalla corrente, come la vestaglia di lana, che è abbottonata fino al collo.
Angelo è accigliato; si siede al tavolo di mogano e tira fuori dalla borsa il blocchetto delle ricevute fiscali. Dalla finestra aperta provengono suoni concitati. Angelo si alza per chiuderla. Ma prima deve rimettere a posto il cavo dell'antenna, che sfila con delicatezza dalla mano della signora, intenta ad ammirare i turbamenti dell'attrice. Solo allora la cliente si accorge della sua presenza.
SIGNORA VITELLI
Proprio un bel lavoro, signor Angelo. Guardi come si vede bene. Quella è Veronica, c'ha un marito che la tradisce con la cameriera, mentre lei è innamorata fin da quand'era piccola di un nobile spagnolo...
Nel frattempo l'antennista ha fissato alla parete il cavo, terminando il suo lavoro.
ANGELO (spazientito)
Signora, io c'ho da fare. Se vuole saldare il conto... Sono ottantamila lire
UNA SIRENA DELL'AMBULANZA
irrompe nella colonna sonora della telenovela.
SIGNORA VITELLI
E che c'entra mò l'ambulanza? Mi devo essere distratta
ANGELO
Signora, è da fuori che viene.
Sullo schermo irrompono delle persone visibilmente preoccupate.
SIGNORA VITELLI (spaventata)
Oddìo, dev'essere successa una disgrazia!
Angelo firma la ricevuta fiscale, la strappa dal blocchetto e la posa sul tavolo.
Nel video, Veronica non ce l'ha fatta più. È scoppiata in lacrime.
Scena 4. Interno/esterno, sera. Casa di Angelo.
Sullo schermo televisivo, circondato da volti dall'espressione incuriosita, e pressato da un microfono a gelato, Angelo non è a proprio agio. Lo sentiamo pronunciare queste parole:
ANGELO
È stato un attimo. Era dall'altra parte del terrazzo, e non ho potuto fare niente... Che ne sapevo che si voleva buttare?
VOCE GIORNALISTA
Ha detto qualcosa, prima di lanciarsi?
L'antennista non risponde. Come inaspettati bagliori, nella sua mente compaiono immagini di quei momenti. Lo sguardo fisso dell'uomo, il riflesso del sole sul suo fermacravatta, il suo borsello poggiato con enfasi sulle tegole. In un attimo Angelo si scuote e torna a mettere a fuoco l'intervistatore. L'unica risposta al giornalista è accompagnata da uno scrollare delle spalle.
ANGELO
Non so. Io stavo lavorando.
Ora la telecamera inquadra il mezzobusto del giornalista, che attacca con la chiusa del servizio:
GIORNALISTA
L'ipotesi più attendibile per gli inquirenti resta quella del suicidio. Il noto commercialista romano, da due mesi agli arresti domiciliari, aveva annunciato un memoriale che secondo indiscrezioni avrebbe potuto scatenare effetti esplosivi negli ambienti romani. Baroni era atteso domani dal Sostituto Mignacci per chiarire la sua posizione e far luce
Il mezzobusto del giornalista scompare e le immagini si susseguono rapide in una carrellata di telefilm, telequiz, televendite ecc.: è zapping.
Angelo azzera l'audio del televisore usando il telecomando. È seduto al tavolo di cucina, che è spartanamente apparecchiato per uno. È tarda sera. Sta finendo svogliatamente di mangiare una mozzarella e, ancora alle prese con l'ultimo boccone, raccoglie nel piatto gli avanzi della cena. Si alza.
Con le posate fa scivolare gli avanzi nella pattumiera. Apre il frigorifero ed estrae una bistecca, avvolta nella tipica carta bianca e rossa. Con l'involto in mano, si dirige verso il balconcino del suo appartamento al piano terra, e apre la finestra.
SQUILLA IL TELEFONO
Angelo indugia, e resta in ascolto. Scatta la segreteria.
VOCE SIGNORA VITELLI
Signor Angelo... Devo parlare? (una pausa. In sottofondo, l'audio di un televisore) Sono la signora Vitelli. Si ricorda, è venuto da me ad aggiustarmi l'antenna, stamattina. Volevo dirle No, per carità, il lavoro è venuto bene, però ha dimenticato una cosaÉ
Infastidito, Angelo esce sul balcone.
Mentre il messaggio dell'anziana signora si perde alle sue spalle, l'antennista preleva da un mobiletto di fòrmica un contenitore di plastica per alimenti, simile a quelli usati per conservare salumi e formaggi. Lo posa su un tavolino scolorito. Solleva il coperchio, rivelando una bistecca ormai putrefatta. E' completamente ricoperta di piccoli vermi giallognoli, che si contorcono sulla superficie scura della carne.
Angelo preleva i vermi con cura, raccogliendoli in un vasetto di vetro. Quindi toglie la bistecca marcita dal contenitore e la sostituisce con l'altra. Ripone la poltiglia maleodorante nella carta e accartoccia l'involto, tornando all'interno dell'appartamento.
SCATTO DELLA SEGRETERIA
Il messaggio è terminato. Accanto al televisore, la luce verde della segreteria ora lampeggia intermittente. La mano di Angelo solleva il ricevitore e compone un numero sulla tastiera del telefono.
Scena 5. Esterno/interno, notte. Casa di Angelo.
Dall'esterno la finestra illuminata della camera da letto di Angelo. Una giovane donna si china a recuperare i suoi indumenti. Si veste in fretta ed esce dalla stanza.
La luce si accende nella cucina. La donna si avvicina al tavolo e raccoglie alcune banconote. Le conta e le mette nella borsetta, una tracolla di vernice. Si infila un pellicciotto striminzito ed esce, accennando un frettoloso saluto in direzione della camera da letto. Prima di chiudere la porta spegne la luce.
Nella camera da letto, disteso nella penombra, Angelo non dorme. Le mani incrociate tra testa e cuscino, gli occhi puntati al soffitto. Uno sguardo senza pensieri, senza niente.
Scena 6. Esterno, giorno. Foce del Tevere (Fiumicino).
Nell'acqua una bottiglia di plastica, di quelle da un litro e mezzo, è trascinata dalla corrente. Nella sua rotta obbligata urta un galleggiante arancione e prosegue. Angelo è seduto su uno scoglio artificiale, lungo il canale che porta le acque del Tevere a sfociare in mare, tra Ostia e Fiumicino. Vestito con un giubbino trapuntato per ripararsi dal vento gelido, impugna una lunga canna da pesca, e calza stivali impermeabili. Accanto a lui c'è un vasetto di vetro pieno dei vermi giallognoli che già conosciamo. Sono gli stessi che pascolavano sulla bistecca. Angelo scoperchia il telo di garza che chiude il vasetto, prende una manciata di vermi e li lancia in acqua. Serve per atti rare i pesci.
Sparpagliati qua e là, accanto a lui o dall'altro lato del canale, vi sono altri uomini intenti in un'attività simile alla sua. Tutti sono rigorosamente soli.
Improvvisamente il galleggiante scompare sott'acqua e l'estremità della canna prende a vibrare. Angelo ritira velocemente il filo col mulinello. La canna si inarca contro il mare, e all'amo mostra un grosso pesce che si staglia argenteo contro il cielo limpido. Mentre la canna si leva in verticale, il pesce finisce tra le mani dell'antennista. Con noncuranza, Angelo libera il cefalo dall'amo e volge lo sguardo verso un altro pescatore che, a una decina di metri da lui, ha seguito l'operazione. Con un gesto gli offre il pesce. L'altro fa un cenno di assenso e Angelo, con strafottenza, getta la preda lontano, restituendola al fiume. I due si scambiano uno sguardo, e un sorriso.
Risistemata l'esca, l'antennista ritorna a lanciare la lenza, che viene trascinata via dal fiume marrone.
La voce di un uomo lo scuote:
VOCE UOMO
Che era malato, quel pesce?
Angelo inclina la testa verso il punto da cui proviene la voce. L'uomo che gli ha rivolto la parola, con le mani nelle tasche del cappotto chiaro, lo osserva qualche metro più indietro. Sul volto qualcosa di ironico, forse per la battuta appena detta.
ANGELO
No, era un cefalo. Noi puntiamo alla spigola. (tornando a guardare l''acqua). Pochi, ma buoni.
L'uomo sbotta in un sorriso stupito. Si avvicina all'antennista, avendo cura di non incastrare un piede tra gli scogli.
UOMO
Senti, scusa. Io so che tu mi puoi fare un grande favore.
Angelo si volta a guardare il viso dello sconosciuto. Aggrotta le sopracciglia. Torna a guardare l'acqua del canale.
ANGELO
Io non ti conosco.
UOMO
Io sì. Ti ho visto in televisione.
Angelo fa un cenno di assenso, come per dire: «ora capisco».
UOMO
Perché non rispondi al telefono, la sera?
Angelo si volta e lo guarda con diffidenza. L'uomo raccoglie il guscio di una cozza e lo lancia in acqua.
UOMO
Tu devi avere qualcosa che mi serve.
La punta della canna vibra con intermittenza: il pesce sta saggiando l'esca. Angelo non risponde. Forse perché non ha ancora capito a cosa si riferisce lo sconosciuto. Col mulinello recupera un po' di filo.
Pochi metri più in là, l'altro pescatore osserva tutta la scena. Da quella postazione, il frangersi della corrente del fiume contro il mare aperto copre le parole dei due uomini.
UOMO
L'hai preso tu, no?
Angelo dà uno strattone alla lenza e recupera lentamente filo. La canna ora vibra furiosamente. Il pesce ha abboccato, mentre alla mente dell'antennista affiora l'immagine del borsello sul terrazzo, i finimenti dorati che baluginano al sole. Angelo ha capito. E l'uomo perde la pazienza.
UOMO
Aho'! Mi rispondi?
Angelo
La polizia.
Uomo
La polizia, cosa?
ANGELO
Come faccio, con la polizia?
L'uomo scrolla le spalle, infilandosi le mani nelle tasche.
UOMO
Hai già fatto, con la polizia. Non gliel'hai consegnato. (si abbassa ad osservare il vasetto dei vermi) Abbiamo capito, sei stato furbo. (si volta con tono interrogativo verso Angelo) Quanto vuoi.
Angelo lascia che il pesce si agiti disperatamente. Recupera la lenza con ragionata lentezza. Respira profondamente, emette quasi un sospiro, tra sé.
Gli altri pescatori, sparpagliati sui due argini, sono impegnati ad attendere che le loro prede abbocchino. Anche il suo vicino. Seguendo la linea curva della lenza, il suo sguardo affonda nell'acqua torbida del fiume.
Angelo si volta a guardare verso lo spiazzo alle sue spalle: le solite sparute auto parcheggiate dai pescatori o dalle coppiette e, più vicino, una macchina di grossa cilindrata. Sul cofano è poggiato un giovane, apparentemente ben vestito ma dai lineamenti marcatamente rozzi. In particolare, il naso fortemente camuso dello scagnozzo colpisce l'attenzione dell'antennista, il quale volge ora lo sguardo verso l'uomo sconosciuto che gli ha chiesto il favore. Angelo accelera il riavvolgimento della lenza.
ANGELO
Cento milioni.
UOMO
(fingendo stupore) E quanto pesa, 'sto pesce.
Angelo non raccoglie. Interrompe il riavvolgimento del filo, senza guardare il suo interlocutore.
UOMO
(si alza) Ottanta si può fare.
L'uomo tende la mano ad Angelo. Questo prende ad osservare il grugno dell'altro, e la sua mano tesa. Infine gliela stringe.
UOMO
Bravo. Però stai attento a dove lo metti. Tienilo sempre vicino a te, hai capito? Ti chiamiamo stasera a casa tua. Fissiamo un appuntamento.
L'uomo si congeda, ma prima di avviarsi alla macchina precisa:
UOMO
Non fare cazzate. Mi raccomando.
E si allontana. Angelo resta assorto a contemplare l'estremità della canna da pesca, che a tratti si agita furiosamente. Quindi lancia uno sguardo alle sue spalle.
Lo scagnozzo monta rapidamente in macchina, avvìa il motore e apre lo sportello al suo capo, che sale a bordo. Tra Angelo e l'autista c'è un rapido scambio di sguardi, quasi che ognuno volesse fissare nella memoria i lineamenti dell'altro.
Con un gesto l'uomo dal cappotto chiaro ordina all'autista di ripartire. Non prima di aver accennato un saluto al nostro antennista.
Ora la canna di Angelo non vibra più: il pesce sarà riuscito a liberarsi, chissà se si trattava di una spigola, o di un cefalo.
Angelo riavvolge la lenza, sorregge la canna in verticale tra le gambe e ferma l'amo tra le dita. È privo di esca, nudo. Prende il vasetto dei vermi per innescare di nuovo. Indugia a osservare le larve che si accalcano nel contenitore, come cercando invano di raggiungere l'imboccatura.
Ma un rombo improvviso distrae l'attenzione di Angelo: dal vicino aeroporto di Fiumicino un aereo si sta levando in volo. L'antennista riconosce subito di che rumore si tratta, e torna a osservare le sue larve. L'aereo spunta dietro le case popolari che incorniciano il litorale innalzandosi in un attimo al di sopra di queste, verso il cielo azzurro spazzato dalla tramontana.
Nel barattolo intanto è avvenuta una metamorfosi: una mosca carnaria si agita nel contenitore, librandosi al di sopra delle larve. Ma la garza che ostruisce l'apertura ne impedisce la fuga.
Scena 7. Esterno, giorno. Auto di Angelo.
Angelo guida assorto nei suoi pensieri, attraverso quartieri alla periferia della città. Accanto a lui siede il pescatore a cui l'antennista aveva offerto il pesce poi gettato in mare, nella scena precedente. Anche quest'ultimo pare pensare ai fatti suoi. La Uno si ferma davanti a un palazzone. L'amico di Angelo scende e dal sedile posteriore raccoglie il suo equipag
giamento da pesca. Quindi si congeda:
PESCATORE
Angelo, ti saluto. Ci vediamo sabato prossimo.
Angelo è distratto, e tarda a ricambiare il saluto.
ANGELO
Eh? Sì, ci vediamo sabato. Ciao.
Lo sportello si chiude e l'auto riparte.
Scena 8. Interno, sera. Casa di Angelo.
Nella cucina della casa di Angelo è buio pesto, perché tutte le finestre sono sbarrate. La serratura della porta di casa scatta e Angelo entra. Accende la luce, e posa un sacchetto di plastica sul tavolo. Sul sacchetto è impressa la scritta «Pelletterie Carducci».
Accende il televisore. In onda le previsioni del tempo che precedono il telegiornale. Prima di togliersi la giacca estrae dalla tasca un portadocumenti sponsorizzato da un'agenzia di viaggi. Si siede e sfila dal portadocumenti un biglietto aereo, ancora fresco di stampante. Lo rimira con malcelata soddisfazione. Ma subito il suo sguardo è attratto dallo schermo televisivo, sul quale, nel bel mezzo della sigla del notiziario è comparso un effetto neve sempre più impetuoso, insieme ad un
FASTIDIOSISSIMO RUMORE
Angelo aggrotta le sopracciglia, abbassa l'audio agendo direttamente sulla tastiera del televisore, armeggia dietro l'apparecchio per sistemare meglio il filo dell'antenna, ma i disturbi continuano. L'antennista prende al volo la borsa dei ferri, a terra vicino alla porta d'ingresso, ed esce dall'appartamento.
RUMORI DI SCASSO
Un attimo, e dalla porta entra l'uomo col cappotto chiaro che abbiamo visto nella scena 6. Ha disegnato sul volto un ghigno maligno, come se avesse realizzato, con quella sua entrata in scena, la dimostrazione del teorema: «Meno male che esistono ancora i fessi».
Si avvicina al tavolo. Prende il biglietto aereo, lo guarda, sorride e poi lo lancia via. Il biglietto volteggia un po' nell'aria, quindi plana sul sacchetto della pelletteria. L'uomo si guarda intorno perlustrando l'ambiente.
Nel frattempo, sul video privo di audio le immagini cominciano a farsi più chiare: Angelo sta sistemando l'antenna.
Lo sguardo incredulo dell'uomo si posa sullo schermo televisivo sul quale scorrono: la facciata di un palazzo di giustizia, una foto del commercialista suicida, dettagli di cartelline che vengono aperte dalle mani guantate di un ufficiale dei carabinieri, documenti, mazzette di banconote, alcuni floppy disk accanto a un borsello che abbiamo già visto, e persino la signora Vitelli, molto imbarazzata ma anche eccitata davanti ad un grosso microfono a gelato, che indica il terrazzo di casa sua.
Il volto dell'uomo si è fatto crudele. Si avvicina al telefono di Angelo e compone un numero.
Mentre attende alla cornetta il suo sguardo si ferma su qualcosa: il sacchetto di plastica della pelletteria posato sul tavolo.
Dal sacchetto l'uomo estrae una scatola di cartone. All'interno un borsello fresco di fabbrica.
Dall'altro capo del telefono qualcuno risponde.
UOMO
Aho', fallo volare, a quello stronzo.
Scena 9. Esterno/interno, crepuscolo. Terrazzo del palazzo di Angelo/Casa della pubblicitaria.
Lo scagnozzo col naso camuso spegne il cellulare e abbassa l'antennina premendola contro il mento. Guardando dritto davanti a sé, scaccia ogni indecisione dalla sua mente. Quindi si muove, liberando alla vista una selva di antenne che si staglia in controluce.
Sul terrazzo, a ridosso del parapetto, Angelo sta rimettendo in sesto la sua antenna, che è stata quasi sradicata dall'ancoraggio. Con del nastro adesivo unisce il capo del filo strappato al terminale.
Le finestre del palazzo di fronte sono rischiarate dai bagliori bluastri dei televisori. Angelo le scorre con lo sguardo. Le variazioni di luminosità si inseguono nel buio oltre le cornici delle finestre. Sincroniche. Solo una stanza è illuminata da una luce diversa. La luce chiara di una lampada da studio. Nella stanza una ragazza dai capelli corti è chinata su un tavolo da disegno, intenta a realizzare uno slogan pubblicitario. Lettere colorate in strane forme campeggiano sul foglio bianco. La ragazza si alza, prende due fogli dal tavolo e si avvicina alla finestra. Poggia i due fogli sul vetro e inizia a ricalcare un disegno alla luce del lampione sottostante. Sul davanzale una serie di matite di diverso colore e tipo.
Sul terrazzo, Angelo sospende la sua operazione; incuriosito aguzza lo sguardo, cercando di riconoscere il disegno in trasparenza.
Nell'appartamento, guardando attraverso la finestra, la ragazza si accorge di Angelo. Interrompe il ricalco e lo fissa incuriosita.
I loro sguardi si incontrano per un attimo. Negli occhi di Angelo scorre un pensiero, rapido come un brivido. Forse una paura. Distoglie lo sguardo.
Nell'appartamento, la ragazza, distratta da quel che vede o le pare di vedere sul terrazzo di fronte, rompe la punta della matita sul vetro della finestra. Automaticamente, abbassa lo sguardo sul davanzale e, mentre con una mano fruga tra i pastelli alla ricerca di una matita nuova, con l'altra continua a reggere il disegno che sta ricopiando. Rappresenta un pesce con le ali, molto stilizzato.
Quando la ragazza rialza lo sguardo verso il terrazzo, Angelo non c'è più.
TONFO SORDO, POI RUMORE DI FRENATA
La ragazza guarda verso la strada, incredula.
Scena 10. Interno, sera. Salotto casa della signora Vitelli. Titoli di coda.
Molto bruscamente, una donna viene interrotta nella sua dichiarazione d'amore nei confronti di un baffuto omaccione dalla carnagione olivastra. A interromperla è la sigla del telegiornale di una TV locale.
La signora Vitelli, seduta sul divano e avvolta nella sua inseparabile vestaglia di lana, scivola lentamente nel sonno.
Sullo schermo scorrono le immagini di un servizio del telegiornale. Uomini dall'aspetto "insospettabile", accompagnati da agenti, escono dalla questura ed entrano ammanettati nelle pantere, i più cercando di nascondere il proprio volto agli obiettivi dei giornalisti. Tra gli altri si intravede l'uomo dal cappotto chiaro. L'ultimo a sfilare dinanzi alla telecamera è lo scagnozzo dal naso camuso, che spavaldo guarda davanti a sé. La signora Vitelli fa in tempo a svegliarsi proprio quando è il turno dell'assassino di Angelo. Lo guarda per un attimo, come in un sogno, e riprende a dormire.
Scorrono i titoli di coda.
© 400beats 1997
NIENTE DA PERDERE
di Salvatore De Mola e Alessandro Piva.
CURRICULUM
Salvatore De Mola
Si è laureato in Lettere con una tesi di Letterature moderne comparate, nel 1991.
Le sue sceneggiature Game over e Aria amara, scritte con Alessandro Piva, hanno conseguito, rispettivamente nel 1992 e nel 1993, la «Menzione speciale» al Premio Solinas.
Sempre insieme ad Alessandro Piva, nel 1996 ha scritto la sceneggiatura del cortometraggio Uno più bravo di te, diretto dallo stesso Piva e inserito nel film collettivo "Esercizi di stile", di prossima uscita.
Il copione per il cortometraggio Niente da perdere, scritto con il solito Piva e con la collaborazione di Mariangela Barbanente, è stato segnalato alla III edizione (1995) del premio I girasoli.
Ha partecipato, nel giugno del 1994, a un seminario di sceneggiatura tenuto da SOURCES a Frascati.
Attualmente lavora nelleditoria.
Salvatore De Mola
Nato a Bari il 28 giugno 1967.
Residente a Torre a Mare (Ba), in via A. Fenicia 13/a (cap 70045),
tel. e fax/modem 080/5432068.
Alessandro Piva
Dopo essersi diplomato in montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto con Salvatore De Mola le sceneggiature Game over e Aria amara, che hanno conseguito la «Menzione speciale» al Premio Solinas rispettivamente nel 1992 e nel 1993.
Ha realizzato diversi cortometraggi.
A zero ore, girato nel 1994, ha vinto il Premio Libero Bizzarri per il documentario (1995).
Ha diretto il cortometraggio"Uno più bravo di te" nellambito del film collettivo" Esercizi di stile", di prossima uscita.
Sta preparando il suo esordio nella regia di lungometraggio con la realizzazione di "Aria amara".
Vive e lavora a Roma.
Alessandro Piva
Nato a Salerno l8/4/1966.
Tel. e fax/modem 06-4465239.
NIENTE DA PERDERE
di Salvatore De Mola e Alessandro Piva.
SOGGETTO
Angelo aveva visto tutto.
Su quel tetto, mentre riparava l'antenna della signora Vitelli, nei suoi occhi si erano fermate le immagini dell'uomo elegante, del borsello nelle sue mani, del suo volo oltre il cornicione.
Solo il corpo spiaccicato non aveva voluto vederlo.
L'ultima immagine che ricordava, di quella mattina d'inverno insolitamente calda, era il borsello poggiato al cornicione.
E la signora Vitelli che lo ringraziava per averle restituito le sue amate telenovele.
Dalla televisione, Angelo apprese che il suicida era un noto commercialista inquisito, che aveva promesso importanti rivelazioni su una banda di malviventi che imperversava nella Capitale.
Ma era soltanto una delle notizie del telegiornale. Non gli pareva che potesse riguardarlo. Nemmeno l'intervista che gli aveva fatto il giornalista della tv l'aveva sottratto al flusso monotono della sua vita da solitario.
Quando il gangster lo cercò, il pomeriggio successivo, e gli chiese se aveva qualcosa che poteva interessarlo, Angelo rispose di sì.
Ottanta milioni. Un po' troppo, per un borsello.
Tanto, Angelo non aveva niente da perdere. Li avrebbe fregati, e avrebbero pagato per niente. Per un borsello vuoto.
E dopo, il volo.
Angelo sognava di volare, e aveva già comprato il biglietto. Ma quella è gente pericolosa. Che non ama i bluff.
E Angelo volò. Volò lo stesso. Ma senza biglietto.
© 400beats 1997