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Intervista a Ruth Ware, autrice del libro “Il gioco bugiardo”

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 30/01/2018 09:12

Ho afferrato al volo l’opportunità di intervistare Ruth Ware durante una sua visita a Milano. Mi sarebbe piaciuto farlo fin da quando avevo letto “La donna della cabina numero 10”, perché avevo apprezzato l’ambiguità della storia. E ora, leggendo “Il gioco bugiardo”, il libro mi aveva più che mai incuriosito con la trama ambientata nelle ‘terre basse’ della Gran Bretagna che non conoscevo e con una vicenda che inizia con un’amicizia tra ragazze quindicenni in un collegio e che prosegue con un segreto che è ora di affrontare.

 

Vorrei iniziare dai due personaggi che ho amato di più e che ho trovato affascinanti: esiste il Mill, il mulino ad acqua? Esiste, magari con un altro nome, un luogo chiamato Salton?

Sì e no. Salton come cittadina non esiste. Quattro o cinque ani fa, però, sono andata in vacanza nel Nord della Francia, a St. Suliac, un piccolo villaggio di pescatori descritto come uno dei più belli della Bretagna. Sulle case erano appese reti da pesca che sembravano gigantesche ragnatele, aveva un’aria un po’ strana, un po’ spettrale, ma l’atmosfera, con queste reti in cui erano imprigionati anche granchi o pesci morti, era straordinaria. E una mattina, prendendo la strada per uscire da questo paesino, ho visto un edificio, un mulino ad acqua. Era un rudere, non ci si sarebbe potuto abitare, senza pavimenti, ma era molto bello, e ho deciso che dovevo metterlo in un libro. Ho preso questo villaggio e l’ho trapiantato in Inghilterra nella zona acquitrinosa di Romney Marsh- ci passavamo da bambini, è un paesaggio piatto, secoli fa era mare e poi la terra è affiorata. E’ molto bello, soprattutto la mattina con la nebbiolina. Ecco, ho spostato St. Suliac nella Romney Marsh.

 

E la deliziosa baby Freya: esiste e le ha dato la sua non-voce e la sensazione del legame speciale tra mamma e bambino?

No, non esiste. Nei miei primi due libri le protagoniste erano due donne single, ma io sono sposata e ho due bambini. Mi sono chiesta perché non scrivere, in questo libro, di una donna nella mia situazione, della noia della vita con due bambini. Quando guardo un film mi secca se un bambino viene introdotto sulla scena per un paio di minuti e poi, quando incomincia a diventare una presenza ingombrante, scompare. Nella vita di una donna è un grande shock ritrovarsi con un bambino per 24 ore al giorno e non riuscire a fare più niente per sé, neppure ad andare in bagno. Volevo parlare anche dell’esperienza di essere una neo mamma, quando ti accorgi che marito e amiche non sono più importanti nella tua vita, volevo rispecchiare l’esperienza di avere dei bambini e dei cambiamenti che accadono, allora, nella vita di una donna.

 

L’azione si svolge per lo più in un collegio femminile. Una volta questi collegi erano principalmente per i ragazzi dell’alta borghesia: da quando sono diventati la norma anche per le ragazze? E’ comune mandare i figli in un convitto in Gran Bretagna? Che cosa c’è che non va nelle scuole statali?

Non è comune frequentare da interni un collegio oggi, lo era una o due generazioni fa. Oggi la maggior parte dei giovani frequenta le scuole statali oppure quelle private ma come esterni, cioè non alloggiano nel collegio. Io sono andata ad una scuola statale. Ma c’è una sorta di romanticismo nei convitti, si leggono molti libri ambientati nei collegi. I collegi inglesi sono il 50 % per ragazzi, il 50% per ragazze e poi ci sono quelli misti. C’era una scuola molto prestigiosa vicino a dove abitavo io da bambina: sembrava romantica ed eccitante, ma immagino che la realtà di essere chiusa lì dentro con le tue amiche non fosse poi così bella, le amicizie diventavano più strette e certamente c’era una sorta di competizione fra i legami con la famiglia e quelli con le amiche. Volevo anche mostrare i lati negativi della vita dei convitti e delle pressioni che si creano quando non puoi allontanarti.

 

Proprio questo volevo chiederle. La situazione famigliare delle quattro ragazze non è normale. Le loro famiglie, per un motivo o per un altro, sono assenti. Era necessario per far funzionare la trama? Per creare un forte legame di amicizia tra di loro?

Sì, in parte era conveniente estromettere i genitori dalla scena, per quello che succede e per come devono cavarsela da sole. Avevo bisogno che i genitori fossero assenti. Uno dei temi del libro è il confronto tra amicizie e famiglia. Isa ha dei legami così forti con le amiche che non le permettono di relazionarsi altrettanto bene con il marito. Ora scopre che la sua priorità è la figlia, scopre il contrasto tra la lealtà alle amiche e alla figlia, si pone il problema di fino a dove sia disposta ad andare per proteggere la sua famiglia.

 

Mi sono chiesta se fosse possibile stringere un legame così forte in pochi mesi, neppure un anno di scuola, quando poi non si erano neppure più riviste per diciassette anni.

E’ vero, ma era stato il periodo più importante della loro vita, c’era il segreto che le teneva insieme. Per esperienza so che ci sono delle amiche che non vedo da anni e poi, quando ci si incontra di nuovo è come se non ci si fosse mai separate, anche se siamo cambiate.

 

Fatima è musulmana, nel presente porta l’hijab e prega 5 volte al giorno. E’ una concessione ai tempi moderni e ad un argomento molto discusso?

No, non è stata una concessione. Volevo mostrare il modo in cui lo stesso avvenimento possa avere un effetto diverso sulle persone. Isa non è sincera con il suo compagno, Kay affonda nel passato, resta a vivere nel villaggio, nella casa del padre, Thea diventa dipendente dall’alcol e Fatima ha trovato la fede. Volevo qualcuno che trattasse il trauma in maniera positiva. Tra i miei amici quelli che traggono più forza dalla fede religiosa sono i musulmani. Ecco perché Fatima doveva essere musulmana dall’inizio. E poi mi sembrava realistico, adeguato ai tempi in cui viviamo.

 

Il significato generale della vicenda è che il passato non passa mai e non ci si può mettere una pietra sopra a meno che non si sia venuti a patti a suo tempo con quanto è successo?

Buona domanda. E’ uno dei significati. Tendo a resistere alla tentazione di dire ai lettori che cosa debbano pensare, ma sì, penso che fosse una delle cose che cercavo di dire. Qualcosa che inizia molto piccolo può diventare molto grande, una piccola bugia può diventare enorme. Come Isa che non ha detto subito la verità al marito.

 

A Lei piace giocare con l’ambiguità: è così che le appare la realtà? Elusiva e a molti strati?

Sì, penso di sì. Penso che non mi piacciano le motivazioni semplici, la realtà non è così accurata, la verità è spesso quella che vogliamo credere, che è conveniente. Mi piacciono le risposte complicate, mi piace il grigio con tutte le sfumature come colore, continuerò ad evitare i libri in cui le domande hanno risposte semplici.

 

Intervista realizzata da Marilia Piccone

leggerealumedicandela.it

Gennaio 2018

 

Leggi la recensione a cura di Marilia Piccone del romanzo “Il gioco bugiardo”

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