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“Figlie del mare” di Mary Lynn Bracht

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 15/05/2018 13:45
Due sorelle. Un soldato. Nessuna via di scampo.

1943. Isola di Jeju, nella Corea occupata dai giapponesi fin dal 1905.

 

Hana, sedici anni, è una haenyeo, una figlia del mare, una delle donne che- da sempre, sull’isola- si sono tuffate per pescare abaloni, ricci, cozze, alghe da vendere al mercato. E’ una società matriarcale, quella dell’isola di Jeju, sono le donne che pensano al sostentamento della famiglia tramandando il loro lavoro di madre in figlia. Hana è in acqua quando vede un soldato giapponese avvicinarsi al punto, sulla spiaggia, dove la sorellina la sta aspettando, con i secchi per il pescato. Nuota velocemente a riva. Riesce a impedire che il soldato veda la bambina accucciata dietro una roccia e si lascia portare via. Sa che qualcosa di terribile la aspetta. Non sa quanto terribile. Verrà portata in un bordello- no, peggio di un bordello, perché le ragazze lì rinchiuse non sono pagate. Sono schiave del sesso per i soldati giapponesi, finché si ammalano o muoiono. Con un eufemismo tristemente ironico sono chiamate ‘comfort women’, donne di conforto.

 

2011, Seoul. La quasi ottantenne Emiko è arrivata in aereo dall’isola di Jeju per incontrare i due figli. Lei, alla sua età, continua a tuffarsi nel mare, sua figlia non ha voluto raccogliere la sua eredità, ha frequentato l’università, come il fratello. Emiko non ha mai parlato della scomparsa di Hana con i figli, non ha neppure mai parlato della sua casa data alle fiamme dai coreani del sud a caccia di ‘rossi’, della morte del padre, del matrimonio forzato a quattordici anni, dell’arresto di sua madre, la loro nonna. A Seoul Emiko prende parte alla manifestazione di protesta del mercoledì (per le comfort women il mercoledì era il giorno ‘di riposo’, dedicato alle visite mediche di controllo) davanti all’ambasciata giapponese. Lì, sulla piazza, il 14 dicembre 2011 la gente si affolla intorno alla statua di bronzo che rappresenta una ragazzina, seduta, che fissa il palazzo dell’ambasciata con uno sguardo che lascia indovinare tutto- l’umiliazione, il dolore, l’annullamento del sé. Uno sguardo che non ammette il perdono.

 

Passato- il trauma di Hana, il pensiero che almeno alla sorellina è risparmiato quello che sta accadendo a lei, il sostegno che riceve dalla geisha non più giovanissima, il sesso imposto da un uomo dopo l’altro, l’odio verso i giapponesi che ora sono doppiamente nemici. E poi…la storia di Hana si trasforma in una storia di avventura e di speranza, ricca di esotismo e di colori.

 

Presente- Emiko con il suo fardello di ricordi, con il senso di colpa perché sa che la sorella si è sacrificata per lei e lei non ne ha mai parlato con nessuno, proprio come sua madre che aveva gettato un crisantemo bianco in mare, come si fa per i morti (“White chrisanthemum” è il titolo originale del libro). Ogni volta che Emiko prende parte alla manifestazione del mercoledì, spia i volti delle donne: sarebbe in grado di riconoscere quello di Hana?

 

Mary Lynn Bracht, di madre coreana e padre americano, non ci risparmia nulla nel raccontarci quello che solo nel 1991 è stato riconosciuto come crimine di guerra giapponese, a seguito della denuncia di tre donne coreane. Eppure, nel 2007, il primo ministro giapponese, contraddicendo un’ammissione precedente del governo, dichiarò che non c’erano prove che ci fosse stato un reclutamento forzato di schiave sessuali. E, mentre il governo giapponese esigeva che la statua della ragazza seduta davanti all’ambasciata venisse rimossa, più di altre cinquanta statue di ‘comfort women’ venivano erette in Corea. L’ultima è seduta sull’autobus della linea 151 a Seoul, per ricordare la sorte di una ragazza come le tante che salgono sui mezzi pubblici ogni giorno. E abbiamo bisogno del finale da romanzo del libro di Mary Lynn Bracht- il peso di quello che abbiamo letto sarebbe insopportabile, sappiamo che pochissime sopravvissero delle 200.000 donne rapite, ma abbiamo ammirato la forza morale di Hana e vogliamo credere che il destino avesse in serbo una ricompensa per lei.

 

Affascinanti, in “Figlie del mare”, le descrizioni delle haenyeo che si immergono nel mare- ci sembra che lavino tutte le sporcizie facendoci dimenticare, per un poco, le sozzure degli uomini.

 

Ed. Longanesi, trad. K. Bagnoli, pagg. 370, Euro 15,81

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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