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“La fattoria dei gelsomini” di Elizabeth von Arnim

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 09/02/2018 08:58
Un romanzo da gustare in ogni descrizione, in ogni frase, in ogni parola. Fa pensare, con il sorriso sulle labbra.

Non mi stancherò mai di leggere i libri di Elizabeth von Arnim. Ogni volta che ne viene pubblicato uno nuovo o ripubblicato uno che ancora non conoscevo, mi accingo a leggerlo sapendo che passerò un paio di giorni immersa in una lettura molto piacevole, direi addirittura confortante. So che una delusione sarà impossibile, lo so e basta. E infatti “La fattoria dei gelsomini”, appena pubblicato dalla casa editrice Fazi, è delizioso. La specialità della von Arnim è quella di essere profonda con leggerezza, brillante e ricca di humour, saggia e divertente. I suoi romanzi sono una ‘comedy of manners’ che a volte ricordano Oscar Wilde per certe battute memorabili (“Adoro essere vedova. Non voglio altro dalla vita!”, dice una giovane protagonista de “La fattoria dei gelsomini”. “Ed è la cosa migliore che la vita può offrirti”, aggiunge la madre), a volte Jane Austen o perfino Thackeray nei ritratti femminili e nella descrizione dell’ambiente mondano.

 

“La fattoria dei gelsomini” è un romanzo di contrasti. Inizia nella splendida dimora di Lady Midhurst (chiamiamola Daisy) e termina nella casa dei gelsomini, nel sud della Francia, “una bicocca”, la definisce Mumsie, ovvero Mrs. De Lacy, madre della bella e vacua Rosie il cui marito è Andrew Leigh, il non più giovane segretario di Lady Midhurst. Inizia con un fine settimana in grande stile e una ventina di invitati tra cui pochissimi sono i giovani e termina nella solitudine della fattoria che ha solo un paio di stanze per Daisy e sua figlia Terry. La signorilità, lo stile, l’eleganza e le buone maniere sono innate in Daisy, Mumsie vorrebbe imitarla ma ne è una copia grottesca, appariscente e volgare. Rosie è una piccola Becky Sharp senza però la sua furba intelligenza, ha un visino incantevole che ha fatto innamorare il pacato Andrew che si è subito disamorato, attira gli sguardi di tutti gli uomini, mentre Terry, con il suo fisico androgino e i capelli corti, sembrerebbe immune da ogni passione. E invece…

 

Colpa di una partita a scacchi: Andrew Leigh è rimasto alzato fino a tardi a giocare a scacchi con un altro ospite, dopo la cena offerta da Lady Midhurst che ha irritato tutti per l’abbondanza di piatti a base di acidula uva spina. E come mai, di mattina presto, Terry era al corrente del fatto che Andrew avesse vinto? Scoppia uno scandalo. La scrittrice- lo indoviniamo- è dalla parte di Terry, ironizza pesantemente sulla morale e sui costumi vittoriani. Mrs. De Lacy prepara una vendetta con ricatto a nome della figlia, Daisy fugge nel sud della Francia, il suo aspetto impeccabile che la fa sembrare tanto più giovane si sfalda, lei incomincia a rivedere il suo passato con un marito affascinante che aveva iniziato presto a tradirla  e si pone delle domande- avrebbe cercato altre donne se lei, Daisy, avesse partecipato di più ai suoi slanci amorosi? E adesso, è giusto che lei si erga a giudice della figlia tanto amata? Sa così poco dell’amore, lei.

 

Poi, come un turbine, arriva Mrs. De Lacy che non intende abbandonare la sua preda. Il contrasto tra le due donne non potrebbe essere più grande. Ma siamo sicuri, è sicura Daisy, di disprezzare questa donna che, pur nella sua volgarità, ha una forza vitale incredibile e un approccio spontaneamente sensuale nei confronti degli uomini? Nonostante tutto, forse è in parte grazie a lei che Daisy è pronta a riabbracciare la figlia quando appare fulgente come una Giovanna d’Arco che ha terminato di combattere contro una società nemica.

 

Un romanzo da gustare in ogni descrizione, in ogni frase, in ogni parola. Fa pensare, con il sorriso sulle labbra.

 

Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 280, Euro 12,75

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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