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“La guardarobiera”, Patrick McGrath

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 12/01/2018 08:47
Dal maestro del thriller psicologico, in un crescendo di tensione, un romanzo sui lati oscuri del dolore, dell’amore e della follia

Londra 1947. L’Inghilterra ha vinto la guerra. L’Inghilterra è in rovine. Un paese eticamente splendido ma in bancarotta. Si vedono ancora macerie in giro, il cibo scarseggia ed è razionato, anche per l’abbigliamento ci sono i punti delle tessere. L’atmosfera è tristissima, forse è per questo che i teatri sono sempre pieni- la gente cerca una distrazione.

 

All’inizio del nuovo romanzo di Patrick McGrath, “La guardarobiera”, assistiamo al funerale di un famoso attore, Charles Grice, ‘Gricey’ per tutti. Una morte improvvisa, un sospetto che aleggia su questa scomparsa- era andato a parlare con il genero Julius, un impresario, era caduto dalle scale: avevano litigato? Julius lo aveva spinto? Non lo sapremo mai perché- come avviene quasi sempre nei romanzi di McGrath- le carte vengono rimescolate, alla fine i personaggi non ci appaiono come ci erano apparsi all’inizio, alcuni vengono ‘riabilitati’, segreti nascosti mettono in luce lati oscuri di altri. E la storia di Joan Grice, la vedova che lavora come guardarobiera di teatro (è lei che dirige le cucitrici che sistemano, riparano, adattano gli abiti degli attori), ci viene raccontata in maniera originale da una pluralità di voci, una sorta di coro femminile, narratrici inaffidabili per eccellenza. Le donne (non si può non pensare alle pie donne di “Assassinio nella cattedrale” di T.S.Eliot) osservano, commentano, spettegolano, si scambiano impressioni. Su Joan, prima di tutto, vedova affranta, sulla figlia Vera, una donna con disturbi nervosi che segue le orme del padre sul palcoscenico, sul marito di questa, Julius, e sulla tedesca che dice di essere la sorella di Julius (non ci crede nessuno, gira anche la voce che lui l’abbia salvata, sono ebrei entrambi). Questo coro di voci femminili ci ricorda che la vita è un palcoscenico in cui ognuno recita una parte e lo spazio che nel romanzo viene dato alla rappresentazione della “Dodicesima notte” di Shakespeare aumenta la nostra consapevolezza- un’opera  che parla di identità scambiate e di personaggi che rivestono abiti non loro. Ed ecco che torniamo alla guardarobiera che si offre di adattare gli abiti di ottimo tessuto del marito morto all’attore Dan Francis (il suo vero nome è un altro, anche lui è fuggito dalla Germania) e- complici gli abiti, complice il ruolo di Dan Francis sul palcoscenico dove sostituisce lo scomparso Gricey imitandolo alla perfezione- Joan Grice ha l’impressione che lo spirito del marito si sia trasferito nell’attore più giovane e se ne innamora.
A questo punto tutto sembrerebbe semplice e invece non è così. Quella che potrebbe essere una storia d’amore dettata dalla solitudine improvvisa e da un’ossessione, diventa altro quando Joan scopre una malaugurata e funesta spilla nascosta sotto il bavero di un cappotto del marito defunto. Chiunque sa che cosa significhino quelle saette che vi sono raffigurate. Come è possibile? Ma allora il grande Gricey era una menzogna vivente. E lei lo aveva tanto amato.

 

Dalle rappresentazioni teatrali passiamo a tutt’altro ambiente che ci rivela le simpatie fasciste di una buona parte dei britannici seguaci di quell’Oswald Mosley che sposò in seconde nozze una delle famose sorelle Mitford, Diana (cerimonia in casa di Goebbels, Hitler tra gli invitati) e Joan si unisce al genero Julius come infiltrata nel movimento fascista. Povera Joan. Tradita nel profondo dal marito idolatrato, tradita dal suo sostituto e novello amante che sembra preferirle la figlia Vera, tormentata da una presenza inafferrabile che parla con la voce di Gricey, Joan sa trovare conforto solo nello Zio Alcol.

 

Nel nuovo romanzo ritroviamo i temi che interessano da vicino lo scrittore, la fragilità e i disturbi mentali più o meno palesi intrecciati in una trama che ondeggia tra il noir e il gotico. In più c’è un altro sipario che viene sollevato, oltre a quello del teatro per cui i britannici sono famosi- e questo non rivela uno scenario attraente, soprattutto a due anni dalla fine della guerra quando i filmati girati all’ingresso degli alleati nei campi hanno portato a conoscenza di tutti le atrocità commesse dai nazisti.

 

Uno scrittore abile, dalla penna inquietante.

 

Ed. Bompiani, trad. C. Prosperi, pagg. 326, Euro 16,15


Recensione a cura di

Marilia Piccone

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