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"Patria", Fernando Aramburu

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 17/11/2017 13:11
"Un alternarsi di storie che a volte strappano un sorriso e a volte ci fanno piangere, storie che parlano anche di amore..."

Euskal Herria: nel romanzo "Patria" di Fernando Aramburu sentiamo spesso ripetere queste due parole - la denominazione dello stato indipendente e socialista per cui combattono i terroristi (o patrioti?) dei Paesi Baschi raggruppati nell’organizzazione armata dell’ETA (acronimo per Euskadi Ta Askatasuna, Paese basco e libertà).

 

Tutti i protagonisti del libro amano intensamente Euskal Herria, tutti loro parlano (e si vantano di parlare) euskera. Anzi, è un fattore discriminante, il parlare castigliano o euskera. Quando Aurantxa si innamora di Guillermo, la prima obiezione di sua madre è - ma che nome è questo? Non è di certo un nome basco. Parla euskera questo Guillermo? E tuttavia non sono tutti d’accordo sulla violenza, sugli attentati, sull’assassinio di persone innocenti a scopo intimidatorio. In una cittadina non nominata della provincia di Guipuzcoa vivono due famiglie, amiche da una vita. Il Txato (sempre chiamato con questo soprannome), proprietario di una piccola azienda di trasporti, sua moglie Bittori e i figli Xabier e Nerea da una parte e Joxian, operaio in una fonderia, Miren e i figli, Joxe Mari, Arantxa e Gorka, dall’altra. Non c’è proprio niente da appuntare al Txato, è un uomo corretto e generoso- comprava il gelato per i suoi figli, quando erano bambini, e lo comprava anche per i tre figli di Joxian, regalava un braccialetto alla piccola Nerea ed uno uguale ad Arantxa, era lui che aveva insegnato a Joxe Mari ad andare in bicicletta. Quando sono incominciati i ricatti, le richieste del 'pizzo' da parte dell’ETA per alimentare la lotta, dapprima il Txato ha pagato. Quando le richieste si sono fatte più pressanti, si è trovato in difficoltà. Sono apparse scritte minacciose sui muri, il suo nome in un mirino: la sorte del Txato era segnata. Non aveva voluto seguire i consigli del figlio, di trasferire l’azienda altrove, di andare ad abitare a San Sebastiàn - intanto ora nessuno gli rivolgeva più la parola in paese, nessuno voleva essere accomunato a lui. troppo pericoloso. E lo avevano ammazzato. In un pomeriggio di pioggia, nel breve tratto tra la sua casa e il garage.

 

È la morte del Txato il nodo cruciale del romanzo, il punto in cui tutte le storie confluiscono, anche se non sembra. Il tempo va avanti e indietro - i bambini sono piccoli e Bittori e Miren sono indivisibili, Arantxa è paralizzata dopo un ictus, anni prima Arantxa ha incontrato Guillermo, il Txato persuade Nerea ad andare a studiare a Saragozza perché l’ETA minaccia di colpirlo nei suoi affetti più cari, Joxe Mari inizia la militanza, un suo amico viene trovato morto (suicidio come si vorrebbe far credere? o eliminato dalla guardia civil?), Gorka è l’intellettuale di famiglia, la sua maniera di combattere per Euskal Herria è scrivere poesie in euskera, Xabier fa il medico in ospedale e si innamora di un’infermiera, Joxe Mari viene istradato agli attentati…E il Txato muore e muore ancora. Il Txato è la vittima per tutte le 800 vittime dell’ETA. Eppure abbiamo la sensazione che il Txato non sia l’unica vittima, ma che tutti - compreso Joxe Mari - siano vittime della Storia. Il Txato e la sua famiglia - con Bittori che va al cimitero per parlare con il marito e vuole una cosa sola prima di morire in pace, che Joxe Mari le chieda perdono - sono le vittime riconosciute, ma anche il padre di Joxe Mari, che ha perso il suo migliore amico, che porta di nascosto un mazzo di fiori sulla sua tomba, è una vittima. Lo è Miren che va in chiesa per confidarsi con la statua di san Ignazio ed è costretta a schierarsi a fianco del figlio- potrebbe fare altrimenti una madre? Lo è lo stesso Joxe Mari che ha passato diciassette anni chiuso in prigione quando l’Eta raggiunge un accordo con il governo e si accorge che la vita per lui è passata. Si sente truffato: per che cosa ha combattuto? Erano validi gli ideali in cui ha creduto, in cui gli hanno fatto credere?

 

La Storia va avanti senza girarsi indietro, calpestando i morti, triturando i vivi. Bellissimo, in un alternarsi di storie che a volte strappano un sorriso e a volte ci fanno piangere, che parlano anche di amore - amor di patria e vari tipi di amore - e non solo di guerra e di morte.

 

 

Ed. Guanda, trad. Bruno Arpaia, pagg. 623, Euro 16,15

 

 

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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