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"Otto mesi a Ghazzah Street", Hilary Mantel

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 09/11/2017 10:09
Prima e unica donna a ricevere, nel 2009 e nel 2012, il 'Booker Prize', il più prestigioso premio letterario britannico, la scrittrice Hilary Mantel torna con un nuovo avvincente romanzo.

Metà degli anni '80. Gedda, Regno di Arabia Saudita.

Frances, inglese, raggiunge il marito che, allettato dalla prospettiva di ottimi guadagni, ha accettato di occuparsi della costruzione di un nuovo spettacolare edificio. Frances e Andrew non sono sprovveduti provinciali, arrivano dall'Africa, dove Andrew lavorava prima e dove si sono conosciuti e sposati.

 

Frances è una cartografa, specializzazione che non servirà a nulla a Gedda, perché niente è definito a Gedda, edifici possono scomparire un giorno per l'altro, le strade cambiare, e poi, soprattutto, alle donne non è concesso lavorare. Il fatto che Frances sia una cartografa è un dettaglio che parrebbe irrilevante e invece finisce per diventare un simbolo di tutti i punti di riferimento, geografici, morali e di comportamento, che Frances pensava di avere ben saldi al suo arrivo e che invece vanno smarriti negli otto mesi in cui lei e il marito abitano in Ghazzah Street.

 

Quando Frances si trova per la prima volta da sola in casa, si affaccia alle finestre per guardare fuori. La vista è sempre uguale: un muro. Frances si sente prigioniera. Cerca di reagire, fa amicizia (per così dire) con le due signore che abitano nella stessa palazzina. Sono entrambe musulmane, una è pakistana e una è araba. In apparenza gli scambi di idee fra di loro sono liberali, in realtà le due donne sono convinte di essere sempre nel giusto e che i comportamenti occidentali siano inaccettabili. Il velo nero che copre la donna? È per difendere la sua dignità. La donna non può lavorare? Ma perché mai dovrebbe? Il suo compito è fare figli e badare alla casa e soddisfare i desideri del marito.

A proposito: perché Frances non ha ancora bambini? La donna non ha bisogno di guidare: c’è un autista o il marito ad accompagnarla in auto dove vuole (per fortuna abbiamo appena letto la notizia che le donne hanno conquistato il diritto di prendere la patente). Il Corano ha sempre ragione. Frances dovrebbe leggerlo, è molto istruttivo. Le obiezioni di Frances cadono nel vuoto, le donne neppure si accorgono della gravità di quello che stanno dicendo e delle ironiche repliche di Frances. L'adulterio è punito con la lapidazione per la donna? Sì, è vero, dove si andrebbe a finire se le donne si prendessero queste libertà, e poi adesso vengono scagliate solo un paio di pietre, le donne sono uccise con colpi di pistola. I furti sono rari, la pena è il taglio delle mani, però ormai ai ladri si fa prima l’anestesia. Quale clemenza. Inshallah. Hilary Mantel ha vissuto quattro anni a Gedda e naturalmente il libro "Otto giorni a Ghazzah Street" ha potuto essere pubblicato soltanto dopo il suo ritorno in Gran Bretagna.

 

Il romanzo ci trascina dentro questa atmosfera soffocante, è come se la polvere del deserto ci entrasse in gola mentre la rete di menzogne e di comportamenti duplici si dispiega davanti a noi. La sharia, la legge del Corano, è la legge in assoluto, i peccati personali divengono crimini, ma c’è sempre un modo per aggirare la legge, per fare le cose di nascosto nel regno dell’ipocrisia. L'alcol è proibito, ma gli occidentali aggirano la proibizione facendo in casa degli intrugli con frutta e lievito e gli arabi bevono di nascosto con whisky o bourbon d’importazione. L'adulterio è proibito ma circola voce che uno degli appartamenti della palazzina sia affittato dal cugino del primo ministro per i suoi incontri amorosi. È vero o c'è altro di peggio che succede in quelle stanze?

 

C'è una svolta 'gialla' nel romanzo di Hilary Mantel. Un inglese ospite di Frances e Andrew viene ritrovato morto (che cosa ha visto?), i pellegrinaggi agli uffici della polizia per vedere il cadavere hanno qualcosa di kafkiano, l'appartamento di Frances è messo a soqquadro, un vicino è accusato di commercio di armi ed un altro muore al suo posto in uno scontro a fuoco, le due amiche scompaiono.

 

Tutto finisce molto male. Il quadro che ci dipinge Hilary Mantel dell’Arabia Saudita è di un trentennio di anni fa e forse le cose sono un poco cambiate (non ne sono sicura). Si prova una sensazione di sconforto leggendo questo libro, ci pare che non ci sia possibilità di comunicazione fra i due mondi- no, non sono valide le parole di E.M.Forster, "soltanto connettere", riferite all'Oriente e all'Occidente - e non ci piace né la superiorità altezzosa degli espatriati che badano solo ai soldi né la chiusura del mondo musulmano, ipocriti gli uni e ipocriti gli altri.

 

Ed. Fazi, trad. G. Oneto, pagg. 334, Euro 16,15

 

 

 


 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

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