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"La Fine della Solitudine", Benedict Wells

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 07/12/2017 09:48
“Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni”

Marty, occhiali, eterno cappotto di pelle nera, lo studioso che sposerà Elena quando saprà che lei non può avere figli (e non perché ne sia contento, ma perché gli sembra giusto così).

 

Liz, bionda, bellissima, irrequieta, avida di vita, pronta a tutte le esperienze, collezionatrice di uomini, a quarant’anni suonati si deciderà a fare un figlio con l’uomo che l’ha sempre amata.

 

Jules, il guardiano della memoria, il narratore delle storie di famiglia, aspirante fotografo (per far piacere al padre), aspirante scrittore, innamorato di Alva da quando - erano poco più che bambini- l’aveva conosciuta in collegio.

 

Sono i tre Moreau i protagonisti de “La fine della solitudine” del giovanissimo scrittore tedesco Benedict Wells. O forse no. Il personaggio principale è Jules, il più giovane dei tre che è solo un bambino di sette anni all’inizio del libro e, per voce sua, la vera protagonista è Alva, efelidi, capelli rossi, occhiali di corno, un incisivo leggermente storto. Jules ricordava quando suo padre gli aveva detto che la cosa più importante nella vita era trovare un vero amico. “Un vero amico è qualcuno che c’è sempre, che ti resta accanto per tutta la vita. Devi trovarlo, è più importante di tutto, anche dell’amore. Perché l’amore può finire.” E Alva, sola quanto lui in quel collegio dove i Moreau erano stati mandati dopo l’incidente in cui erano morti i genitori, era l’amica di Jules, la sua prima e unica amica, così amica che né l’uno né l’altra si erano resi conto che il loro sentimento era anche amore. Più consapevole Jules, forse, dopo che si erano persi di vista e a lui era sembrato di vivere a metà finché si era deciso, le aveva scritto, si erano ritrovati. E’ così facile, la vita? Conoscersi, perdersi, ritrovarsi, vivere felici e contenti? No di certo.

 

La storia, le storie che Benedict Wells ci racconta per bocca di Jules, non ha un andamento lineare. Inizia nel 2014, con Jules in un letto di ospedale, dopo che è andato fuori strada con la sua moto (ha forse cercato di uccidersi?), e poi procede a grandi salti e spezzoni. Jules e Alva ripetono più di una volta che la vita è come un gioco a somma zero - alle disgrazie, alle cause di infelicità, ci deve essere un corrispettivo che bilancia la negatività e riporta l’equilibrio. Eppure, sia per Jules sia per Alva, sembra proprio che le batoste siano state in numero maggiore, fino a quegli otto anni di felicità insieme che vengono loro concessi. E poi? E’ zero il risultato? Nella scena finale Jules esce dal bosco per raggiungere i figli che gli chiedono se sia pronto a giocare con loro. “Sì, sono pronto”, sono le parole che chiudono il libro. Allora possiamo pensare che la famiglia ha serrato i ranghi, che il bosco in cui Jules si era inoltrato aveva anche un valore metaforico e che adesso si dichiari pronto non solo a giocare con i gemelli ma a riprendere il suo ruolo di genitore, ad essere un padre come suo padre non era riuscito ad essere perché era morto giovane.

 

Le pagine de “La fine della solitudine” traboccano di rimandi a musiche e a libri, ogni personaggio sembra avere un suo doppio (o più di uno) che è anche, in qualche misura, il suo opposto - la pacata Elena che soddisfa il suo istinto materno con i figli di Jules è in antitesi all’eternamente insoddisfatta Liz, e pure ad Alva, affascinante ed elusiva che ha sposato in prime nozze lo scrittore russo che più ammirava e che era più vecchio di suo padre; Marty, il fratello maggiore che recupera tardi il compito di ‘guida’ di Liz e di Jules e che è un completamento della personalità di Jules; la zia dei Moreau che si sostituisce, per quanto possibile, alla loro madre. Per un motivo o per l’altro, i genitori di questi giovani sono assenti dalla scena. Ecco, allora, la solitudine, la ricerca dell’amico, le follie per riempire il vuoto, gli errori, gli sforzi per risollevarsi.

 

Insolito romanzo di formazione che propone anche un’insolita revisione della memoria che non sarebbe più necessaria, se - “E se il tempo non esistesse? Se tutto ciò che si vive fosse eterno e non fosse il tempo a passarti accanto, ma tu a passare accanto a ciò che hai vissuto?”, perché, in questo caso, i ricordi sarebbero sempre lì e, “se si potesse tornare indietro, li si ritroverebbe nello stesso punto.”. E’ anche un romanzo intenso sulla solitudine, sulla pienezza, sulla perdita, sulla caduta e sulla volontà di andare avanti.

 

Ed. Salani, trad. Margherita Belardetti, pagg. 306, Euro 15,90

Recensione a cura di
Marilia Piccone

Leggi l'intervista a Benedict Wells realizzata da Marilia Piccone nel mese di dicembre 2017

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