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"Il settimo giorno", Yu Hua

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 09/11/2017 10:10
"Yang Fei è morto. Si presenta alla camera ardente per essere cremato ma scopre che, siccome è troppo povero per avere una tomba, dovrà aggirarsi per sempre in un limbo..."

Non è l’Inferno dantesco, questo mondo dell’aldilà del libro "Il settimo giorno" dello scrittore cinese Yu Hua. Non potrebbe esserlo perché non ci sono pene da espiare. Non ci sono neppure le fiamme dell’inferno cristiano, anzi, l’opposto - ci sono nebbia e neve, un paesaggio che improvvisamente si apre su prati verdi e fiori nelle ultime scene quando uno dei personaggi che incontriamo si prepara per il riposo eterno in una vera e propria tomba.

 

Eppure il vento che sospinge i miseri scheletri dei defunti, il continuo pensare alla vita ‘laggiù’ nel mondo dei vivi, il chiedere notizie di chi si è lasciato indietro, ‘laggiù’, la pietas per costoro che vagano senza sepoltura, echeggiano Dante, mentre l’umorismo macabro è la cifra stilistica di Yu Hua che ben ricordiamo dai romanzi precedenti. Yang Fei è morto. Stava pranzando nel suo ristorante preferito quando c’è stato un incendio. Lui aveva appena letto sul giornale la notizia del suicidio della ex moglie ed è rimasto seduto, incurante delle fiamme. Si è presentato alla camera ardente per essere cremato (poltroncine comode per i vip nella sala d’attesa, sedie comuni per gli altri - si è diversi anche da morti) per scoprire che, siccome è troppo povero per avere una tomba, non potrà neppure essere cremato e dovrà aggirarsi per sempre in un limbo mentre le sue ossa si spolperanno a poco a poco. Inizia così il singolare viaggio nel regno di Ade di Yang Fei che aveva anche iniziato a vivere in maniera singolare - un parto in anticipo, nella toilette di un treno, lui, neonato, era caduto sui binari ed era stato raccolto da un ferroviere.

 

Nei sette giorni di Yang Fei nell’aldilà si mescola il racconto della sua vita con quello delle altre persone che incontra. Ne esce fuori un quadro a tinte forti della Cina contemporanea dove la proprietà di una tomba dura 25 anni, contro i 70 anni di quella della casa che si è acquistato. E i prezzi delle tombe sono proibitivi: il ragazzo della bella Topina (Yang Fei li aveva già incontrati, lavoravano da un parrucchiere e cambiavano di continuo il colore dei capelli, vivevano nella città sotterranea nel ventre di Pechino, rifugio di topi e di senzatetto) aveva venduto un rene per comprare una tomba per lei (e poi era morto anche lui). Topina si era suicidata dopo che aver scoperto che l’iphone che lui le aveva regalato non era autentico (lei era pronta a fare la escort per comprarsi l’iphone ultimo modello). Yang Fei l’aveva vista schiantata sull’asfalto.

 

Ecco, in qualche maniera perfettamente congegnata, le vicende di tutti i defunti sono collegate, Yang Fei li conosceva di persona (la donna che lo aveva allattato e che gli voleva bene come una madre, la ex moglie, il padrone del ristorante che ha preso fuoco e che si scusa con lui) o ne aveva letto (i 27 neonati affiorati nelle acque del fiume - rifiuti dell’ospedale - la coppia morta sotto le macerie in seguito alla demolizione forzata della loro casa, le vittime dell’incendio del centro commerciale - un numero molto più alto di quello comunicato). E tutte queste storie sono un tassello del quadro, non certo confortante.

 

La storia di Yang Fei e del padre adottivo è di certo la più bella, uno splendido omaggio alla paternità del cuore, una ricchezza di affetti per un ruolo che in genere è attribuito alla donna. Il ventunenne padre adottivo di Yang Fei aveva imparato a fare tutto per il bambino, se lo portava al lavoro in un marsupio, aveva rinunciato a sposarsi per lui. Si cercano a vicenda senza saperlo, padre e figlio nel regno dei morti. Il padre, arrivato prima, si è offerto per lavorare nella camera ardente nella speranza di incontrare il figlio, prima o poi. E ci risuona negli orecchi a lungo quella sua frase, ripetuta più e più volte, il pianto non pianto nella voce incorporea di uno scheletro, "sei arrivato troppo presto", perché la morte di un figlio non deve seguire così da vicino quella del padre. Non ci stanchiamo di leggere della Cina.

 

Perché solo gli scrittori (alcuni scrittori) hanno il coraggio di togliere il velo all’immagine che la Cina vuole dare di sé e sono capaci di tessere un romanzo intorno alla realtà.

 

Ed. Feltrinelli, trad. Silvia Pozzi, pagg. 150, Euro 13,60

 

 


 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

leggerealumedicandela.blogspot.it


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