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Enzo Baruffaldi
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Hello régaz, mi chiamo Enzo Baruffaldi, sono nato nel 1974 e provengo da quella fetta di Bassa padana tra Ferrara, Bologna e Modena. L'infanzia trascorsa a Legoland ha influito notevolmente sulla mia personale visione del mondo (composto interamente di mattoncini rettangolari gialli, rossi e blu) e solo dopo parecchio tempo sono arrivato a comprendere l'importanza di una struttura più morbida e duttile, alla Barbapapà per intenderci.

Primo testo fondamentale: l'Enciclopedia de I Quindici (opera d'arte pari solamente a Conoscere e a Vita meravigliosa), sfogliati ripetutamente anche ad età inconfessabili. Ammetto invece di avere amato gli anni Ottanta e il loro incomparabile Pop Inglese. Se eri troppo piccolo per fare politica doveva davvero essere una pacchia: televisioni private che trasmettevano a tutto spiano repliche di cartoni e telefilm dei decenni precedenti, consumismo in piena crescita e contemporaneamente prime nevrosi da consapevolezza ecologista, insegnanti post '77, vestiti firmati dappertutto, fiducia nella Pubblicità e una reale minaccia atomica. Si respirava una sana aria da fine dei tempi.

Poi gli Smiths si sciolsero e dopo fu tutta un'altra musica. Cominciava la "Pump Up The Volume Era" e io decisi di voltare le spalle al futuro iscrivendomi a uno dei pochi licei classici rimasti in circolazione. Ricordo quel periodo come una fotografia a metà strada fra un racconto di Hemingway e una canzone dei Lino e i Mistoterital. Non facevo gli stupidi compiti, scrivevo brutte poesie e mi innamoravo ogni quindici minuti.

Formai una band di rock surreale chiamata Tp-Qp e non tutti capirono il gioco di parole. Non sapevo se preferire i presocratici o gli scettici, così decisi che all'università avrei studiato filosofia. Andai ad abitare a Bologna, giravo in bicicletta, mi innamoravo ogni quindici minuti. Un paio d'anni dopo un mio coetaneo fece una barca di soldi pubblicando un libro dove un tizio stava a Bologna, girava in bicicletta, si innamorava. Presi tutte le cose che avevo scritto fino ad allora e le buttai nella carta da riciclare.

Erano gli anni Novanta: camicie scozzesi aperte, grande fiducia nel crossover, stupore tecnologico la prima volta che spedivi un'email, minimalismo di seconda mano e soprattutto Giovani, dappertutto i Giovani. Avere vent'anni nei Novanta è stato un casino dal quale molti non si sono più ripresi.

Per quanto mi riguarda è stata un bell'aiuto la lettura di Wittgenstein, Luther Blissett, Proust e Douglas Coupland. E soprattutto avere lavorato in alcune redazioni di riviste (il che significava smetterla di starsene chiusi nella propria cameretta a salvare file come messaggi in bottiglia) e occuparmi di cose diverse come il terzo settore, o recensioni di testi di filosofia, o narrativa italiana contemporanea.

Fino a qui tutto bene, diceva quel tale, e sinceramente oggi non gli darei torto, con tutto quel che ne segue. Questo direi che è il mio curriculum. Se dovessi immaginarci una colonna sonora (in realtà non faccio altro) ci metterei Paolo Conte, Aphex Twin, gli Housemartins e i Pixies.

Se dovessi immaginarci una conclusione citerei una frase dal film Occidente, di Corso Salani: "Sono cose che vanno avanti da sole, se uno vuole farle andare avanti".


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