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TARIN MEETS GARTNER
Il percorso di una giovane artista israeliana attraverso il proprio io e il mondo che lo circonda (Milano, sino al 20/2/2004)
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Un lavoro di Tarin Gartner trucco!

IL PROFILO DI UNA DONNA SUGLI SCOGLI, AVVOLTA DA UN ABITO CHIARO, MESSO IN RILIEVO dal contrasto della luce del sole che si specchia nel mare; il corpo di quella stessa donna, questa volta vestita di nero, che atleticamente descrive un ponte fra due rocce dalle superficie irregolari. Intorno al corpo della donna, catturato dall’obiettivo di una macchina fotografica, tre immagini più piccole, che riprendono il gesto di un militare al confine fra il Libano e Israele e persone più intimamente legate alla vita dell’artista. Immagini riprodotte in grande formato, alcune delle opere esposte nella personale che la galleria Artopia di Milano dedica a Tarin Gartner.
   Una giovane artista israeliana, formatasi a Gerusalemme, ma cresciuta nella parte più settentrionale dello stato rinato grazie alla forza della speranza del popolo ebraico. Dove alla bellezza della natura, aspra, ma affascinante, si contrappone il dramma di milioni di uomini alla ricerca di se stessi e del proprio passato. Tarin, che è nata nel 1974, si è trasferita già da diversi anni a Milano, dove ha frequentato l’Accademia di Brera e ha partecipato a un numero considerevole di esposizioni, soprattutto in un periodo di tempo relativamente breve.
   E nelle sue opere si fondono elementi comuni all’intera cultura occidentale con tratti distintivi di quella israeliana. Come in questo ultimo appuntamento dove, seguendo il suggerimento del titolo, Tarin, il nome dell’artista, la sua personalità più intima, incontra il suo cognome, Gartner, la tradizione e il passato, che ne inserisce la figura in un contesto sociale più ampio e complesso.
   Un’idea più volte richiamata sia nelle singole opere, fra cui le cinque grandi fotografie al centro della scena. Come quelle descritte nelle prime pagine di questo articolo, dove l’io di Tarin si confronta e trova una propria collocazione all’interno del paesaggio. Un ruolo che non è solo meditativo e, anche nella meditazione, è estremamente attivo e vivace. Così i disegni, realizzati con diverse tecniche, ma accomunati da colori vivaci e da un tratto veloce, immediato.
   Questi, delle dimensioni della pagina di un album, o di un diario, sono disposti intorno alle fotografie, costituendo a propria volta, nell’insieme, una nuova opera. Immagini che volutamente sembrano schizzi, ma non lo sono, e cercano di esprimere le emozioni legate alla quotidianità dell’artista. Piccoli pensieri che, assieme alle scritte, dichiarano l’intenzione di affrontare la propria personale esistenza con brio e leggerezza. Allo stesso tempo, e l’accostamento non è facile, senza superficialità. Immagini completate dalla scultura di una donna, stereotipata nelle sembianze di una bambola. Ha le gambe lunghe, e si trova a cavalcioni di un aereo.
   Un jet futuribile realizzato con la carta dei quotidiani israeliani. Ricordo dell’infanzia nella forma, nel significato desiderio di affrontare vivacemente il proprio ruolo nel presente e nel futuro. Oltre a uno stile personale ben definito, lontano dall’omogeneizzazione di troppi coetanei europei, le opere della Gartner dimostrano anche un naturale eclettismo tecnico. Il che non è voluto, perché Tarin stessa afferma di concentrarsi sempre sul messaggio, ma rivelano la maturità e la preparazione di un’artista ancora giovane.

Matteo F. M. Sommaruga  20-01-2004

trucco! - Leggi l'intervista a Tarin Gartner

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