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Tradizione millenaria, quella del gioco d’azzardo. Da oltre 6000 anni praticato su tutto il Globo – in Egitto, India, Cina e Giappone i manoscritti riportano tracce di gioco dei dadi e scommesse ai cavalli fin dal 4000 a.C. – vanta tra le sue vittime eccellenti i nomi di Caligola, Nerone, Dostoevskij e l’Aga Khan. E se i due imperatori romani sono probabilmente tra i primi giocatori "compulsivi" della storia dell’azzardo – per loro si parla di una vera e propria passione per il dado - dello scrittore russo va ricordato che il suo "Il giocatore" fu scritto in tempi record – gli ci vollero solo 28 giorni - proprio per far fronte ai tanti debiti accumulati al tavolo verde. Il termine "azzardo" deriverebbe dal francese "hasard", che a sua volta sarebbe riconducibile all’arabo "az-zahr", cioè "dadi". Differenza sottile ma sostanziale, quella che intercorre tra tentar la fortuna e giocar d’azzardo. A rientrare in quest’ultima categoria sono infatti tutti quegli apparecchi in cui "non soltanto l’alea superi l’abilità e l’intelligenza del giocatore", ma che consentano anche "di vincere un qualsiasi premio in denaro o in natura che concretizzi lucro". E’ il caso dei giochi da casinò – roulette, baccarà, chemin de fer e via dicendo – o di quelli extra-casinò - scommesse su cavalli e sport, lotterie, toto-scommesse, Gratta e Vinci (lotterie istantanee), Lotto, ed ancora tombola, Bingo, carte e dadi.
Francesca Pedinelli 2 aprile 2003
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