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RISPONDE ROBERTO DEFEZ dell'Istituto di Genetica e Biofisica di Napoli.
1- Cibi transgenici per chi? La richiesta di cibi sofisticati e naturali riguarda frange della popolazione italiana ed e' limitata ad eventi speciali nella settimana. I numeri sono semplici: l'Italia produce il 6% di tutte le sue produzioni alimentari mediante la sedicente agricoltura biologica ed e' cosi' il primo produttore europeo di alimenti biologici coltivando quasi un milione di ettari ossia quanto Germania, Francia e Regno Unito messi insieme. Ma usa solo l'1% di tutti i cibi che produce da agricoltura biologica. Quindi il 99% di quello che mangiano gli italiani ogni anno non e' "biologico". Riassumendo e' falso che il biologico sia cosi' rilevante come fanno credere i grafici pubblicitari, e' solo parzialmente vero che c'è un forte ritorno al naturale perché oramai il gusto degli italiani e' contaminato da tutte le porcherie che ci vengono propinate. Nessuno più sopporta una gallina cresciuta all'aria aperta perché "puzza di selvatico", nessuno acquista più frutta macchiata ai mercati perché tutti la vogliono grande, intatta, uniforme ed insapore. Prevale su tutto l'idea del mangiare sicuro, sterilizzato e possibilmente fatto da grandi marche. In agricoltura bioogica sono vietati i fertilizzanti di sintesi chimica, quindi vengono utilizzati degradati organici che sembrano essere cose olimpiche pure e trasparenti, all'apparenza sono insomma il ritorno al passato in cui il letame degli animali da soma o di fattoria veniva riciclato in fertilizzanti. Cosi' non può più essere: in realtà non si sa più che farne delle deiezioni di maiali che intossicano l'aria e che nessuno vuole perché i maiali (come i polli, le spigole le orate e tutto quello che si alleva) sono imbottiti di antibiotici, molte tetracicline e quindi non possono essere usate come fertilizzanti. Quello che si usa in agricoltura biologica sono tutte le farine animali. Concluderei dicendo che i Paesi in via di sviluppo chiedono da tempo l'abbattimento delle barriere doganali dei Paesi sviluppati: tali barriere consistono in sovvenzioni statali all'agricoltura (soprattutto quella biologica) e parametri di qualità molto elevati (sempre per il biologico) che limitano le importazioni. Se a questo si aggiunge che per coltivare biologico servono quattro volte la superficie necessaria a coltivare intensivo, si conclude che quella biologica non e' una agricoltura solidale. Per quanto riguarda il secondo punto, nel 2002 il Governo Indiano ha deciso che dopo tre lunghi anni di prove in pieno campo di cotone transgenico resistente ai parassiti il prossimo anno ha autorizzato la coltivazione commerciale di questo cotone sotto la pressione di tutti gli agricoltori indiani (l'India e' il primo produttore mondiale di cotone con nove milioni di tonnellate annue) che avendo trafugato e provato semi di questo cotone, ora non hanno la benché minima intenzione di abbandonarlo visti i notevoli raccolti ottenuti, la protezione dagli infestanti e la drastica riduzione nell'uso dei pesticidi. A questo riguardo la Cina si e' distinta quest'anno come la nazione che più' di ogni altra ha piantato biotech. Anche nel caso della Cina si tratta per ora soprattutto di cotone BT, e tra le ragioni figura anche il dato che per la sola applicazione di pesticidi nei campi di cotone cinesi muoiono ogni anno circa mille agricoltori: con l'introduzione di questo nuovo cotone i cinesi contano di ridurre drasticamente il numero di questi morti. Insomma si può coltivare biotech anche fuori dal G8, i semi costano ma evidentemente ne vale la pena e comunque costano troppo non perché la tecnologia degli OGM e' irrealizzabile, ma perché abbiamo lasciato la guida di questo sapere nelle mani di company private. Comunque, e' vero che non si può fare ricerca ovunque, ma anche che non e' compito delle multinazionali fare beneficenza ma sarebbe compito nostro, della ricerca pubblica europea, fare ricerca "solidale" con i paesi in via di sviluppo promuovendo non le nostre coltivazioni ma le loro in un regime di cotitolarita' dei brevetti. In favore dell'uso e del consumo di OGM si sono espresse tutte le principali organizzazioni internazionali: Unione Europea, Nazioni Unite, World Bank e Rockfeller Foundation, Organizzazione mondiale della Sanità e buon'ultima anche l'Accademia Pontificia.
2- Biotecnologie agroalimentari: più o meno sostenibili rispetto alle attuali? Come sempre si può fare meglio di quanto si faccia ora: il problema e' di scelta strategica. Secondo i protocolli dell'agricoltura biologica per ogni ettaro di terra possono essere allevate solo due mucche o due cavalli. Più in generale per ottenere la stessa quantità di cibo mediante AB serve una superficie quattro volte superiore rispetto all'agricoltura intensiva. La popolazione mondiale ha impiegato milioni di anni (dall'apparizione dell'uomo sulla terra fino al 1900) per raggiungere il miliardo di individui, un secolo dopo siamo sei miliardi, per il 2050 sono attesi 9,3 miliardi di persone che avranno a disposizione la stessa superficie di terra arabile, avranno maggiori richieste di cibo, minori risorse di acqua e dovranno essere usati meno inquinanti chimici di oggi per non intossicare l'acqua potabile. La popolazione mondiale cresce al ritmo del 2,2% all'anno mentre la produzione alimentare del 1,3%. Pensare di usare più terra per coltivare meno cibo significa chiedere la completa deforestazione del pianeta per soddisfare le sofisticazioni di una sparuta minoranza di individui dei paesi più ricchi. L'agricoltura biotech e' di gran lunga più sostenibile dell'attuale agricoltura viste le decine di migliaia di tonnellate di pesticidi risparmiati nei campi dove il pesticida lo produce la pianta ingegnerizzata. Ma l'agricoltura biotech e' di gran lunga più sostenibile globalmente anche dell'agricoltura biologica attuale. Detto ciò e' auspicabile in futuro che varie forme di lotta integrata ai parassiti, agricoltura biotech, fertilizzazione dei suoli non chimica e riciclo della biomassa concorressero tutte alla nuova agricoltura integrata.
3- Qual è lo stato delle attuali tecniche di rintracciabilità degli OGM? Le attuali tecniche sono molto efficienti per identificare OGM modificati in maniera nota, se il DNA e' presente. Già, per quanto riguarda l'olio di colza non si possono riscontrare tracce di OGM; su questa base il Consiglio dei Ministri Italiano riunitosi il 4 agosto 2000 alla presenza di tutti i ministri Verdi ha approvato la commercializzazione in Italia di olio di colza geneticamente modificato prodotto da tre tipi di piante differenti. Ma se arrivassero prodotti di cui non e' conosciuta in anticipo la modifica non si saprebbe cosa cercare, ragione in più per non lasciare nelle mani di altri gli avanzamenti tecnologici in questo settore strategico.
4- Problematiche future...? Gli sconvolgimenti agricoli più arditi non hanno mai prodotto danni irreparabili, tantomeno potrebbe succedere per varietà cosi fragili come le piante OGM. Uno studio condotto per dieci anni su varie piante GM ha mostrato che queste da sole non sopravvivono in natura e tutte indistintamente muoiono se non curate dall'uomo. Ad esempio, la pannocchia di mais alla quale siamo abituati pesa circa cento volte di più di quella della pianta selvatica; si tratta di uno svantaggio selettivo monumentale che nessun intervento potrebbe compensare. La diffusione del transgenico richiede la presenza di sempre maggiore biodiversità, anzi il transgenico e' la via stessa di salvezza della biodiversità' anche in Italia. Una delle più famose piante GM e' il famoso "golden rice": nessuno pensa di usare ovunque la stessa varietà di riso arricchito in Provitamina A, ma invece quello che serve e' introdurre i geni per la biosintesi dei carotenoidi in tutte le varietà locali (la vera biodiversità) destinate alla nutrizione delle popolazioni asiatiche.
5- Si instaurerà una forma di neocolonialismo in Italia e in Europa? Non e' che rischiamo, siamo già colonizzati e non solo dal transgenico e non solo dall'America. Secondo Coldiretti ed Adconsum 160 milioni di litri di olio, 800.000 tonnellate di grano duro, 90.000 tonnellate di semilavorato di pomodoro e 1,7 miliardi di litri di latte sfuso arrivano ogni anno dall'estero nel nostro Paese per essere trasformati o confezionati e diventare alimenti "italiani" (olio di oliva, formaggi, yogurt, pasta, salse di pomodoro). Sono questi in sintesi gli effetti delle lacune normative nazionali e comunitarie che rendono possibile l'importazione di prodotti agricoli destinati con la trasformazione e il confezionamento industriale, ad arricchire il paniere di quello che la Coldiretti ha definito il "falso made in Italy alimentare". A questo dato va aggiunta l'affermazione che oltre il 90% della soia europea e' d'importazione (e di questa oltre meta' transgenica).Cosi' sta avvenendo per il mais ed il cotone. Saremo colonizzati dalle nostre esorbitanti sovvenzioni all'agricoltura che ne fanno un comparto artificiale, dalla nostra incapacità di migliorare il prodotto e la sua qualità di produzione. Il costo del lavoro basso in altri Paesi e' solo una scusa visto che l'ingresso della Cina popolare nel WTO ha comportato una invasione commerciale dei prodotti agricoli americani in Cina per il loro costo più basso e la loro migliore qualità.
Fabio Manfredini 05 novembre 2002
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