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LE CHIARE MOTIVAZIONI DELLA PUBBLICA ACCUSA…
Tanti spunti possono far leva sull'opinione pubblica e determinare così un rifiuto totale degli OGM. Ma facciamo attenzione! Non tutto quello che si legge è ugualmente attendibile.
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mais lucido trucco! INIZIAMO DALL'ASPETTO CHE SICURAMENTE CI TOCCA PIÙ DA VICINO: la nostra salute. I cibi transgenici fanno male?

Sembra che siano in circolazione testimonianze più o meno attendibili di persone che hanno rischiato lo shock anafilattico per aver ingerito alimenti derivati da OGM: da citare sicuramente quella di Keith Finger, apparsa sul Corriere della Sera del 30.03.2001 nell'articolo di Alessandra Farkas "Io, in fin di vita per il cibo biotech". Immettendo in una pianta i geni di un organismo diverso si amplia il numero delle combinazioni genetiche che possono dare vita ad alimenti responsabili di reazioni allergiche in coloro che si nutrono della pianta stessa o dei suoi frutti. Rischio peraltro che non si può evitare completamente: è impossibile determinare a priori quali OGM potrebbero causare fenomeni di intolleranza in quanto questi ultimi si manifestano in modo diverso in ogni singolo individuo.
   C'è un'altra problematica che necessita di ulteriori accertamenti: lo scorso luglio il "Guardian" (rinomato quotidiano inglese) ha pubblicato la notizia che uno staff di scienziati britannici ha dimostrato, eseguendo test su volontari umani, che in particolari condizioni alcune porzioni di DNA geneticamente modificato riescono a resistere al passaggio nello stomaco e a raggiungere quindi l'intestino dove i batteri qui annidati possono appropriarsene. Nel resoconto dell'esperienza apparso nell'articolo "OGM, dalla soia allo stomaco" si ipotizza anche che immagazzinando le molecole transgeniche capaci di svolgere un'azione di resistenza agli antibiotici negli organismi vegetali anche i batteri potrebbero diventare immuni a queste sostanze.
   Un pericolo simile potrà svilupparsi su più larga scala a livello ambientale. Si creano piante dotate di geni che garantiscono loro una maggiore resistenza ai pesticidi: e se attraverso la catena alimentare questi geni dovessero entrare a far parte del patrimonio genetico degli organismi che i pesticidi combattono? Gli antiparassitari finora utilizzati diventerebbero allora inutili.
   Le conseguenze ambientali sono forse la più grossa incognita della diffusione degli OGM: non si può prevedere quali ripercussioni avranno le molecole transgeniche sull'intera catena alimentare e tuttora che sarà dato loro il via diventerà sempre più difficile tenerle sotto controllo. A questo si aggiunge il fatto che le coltivazioni transgeniche rappresentano un ulteriore incentivo alla perdita di biodiversità innescata già da secoli ormai dall'attività umana con la selezione forzata di varietà specifiche sempre più efficienti e produttive sia in campo animale sia in campo vegetale (basti pensare alla diffusione delle grosse monocolture cerealicole che, nello specifico caso del grano hanno portato in Italia all'affermazione di un'unica varietà!). L'ingegneria genetica si avvale di rigidi parametri di standardizzazione, quelli che permettono di ottenere organismi al massimo delle loro potenzialità di qualità e resistenza; ed è ancora più preoccupante che siano già stati messi in atto tentativi di creare alberi transgenici per le operazioni di rimboschimento.
   Le associazioni promotrici di importanti campagne anti-OGM come UNESCO, Legambiente, Greenpeace, WWF, hanno sottolineato questi preoccupanti aspetti trovando tuttavia il loro cavallo di battaglia nella lotta ad un'altra componente, di natura socio-economica: la brevettabilità del vivente. Fino ad ora erano stati emessi brevetti in molti settori della ricerca, ma mai su qualcosa di "vivo": detenere il brevetto su un gene significa appropriarsi dell'essere vivente che lo contiene e di conseguenza di tutti gli organismi che da questo derivano. Le multinazionali delle sementi hanno già messo le mani avanti in questa direzione, smaniose di apporre la propria firma sui viventi in modo da trarre lauti profitti dalla loro diffusione in agricoltura.
   Se un organismo vegetale è brevettato dalle sementi fino al prodotto finito significa che per potersene impossessare o anche solo utilizzare è necessario pagare i diritti di proprietà a chi ne detiene il brevetto, il che aumenta considerevolmente il prezzo di commercializzazione. Da questo punto di vista quindi non ha senso che le multinazionali trovino nella lotta alla fame una giustificazione al loro operato: i paesi sottosviluppati non potranno mai beneficiare di un'agricoltura biotech se questa non sarà accessibile per chiunque. Ancora peggio sarebbe se il terzo mondo fosse invaso da prodotti alimentari derivati da OGM, più competitivi di quelli locali: si diffonderebbe un mercato di cui la popolazione stessa non detiene i mezzi di produzione, una forma di neo- colonialismo dei paesi industrializzati. Ci sono infine delle motivazioni più strettamente personali che lasciano perplessi gli europei, e ancor più noi italiani, di fronte all'ipotesi della diffusione del transgenico: è davvero conveniente per tutti l'agricoltura biotecnologica? Nel senso che l'Italia avrà un beneficio economico dall'estensione dell'ingegneria genetica nel settore agro- alimentare? Legambiente sostiene che le colture transgeniche ben si adattano agli immensi latifondi americani, in quanto investono molto sulla quantità e sull'omogeneità del prodotto, ma sembrano meno indicate per un tipo di agricoltura come la nostra, fortemente condizionata dalla tipicità e variabilità del territorio nonché da pratiche tradizionali, e che spesso deve fronteggiare un'eccedenza delle derrate alimentari.

Fabio Manfredini  07 novembre 2002

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