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Da qualche tempo ormai si sente parlare di clonazione animale, tanto che le nostre orecchie si sono abituate all'accostamento di questi due termini e ora che si comincia a discutere anche di clonazione umana, infrangendo uno degli ultimi tabù della ricerca scientifica, creare degli animali fotocopia può sembrare ad alcuni una conquista scientifica già assodata. Non è per niente così! La storia della clonazione animale è costellata di mostruosità e insuccessi che hanno rivelato fin dall'inizio sia la difficoltà e la complessità della procedura, sia l'insufficienza delle conoscenze in materia. La situazione oggigiorno è sicuramente migliorata, si sono fatti progressi nella ricerca di tecniche più precise e sofisticate ma alcune grosse problematiche nel portare a termine con successo il procedimento di clonazione rimangono, tanto che in un recente rapporto degli USA, pubblicato dalla National Academy of Science, si legge che soltanto l'1% dei cloni prodotti riesce a raggiungere l'età adulta. A questo si aggiunge, sempre secondo lo studio americano, che in generale, le condizioni di salute dei cloni restano ancora scadenti: frequenti le malformazioni e i problemi polmonari, cardiaci, renali. Ne è una prova il recente "caso Matilda", collega australiana di Dolly, morta una settimana prima della pecora più famosa del mondo. Creata in un centro di ricerca biotecnologica in Australia, Matilda è morta alla tenera età di tre anni per cause ancora sconosciute; Dolly almeno ne è campata sei. Gli ambiti di sperimentazione in questo settore potrebbero essere davvero tanti, alcuni molto interessanti. Meglio precisare fin dall'inizio che, tra questi, non deve rientrare la riproduzione di animali domestici con lo scopo di colmare il vuoto affettivo creato dalla scomparsa di un fedele compagno di vita. Clonare un cane o un gatto (tentativo peraltro già portato a termine con Copycat due anni fa) è un desiderio puramente egoistico del suo padrone e non è poi così efficace come può sembrare: ammesso che le sembianze estetiche del clone siano identiche a quelle del genitore-donatore defunto (il che non è per niente assicurato), il padrone si troverebbe di fronte un animale completamente diverso dal punto di vista comportamentale perché chiunque abbia convissuto con un cane o con un gatto sa benissimo che ogni individuo ha una personalità ben distinta dagli altri, dovuta per lo più all'imprinting dei primi mesi di vita, solo in piccola parte ai geni. Questi non determinano per filo e per segno come sarà fatto un organismo, bensì stabiliscono solo come esso risponderà, nello sviluppo embrionale prima e nella vita adulta poi, all'ambiente che incontra, a partire da quello uterino. Fortunatamente c'è chi ha pensato a dei settori di applicazione scientificamente più validi: ricerca innanzitutto, nel senso di capire in modo più approfondito i meccanismi che regolano le prime fasi della riproduzione (vale a dire trasmissione del patrimonio genetico e attivazione della cellula uovo); e poi tutte le possibili applicazioni terapeutiche, dalla creazione di tessuti e organi compatibili con quelli umani al miglioramento della produzione alimentare, attraverso la clonazione di animali da allevamento geneticamente modificati per fornire sostanze altamente nutritive o addirittura curative per determinate patologie. Ma non è finita qui: un possibile beneficio ci sarà anche per le specie in via d'estinzione. Molti gruppi di ricerca stanno lavorando ad un progetto per rinforzare quelle popolazioni con un numero di esemplari talmente esiguo da rischiare l'estinzione: si tratta di utilizzare la tecnica sperimentata con Dolly per portare questo numero oltre la soglia critica delle poche unità facendo così tornare la popolazione autosufficiente. Non manca, a questo proposito, un interessantissimo esempio "made in Italy": a Teramo, il dipartimento di biotecnologie dell'ateneo sta studiando daini e mufloni come specie pilota, vale a dire possibili modelli da utilizzare per la salvaguardia di tutti i ruminanti selvatici in condizioni di ridotta consistenza numerica e per capire meglio in che cosa hanno fallito le attuali tecniche di clonazione applicate agli animali domestici, poiché in quelli selvatici il fenomeno della riproduzione mantiene ancora un carattere "naturale", privo del condizionamento umano. Tutto questo però non basta, c'è chi vuole fare le cose ancora più in grande. L'ultima frontiera della clonazione animale è già stata individuata e dall'altra parte del mondo si sta parlando proprio in questi mesi di ridare vita a specie estinte da lungo tempo. Se ne stanno occupando i genetisti dell'Australian Museum di Sidney, che da mesi lavorano al progetto di ricreare l'intero patrimonio genetico della Tigre della Tasmania (un lupo marsupiale estintosi nel 1936, conosciuto anche come Tilacino) prelevando delle porzioni di DNA di qualità abbastanza elevata da un esemplare conservato in alcool etilico fin dal 1866 e riproducendole attraverso la tecnica della PCR. Sarà un nuovo Jurassic Park? Fortunatamente si può stare tranquilli ancora per un bel po'. Nonostante sia stato annunciato che il gruppo di lavoro è a buon punto, il procedimento è estremamente complicato per l'esigua quantità del materiale genetico su cui si può lavorare e per le sue condizioni tutt'altro che ottimali. Ma se anche si riuscisse a riportare in vita un individuo, è impensabile ricreare da questo un'intera popolazione di Tilacini: l'arma vincente di tutte le specie viventi è la variabilità genetica che permette loro di superare il potente filtro della selezione naturale attraverso quegli individui che di volta in volta meglio si adattano alle condizioni ambientali. È difficile pensare di ricostruire questa condizione con un unico patrimonio genetico, in tempi che siano "umani": la natura ha impiegato migliaia di anni! Viene da pensare che lo scopo dei genetisti australiani sia ben diverso da questo e che rientri, purtroppo, in un'ingannevole operazione pubblicitaria a loro beneficio.
Fabio Manfredini 7 maggio 2003
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