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Lettera killer POCO PIU' DI UN ANNO E' PASSATO dal grave episodio delle lettere all'antrace negli USA: solo una tappa questa, purtroppo, nella storia dell'utilizzo del Bacillus anthracis nel bioterrorismo. Le ricerche a questo riguardo sono iniziate infatti circa ottant'anni fa e ancora oggi alcuni stati prevedono l'utilizzo di questo microrganismo nei programmi di guerra biologica.
   Il primo episodio di contaminazione da antrace per inalazione fu accertato il 4 ottobre 2001 in un giornalista di 63 anni residente in Florida. Non fu necessario molto tempo per rendersi conto che si trattava di un attacco terroristico, gli indizi erano chiari: altri casi simili rilevati nell'arco di pochi giorni in varie parti degli USA, la presenza della forma clinica più grave della malattia (quella per inalazione) e la totale assenza della patologia, in precedenza, tra la popolazione americana.
   Il governo statunitense prese immediatamente i provvedimenti necessari per arginare un'emergenza di tipo epidemiologico: in particolare rese disponibili le informazioni ottenute a tutta la comunità scientifica e non, permettendo così ad ogni stato di attrezzarsi per fronteggiare il problema.
   In Italia, il Ministero della Salute emanò proprio allora una serie di linee guida da seguire nel caso in cui si fosse verificato un presunto attacco terroristico anche sul suo territorio. Al tempo stesso la Regione Emilia-Romagna si preoccupò di emanare le procedure operative in caso di ritrovamento di materiale sospetto.
   La vicenda si concluse con il seguente bollettino: 18 casi di contaminazione negli USA, di cui ben 5 mortali, mentre in Italia non furono registrati contagi, e nemmeno sull'intero territorio europeo, nonostante le innumerevoli presunte segnalazioni (ben 150 tra ottobre e novembre del 2001 nella sola Emilia-Romagna!).
   In quest'occasione si sono evidenziate in Italia gravi carenze nella gestione di episodi di questo tipo. Per prima cosa la mancanza di procedure operative ben precise per la manipolazione di materiale potenzialmente contaminato; inoltre l'assenza di un personale medico specializzato sulle armi biologiche ed infine la necessità di effettuare una corretta comunicazione del rischio alla popolazione prevenendo il verificarsi di fenomeni di panico collettivo. Limitatamente al territorio della Regione Emilia-Romagna è stato rilevato che non esiste nessun laboratorio di microbiologia capace di permettere la manipolazione di microrganismi particolarmente pericolosi nelle adeguate condizioni di sicurezza, così come non esistono strutture ospedaliere munite di percorsi accessori ed isolati per consentire il passaggio di soggetti potenzialmente infetti.

Fabio Manfredini  19 febbraio 2003

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