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DUEMILA ANNI DI STORIA
Non è poi così giovane e immaturo questo bioterrorismo; ammesso però che lo prendiamo in senso lato.
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Assedio È QUASI RASSICURANTE sapere che c'è una "storia" della guerra biologica: dico quasi perché la misera consolazione dura ben poco tempo di fronte alle preoccupazioni dei nostri giorni. Però, se è vero che il bioterrorismo sembra proprio essere un figlio della nostra epoca tanto che si è provveduto a creare un neologismo per definirlo, è anche vero che l'uomo aveva già sperimentato qualcosa di simile secoli e secoli fa, in quella che si può definire la storia antica del bioterrorismo, per distinguerla dalla moderna e da quella presente.
   Bene, sembra proprio che nel mondo antico i pionieri di questa grave piaga furono, ahimè, i nostri antenati più prossimi, gli antichi romani. Essi usavano contaminare le riserve d'acqua nemiche gettandovi carcasse di animali morti: il fine ultimo non era ancora quindi quello di uccidere direttamente l'avversario usando agenti biologici, bensì quello di indebolirlo rendendolo più vulnerabile attraverso una riduzione delle risorse vitali ed un'azione di abattimento psicologico. I tartari fecero un grosso passo in avanti nel 1347 durante l'assedio del presidio genovese di Caffa, sul Mar Nero: essi gettarono al di là delle mura della fortezza un tal numero di cadaveri appestati da provocare un'epidemia che mise in fuga il nemico. Qui l'intento era già marcatamente quello di condurre una guerra biologica e fu di gran successo, soprattutto se si pensa che molto probabilmente furono proprio le navi genovesi a portare in Europa la Morte Nera provocando la pestilenza medievale che sterminò ben 25 milioni di persone! Nel Nuovo Mondo, invece, il primo episodio documentato di bioterrorismo risale al 1763, durante la guerra dei Sette Anni, allorchè gli inglesi della Nuova Scozia, per mettere fuori gioco i pellerossa che sembravano simpatizzare per i nemici francesi, diedero loro come apparente gesto d'amicizia delle coperte che in realtà provenivano da un ospedale dove si curavano pazienti affetti da vaiolo; inutile dire che il gesto ebbe effetti disastrosi sulle popolazioni indiane, che venivano a contatto con la terribile malattia per la prima volta. Pressappoco nello stesso periodo, sempre gli inglesi mandarono tra i Maori gruppi di prostitute infettate dalla sifilide.
   Nel 1918 si può far iniziare l'epoca della guerra biologica moderna: protagonista indiscusso dei primi decenni il Giappone. Il suo programma ebbe inizio proprio sul finire della prima guerra mondiale con la creazione dell'Unità 731, una sezione speciale dell'esercito per la guerra biologica. Dopo poco più di un decennio, con l'occupazione della Manciuria, l'Unità fu qui trasferita in quanto aveva a disposizione una scorta di materiale umano immenso da utilizzare come cavie per gli esperimenti. E così negli anni quaranta, quando la seconda guerra mondiale era già cominciata, ci furono le prime offensive: agenti infettivi della peste bubbonica, del colera e della leptospirosi sparsi dagli aerei giapponesi sulla Cina e bombe batteriologiche sempre sulla Cina, queste ultime però senza successo. I prigionieri americani furono le cavie predilette per terribili esperimenti e durante la ritirata gli instancabili giapponesi non esitarono a rilasciare contro il nemico ratti infestati dalla peste.
   Nello stesso periodo anche la Gran Bretagna aveva avviato il suo programma di ricerca batteriologica focalizzando la sua attenzione sul Bacillus anthracis ed in particolare sulle sue modalità di diffusione. Come sede per le sperimentazioni fu scelta l'isola di Gruinard, al largo delle coste scozzesi, abbastanza al largo, si pensava, da non costituire alcun rischio per la madrepatria. E invece nel 1943 una gravissima epidemia si diffuse tra il bestiame proprio in Scozia: gli esperimenti furono immediatamente sospesi, ma ormai era troppo tardi, l'intera isola era irrimediabilmente infestata dalle spore che avevano infettato non solo aria, acqua e suolo ma il sottosuolo stesso!
   A questo punto mancano soltanto gli USA all'appello. Il loro programma di guerra biologica inizia nel 1942, sfruttando l'onda delle ricerche giapponesi e britanniche. Nel 1956 il governo statunitense fu accusato dall'URSS di aver utilizzato armi batteriologiche in Corea: da allora gli USA cambiarono rotta e le sperimentazioni cominciarono a farle "in casa", tramite il rilascio sulle aree popolate di "agenti biologici surrogati", come usavano chiamarli gli addetti ai lavori di fronte ad una popolazione combattuta tra ignoranza e perplessità (indimanticabili il caso della Serratia marcescens a San Francisco, i "test dello schermo di fumo" a Minneapolis e il rilascio del Bacillus subtilis nella metropolitana di New York City). Questi i fatti più o meno documentati: ce ne sarebbe una sfilza in cui i sospetti hanno ancora una percentuale troppo alta, discorso valido per il virus Ebola e l'HIV, che secondo alcuni sarebbero stati diffusi più o meno deliberatamente dal governo degli USA.
   Negli anni novanta la corsa alle armi batteriologiche riprende con vigore, anche se camuffata con l´esigenza di "dotarsi di strumenti di difesa" da attacchi batteriologici. Il perché è da ricercarsi nella manipolazione del DNA e quindi del patrimonio genetico, che permette di creare e di inventare microrganismi assolutamente sconosciuti dal nemico, ma ben studiati dall´attaccante che può quindi vaccinare preventivamente le proprie popolazioni o truppe prima di sferrare l´attacco. Le armi batteriologiche, grazie anche ad un incremento di badget per opera delle multinazionali della biotecnologia, ritrovano quindi il loro posto negli arsenali.

Fabio Manfredini  19 febbraio 2003

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