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NONOSTANTE MOLTI PAESI ATTUALMENTE detengano ufficiosamente armi biologiche di ogni tipo, per come vanno le cose anche in altri campi della politica e dell'economia mondiale, non deve comunque stupire l'esistenza, da ormai 80 anni, di accordi internazionali che ne vietano produzione e uso. Nel 1925 il primo di questi trattati, noto come il Protocollo di Ginevra, proibì lo sviluppo di gas asfissianti e metodologie offensive batteriologiche per la guerra: sappiamo tutti come è poi andata a finire... La Convenzione del 1972 ha poi sancito la proibizione di realizzare e conservare queste armi a scopo bellico; da notare che gli Stati Uniti due anni prima ne avevano vendute per milioni di dollari allo stesso Iraq! Lo stop alle armi chimiche è stato poi perfezionato dalla Convenzione del 1993. Difficilmente questi accordi vengono rispettati, visto che sono moltissimi i paesi che stilano annualmente programmi di sviluppo di armi biologiche. Per renderle più pericolose ormai tutti si preoccupano di alcune caratteristiche fondamentali, di cui le sostanze devono essere provviste: una "buona" arma biologica deve essere stabile alle condizioni ambientali, maneggevole, facile da produrre e da conservare, economica da realizzare e non rischiosa per chi la trasporta e la detiene prima dell'uso. Il CDC americano (Center of Disease Control) ha suddiviso questi microrganismi in tre raggruppamenti: la categoria A vede sostanze facilmente disseminabili e trasmissibili da persona a persona, ad elevata mortalità, e sono le più usate (antrace, vaiolo, botulino, Ebola, ecc.). La categoria B comprende microrganismi di modesta morbosità e trasmissibilità, come l'Escherichia Coli e la Salmonella, mentre la categoria C è la più spaventosa: vi rientrano patogeni per i quali non esistono terapie efficaci, virus e batteri spesso geneticamente modificati e quindi resistenti ai farmaci. Diventa quindi fondamentale, in caso di contagio, il riconoscimento rapido dell'agente infettivo da parte delle strutture sanitarie, che oltre a gestire le cure e organizzare sorveglianza e informazione, deve prima di tutto essere in grado di fare un'attenta indagine epidemiologica. Questa consiste sostanzialmente nell'individuare la sorgente, calcolare il periodo di incubazione, identificare anomalie come resistenze a farmaci e incidenze geografiche e infine formulare ipotesi plausibili di cosa ci si trova ad affrontare. Purtroppo una recente indagine ha reso noto che, negli USA, solo il 6% degli ospedali sono attrezzati a fornire cure adeguate in caso di attacchi bioterroristici, mentre in Italia manca addirittura un laboratorio isolato al meglio per poter anche solo manipolare microrganismi della massima pericolosità: non siamo nemmeno in grado di studiarli, figuriamoci se dovessimo curarci da un'epidemia! Del resto ai bioterroristi non serve necessariamente uccidere più persone possibili, essi mirano a mandare in tilt la struttura sanitaria, a colpirci psicologicamente facendoci crollare dall'interno. Nelle settimane successive all'attentato americano con l'antrace dello scorso anno, i casi di grave depressione negli Stati Uniti sono aumentati del 30% improvvisamente: agli attentatori basta anche solo questo dato per cantare vittoria.
Valerio Gagliardelli 19 febbraio 2003
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