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L'IPOTESI DI RIUSCIRE A CLONARE UNA PERSONA viene spesso associata alla possibilità di far nascere un individuo identico al donatore del DNA, una sua copia esatta: niente di più sbagliato. Due gemelli omozigoti sono molto più simili tra loro, geneticamente, che un clone e il suo donatore, e non si parla di sola somiglianza fisica ma, soprattutto, caratteriale. Gli stimoli che l'ambiente offre ad una persona ne plasmano il carattere insieme alle esperienze che egli vive quindi, se ci trovassimo davanti il nostro clone, verosimilmente egli sarà un individuo molto diverso da noi almeno nella personalità, se non proprio nei lineamenti. Inoltre, essendo solo il DNA del nucleo ad essere clonato, non si assisterebbe a nessuna replica del DNA contenuto nei mitocondri, organelli citoplasmatici responsabili della "respirazione" cellulare: questo può fare la differenza, per esempio, tra un grande atleta e una "schiappa". Ci si preoccupa spesso solo degli aspetti tecnici in quest'ambito, ma a livello etico e psicologico si presenta una miriade di problemi, riguardanti innanzitutto l'elemento più fragile: il clone stesso. Come si potrebbe sentire sapendo di essere la copia di qualcun'altro? Probabilmente il clone avrebbe gravi turbe psichiche, così come potrebbe averle il donatore: un vedovo che volesse clonare la moglie morta, verso la sua copia si sentirebbe più padre o marito? E guardando il suo stesso clone, un vecchietto, non avrebbe sempre davanti agli occhi la sua giovinezza a deprimerlo? E in famiglia, i cloni di papà e mamma sarebbero considerati fratelli o zii dai figli naturali? A tutti questi interrogativi vanno aggiunti i probabili comportamenti castranti del donatore verso la sua copia, da affetti esagerati e soffocanti a manie di superiorità e comando; si potrebbe giungere ad una sorta di schiavitù psicologica, per poi passare ad una successiva ribellione, anche piuttosto violenta, da parte del clone sottomesso. I problemi, però, non si fermano qui: in campo giuridico e legislativo occorrerebbe una minirivoluzione per adeguarsi a certe situazioni. La legge dovrebbe, per prima cosa, stabilire se un clone deve essere considerato ufficialmente un figlio o un fratello del donatore, differenza che assume grande rilievo in alcuni casi, per esempio quando si tratta di eredità e successioni. E se il clone nascesse malformato o disabile, potrebbe essere disconosciuto dagli pseudogenitori, e lui potrebbe poi far loro causa? E al medico che ha effettuato la clonazione? Nemmeno un test del DNA potrebbe essere chiaro per sbrogliare certe faccende: infatti un clone avrebbe lo stesso rapporto genetico di parentela che ha il suo donatore verso i propri genitori che, idealmente, sarebbero invece una sorta di nonni per l'individuo fotocopia. Di certo non mancherebbero confusione e malintesi, in tutti i campi, e ciò non è altro che l'ennesima dimostrazione di quanto sia delicato maneggiare le potenzialità biogenetiche della scienza odierna. Il parallelismo con la fisica quantistica è oltremodo calzante:grazie a questa si possono ricavare energia per vivere o una bomba atomica per sterminare. Le biotecnologie potrebbero essere la risposta alle malattie genetiche e ai trapianti d'organo, il futuro più radioso della medicina, ma anche il mezzo per dilaniare ogni etica e ogni morale. Per fare un esempio, come si comporterebbe, con questo potere fra le mani, un occidente capace di sfruttare il lavoro minorile dell'estremo oriente? Ed è solo il primo interrogativo che viene in mente.
Valerio Gagliardelli 7 maggio 2003
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