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Intervista a Gabriele Muccino
Chiacchiere parigine col regista di "Come te nessuno mai", appena approdato in Francia...
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il poster del film trucco! Qual è stato il suo percorso prima di poter realizzare il suo primo lungometraggio?
   Ci sono arrivato facendo molta televisione. Avevo voglia di imparare fino in fondo il mestiere di regista. Da sempre ho voluto fare cinema, sono appassionato di cinema da quando sono bambino. Un giorno, ho deciso di fare il regista ed ho fatto tutto il possibile: ho seguito dei corsi al Centro Sperimentale di cinematografia di Roma; ho fatto l'assistente alla regia con diversi registi italiani, fra i quali Pupi Avati. Poi ho fatto molti cortometraggi, e anche molti lavori in televisione: ho fatto programmi di ricostruzione di incidenti, ho fatto una saop opera, ho fatto dei documentari in Africa, ho fatto un po' di tutto, però ho imparato parecchio perché attraverso tutte queste cose dovevo mettere in scena delle emozioni. Quando ho sentito di aver imparato abbastanza, di essere in grado di fare il regista, ho fatto un film vero e proprio, ho scritto una sceneggiatura, l'ho proposta ad un produttore, gli è piaciuta ed ho realizzato "Ecco fatto". Il film è piaciuto molto e ho scritto un secondo film.

È lo stesso produttore che ha prodotto i suoi due primi lungometraggi?
   Sì, è lo stesso.

Ha accettato subito questo secondo progetto?
   Sì, anche perché l'idea era sua! Lui ha conosciuto mio fratello, Silvio. Gli è stato molto simpatico, e mi ha detto "perché non facciamo un film su tuo fratello?". Ed ho detto "facciamolo!". È proprio andato così! Io non ci pensavo, stavo già scrivendo un altro film.

Come si è svolta la scrittura di "Come te nessuno mai"?
   Per scrivere quel film ho cercato di capire come raccontare alcune cose che erano prese dalla vita reale di mio fratello, cose che erano affascinanti anche perché erano in una qualche maniera universali, mi ricordavano la mia adolescenza. È un percorso tutto sommato comune a tanti: quello della scoperta del sesso, della voglia di essere indipendenti, di confrontarsi con i genitori... Ho parlato con mio fratello per giorni. Mi raccontava la sua storia, le sue emozioni, i suoi innamoramenti, le sue frustrazioni, e quando ho sentito di avere parecchio materiale, ho iniziato a scrivere la sceneggiatura. Ho poi chiesto a Silvio di correggere i miei dialoghi e anche le intenzioni delle scene. Nel film, c'è anche una parte femminile, la parte delle ragazze. Ho dunque coinvolto una sua amica, una ragazza di 16 anni che mi ha aiutato quanto lui a focalizzare le situazioni per renderle credibili, reali e vive.

La parte autobiografica è importante nel film? Ha occupato anche Lei il liceo?
   Io non l'ho vissuto perché i miei anni erano quelli subito dopo gli anni 70. E gli anni 70 in Italia sono stati politicamente molto intensi. Poi c'è stato un momento di stordimento generale negli anni ottanta, quando ero a scuola al liceo: il massimo che facevamo era di protestare contro i missili di Reagan in Sicilia buttati contro i Sovietici, oppure contro il nucleare di Chernobyl. Le nostre grandi battaglie erano quelle. Le battaglie di chi era venuto prima di noi erano altre, dalla guerra del Vietnam al terrorismo delle Brigate Rosse. Io sono figlio di una generazione un po' confusa e anche addormentata in qualche maniera. La generazione di mio fratello è ancora diversa, perché loro sentono questa lontana eco delle cose dette, fatte anni fa, però ne sanno pochissimo. E sono cresciuti a differenza di me in un mondo, in una realtà politica molto tiepida. La guerra fredda per esempio era un incubo per noi, l'incubo di una guerra globale, di una terza guerra mondiale. Loro quest'incubo non ce l'hanno. Vivono in un mondo più disteso. Anche il governo italiano, con questo centro-sinistra molto edulcorato, molto pacificato... Prima c'era molta più tensione fra gli ex-comunisti e la democrazia-cristiana.

Anche se gli estremi ci sono ancora...
   Ci sono però sono diversi. Sono estremi che dicono "non siamo più quelli di una volta", non riconoscono la loro storia. Dicono "non siamo fascisti", i comunisti dicono "non siamo più comunisti", nessuna accetta più la propria storia. Tutti vogliono diventare un po' centro, vogliono entrare al governo, al centro-destra o al centro-sinistra. Tutto è molto poco definito. E questo fa sì che ci sia un vuoto d'identità, i ragazzi non sanno più come definirsi.

Tornano spesso nel film delle allusioni a Che Guevara, al '68, che per i giovani di oggi in Francia non sono più delle referenze. Quest'immagine conta ancora in Italia?
   Che Guevara in Italia è un'icona che alla sinistra di oggi è ancora cara. Nelle stanze di questi ragazzi, quelli che si definiscono di sinistra, c'è ancora Che Guevara, è un classico. È strano, è buffo, perché loro oramai da Che Guevara sono molto lontani. Sono degli agganci che permettono loro di avere qualche legame con qualcosa di forte. Le grandi icone come Che Guevara nobilitano la loro esistenza politica.

In maniera generale nel film ci sono moli riferimenti al passato. Nonostante l'aspetto politico. Per esempio il fatto che Silvio e Valentina si diano il primo bacio nella sala degli archivi non mi sembra casuale...
   Infatti, non è casuale. Per loro non è casuale. È una conseguenza della loro voglia di vivere una storia importante, di aver un peso nella storia, come quelli che sono venuti prima di loro. I loro genitori hanno avuto in qualche maniera un peso perché hanno fatto questo famoso 68 di cui nessuno sa un granché ma di cui si parla ancora tanto. E loro hanno proprio questa necessità, a 16 anni, di dire al mondo "io esisto". Anzi, non solo esisto ma penso anche delle cose che voi, stupidi conservatori, non pensate. Per cui, c'è una voglia di riscatto storico, anche politico. Nel vuoto politico attuale, è difficile per loro collocarsi politicamente da una parte o dall'altra. Cercano dunque qualcosa a cui agganciarsi, come Che Guevara. L'archivio in questo senso è la volontà di seguire un percorso, di stabilire un contrasto. In realtà, quando parlano con i genitori, si trovano sempre in contrasto: i genitori dicono "c'eravamo prima di voi" - questo è molto vero in Italia, succede molto con gli ex-sessantottini - ed i figli dicono "anche noi siamo dei ribelli".

Nel cinema italiano recente ci sono molti film che riguardano l'adolescenza. Come si è posizionato rispetto a loro?
   Il fatto che io abbia fatto un film su questi anni è stato accidentale, avevo un fratello che aveva quell'età lì, ho raccontato la sua storia e quella dei suoi amici. Se avesse avuto 18 o 20 anni sarebbe stato diverso. Però sicuramente quest'età era affascinante. Adesso lui ha quasi 18 anni, ed è diverso: ha perso per necessità quella ingenuità che aveva due anni fa.

Trovo che la morte sia molto presente attraverso il personaggio di Claudia. È qualcosa che lo angosciava in quanto adolescente?
   Sì, quando io avevo la loro età, morì mio zio e rimasi turbato, scioccato dalla scoperta della morte. È una cosa che non scopri prima che ti arrivi addosso. Scopri che sei di passaggio, effimero, e questo può essere destabilizzante per un adolescente. Io sono stato talmente colpito da convincermi che mi sarei ammalato presto e che sarei morto nel giro di pochi mesi. Quindi con Claudia ho un po' riportato quella piccola coscienza.

un'immagine tratta da Ecco Fatto trucco! Come ha scelto il liceo nel quale ha girato il film?
   Il liceo dove ho girato è l'unico liceo storico, con un'architettura importante, che avesse pochissimi studenti. Quindi c'era la possibilità di girare delle scene di massa, durante l'occupazione.

Ha girato durante le vacanze?
   No, durante il periodo normale, però era un grande liceo con tre classi solamente, il resto era quindi vuoto...

Sono durate molto le riprese?
   In tutto è durato 8 settimane. E nel liceo solo tre settimane. Che sono parecchie! In una scuola piena, sono tantissime.

È stato difficile girare le scene di massa nel liceo?
   È stato complesso ma non difficile perché più della metà delle comparse avevano fatto delle occupazioni esattamente come quella del film. Per cui hanno fatto esattamente ciò che avevano fatto un mese prima o un anno prima. Ognuno sapeva come muoversi all'interno di ogni scena. C'erano scene molto complesse in cui si entrava, si facevano delle cose anche molto movimentate, dinamiche, però ognuno sapeva cosa fare perché l'aveva già fatto. C'era una forma di magia, tutto si animava, diventava vivo. In certi momenti ho avuto l'impressione di fare un documentario invece di una fiction perché, seguendo le mie direttive, riuscivano a dare una grande credibilità, vivevano ancora quel momento molto intensamente, si muovevano con una grande serietà.

La macchina da presa è molto mobile. Come lavorava con il suo operatore?
   Ho già fatto due film con lui per cui siamo già abbastanza affiatati, ci capiamo subito. Sono molto deciso quando devo girare quello che ho scritto per cui praticamente non ho mai avuto problemi. I problemi ce li ha chi non sa cosa vuole, chi fa un tentativo, poi ne fa un altro.

È stato difficile dirigere il proprio fratello?
   Temevo fosse difficilissimo. All'inizio non volevo prenderlo. Volevo scrivere con lui la sceneggiatura e basta. E così fu, cioè, fra tutti gli altri attori, ho cercato anche il ruolo di Silvio. Ho fatto 1000 provini circa per l'intera classe, e circa 200 solo per il ruolo di Silvio. Cercavo qualcuno che gli assomigliasse però che non fosse lui. Alla fine ho scoperto che lui era esattamente quello che cercavo. Io avevo paura di non saperlo dirigere, di non essere obiettivo e lucido, e quindi di sbagliare. In realtà non è andata così. Quando giri un film hai talmente paura, hai talmente urgenza di raccontare quella storia che diventi anche molto cinico. Non ci sono più legami di sangue o di amicizia. Ci sono degli attori che devono raccontare delle belle emozioni. Quindi l'ho diretto in maniera molto passionale, come tutti gli altri, ma anche distaccata. Anche per le scene difficili come quella in terrazza quando fa l'amore con Claudia: era una scena molto difficile perché gli attori erano tutti e due vergini, per cui erano terrorizzati e inesperti. Lei era terribilmente imbarazzata e pudica. Lui idem. Però appunto avevo talmente urgenza di raccontare questa storia che l'ho diretto in maniera anche molto aggressiva. Gli ho fatto fare quello che volevo, non era facile. Loro sono vestiti, non fanno nulla, però il poco che fanno era difficilissimo: hanno comunque 16 anni, e a quest'età anche un bacio è importante. Un bacio dato bene, un bacio che sullo schermo sembri appassionato, non è facile da stimolare in un attore che ha 16 anni.

Come ha scelto Anna Galliena e Luca de Filippo per interpretare i genitori di Silvio?
   Anna,l'avevo in mente mentre scrivevo il film, è stato immediato. Luca de Filippo è stato un'idea che mi ha dato il mio produttore. Lui lo conosceva molto bene, l'ho incontrato, mi è piaciuto. È un attore che ha una bella umanità, è una bella persona.

Il personaggio della madre di Silvio è molto commovente. Si è ispirato a sua madre per scriverlo?
   Ricorda dei tratti che aveva mia madre quando cercava di dialogare con me e io non volevo. C'è un gioco delle parti quando si è figli. I figli mettono la maschera dei ragazzi che sono cresciuti, forti; pronti ad affrontare il mondo. I genitori mettono invece la maschera degli adulti responsabili che hanno bisogno di dialogare con i figli e di fare sentire loro che ci sono. Si aggiunge una fatale incomunicabilità che forse è strutturale nell'età dell'adolescenza. Quando si è adolescenti si ha bisogno di non sentirsi amici dei genitori, ma di sentirsi in fuga: aiuta a diventare forti. Occupare la scuola è una manifestazione di questa necessità: si occupa la scuola perché ci si vuole sentire forti.

Com'è andata la sua collaborazione con il musicista? perché trovo che la musica aderisca sempre perfettamente alla storia.
   Avevo in mente una musica che fosse importante, epica, come i loro sentimenti. Loro sono molto seri. All'inizio pensavo di fare un ritratto leggero su una generazione. E poi lavorandoci mi sono accorto che di leggero non c'era un granché. C'era una grandissima serietà nei loro stati d'animo, nelle loro intenzioni, nel modo in cui affrontavano le loro vite, l'amore, le passioni, i rapporti con i genitori, le liti fra amici... per questo la musica doveva secondo me accompagnare questa grande emotività e questa serietà.

Come ha scelto il titolo del film?
   Era un graffito su un muro, non è stata un'idea mia ma dell'assistente del produttore: ha visto questa scritta sul muro e gli è piaciuta. È solo casuale, come tante cose nella vita!

E adesso, a che cosa sta lavorando?
   Lavoro a un film che parla di chi ha 30 anni e non vuole accettare di essere cresciuto. Non vuole accettare di mettere su una famiglia, di aver figli, una moglie, un lavoro stabile, una vita oramai preconfezionata. E c'è anche la storia di una madre che ha 50 anni e che invece ha paura di invecchiare, di non potersi più innamorare, di non poter fare innamorare nessuno di lei: è vecchia e si avvicina ad un ribaltamento irreversibile. Queste due storie vanno avanti parallelamente.

(Parigi, 31 marzo 2000)

Christel Taillibert  4 maggio 2000

trucco! Avevamo recensito il film in occasione del Festival del Cinema di Venezia '99
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