Il destino di un cavaliere
Tit. Or.: A Knight's Tale (USA, 2001)
Regia: Brian Helgeland
Durata: 132'
Cast: Heath Ledger, Rufus Sewell, Shannyn Sossamon, Paul Bettany, Mark Addy, Laura Fraser
LO SCUDIERO WILLIAM (HEATH LEDGER) SI SOSTITUISCE AL SUO PADRONE DECEDUTO E DECIDE DI CIMENTARSI nella disputa di tornei cavallereschi nonostante la totale inesperienza. Le vittorie si susseguiranno, ma la mancanza di un titolo nobiliare lo porterà a rischiare tutto il conquistato, compreso il cuore della dolce Jocelyn (Shannyn Sossamon).
Dopo l’ottimo Payback, Brian Helgeland si perde con una scialba rivisitazione semi-pop del medioevo e dei suoi miti. Godibili le frivole interpretazioni degli inglesi puro sangue Paul Bettany (Gangster No.1) e Mark Addy (Full Monty), mentre il volto dell’ipotetico idolo della ragazzine Heath Ledger finisce per attirarsi svariate maledizioni, soprattutto perché l’impostazione semiseria del film si disfa allo scoccare della seconda ora di durata per mettere in risalto una scontata storia sentimentale. Se infatti può risultare piacevole seguire la formazione del neo-cavaliere errante, concedendo alla regia di Helgeland i tempi necessari a giustificare le successive conquiste, risulta decisamente insostenibile sorbirsi melensi battibecchi sentimentali, coltivati in fase di scrittura per troppe pagine.
Hedwig - La diva con qualcosa in più
Tit. Or.: Hedwig and the angry inch (USA, 2001)
Regia: John Cameron Mitchell
Durata: 95'
Cast: John Cameron Mitchell, Michael Pitt, Miriam Shor, Stephen Trask, Theodore Liscinski, Rob CAMPBELL
HENSEL (JOHN CAMERON MITCHELL) È UN GIOVANE RAGAZZINO BERLINESE CHE FINISCE PER INNAMORARSI PER UN AITANTE MILITARE AMERICANO. Per volare sull’oceano a fianco del suo amato verso le stelle e le strisce, sarà necessaria quell’operazione destinata a portare solo disagio. Essenziale opera rock che di certo non ha nei fasti visivi del Rocky Horror i suoi riferimenti stilistici. Hedwig è un musical che flirta più con l’iconografia punk che con il pop camp che ha reso celebre l’altro noto musical sull’ambiguità (e la libertà) sessuale. Sensibile come poche altre pellicole che vedono in un transessuale il loro protagonista, Hedwig è una delle poche produzioni indipendenti americane ad avere qualcosa di interessante da dire.
Azzurro
Tit. Or.: Azzurro (Svizzera-Italia-Francia, 2001)
Regia: Denis Rabaglia
Durata: 85'
Cast: Paolo Villaggio, Francesca Pipoli, Renato Scarpa, Marie Christine Carrault
E’ DA QUALCHE SETTIMANA ENTRATA IN VIGORE LA NUOVA LEGGE SULL’IMMIGRAZIONE: RESTRIZIONI più severe per il ricongiungimento dei familiari, obbligatorietà del lavoro per chi voglia entrare in Italia ed introduzione del reato di immigrazione clandestina. Favorevoli o contrari a queste nuove norme? Non è sicuramente questo il “luogo” adatto per una discussione del genere né tantomeno è stato indetto un referendum ad hoc per l’approvazione di norme che sembrano siano state approvate nell’indifferenza generale.
Per cui risulta alquanto “curioso” che sia proprio il film del regista italo/svizzero Denis Rabaglia, “Azzurro”, a proporci, indirettamente e lungi dalle sue intenzioni, un’amara riflessione sulle dura vita degli immigrati. E paradossalmente ci costringe a queste importanti considerazioni parlando di una storia di immigrati “al contrario”: ossia è l’italiano che emigra all’estero e si trova a vivere sulla propria pelle disagi e sofferenze di una vita “out”.
Per sgombrare subito il campo da qualsiasi lettura politica-sociale della pellicola, bisogna sottolineare come “Azzurro” si muova sulle corde di un racconto leggero, favolistico, e con i toni di un cinema semplice e sereno, quasi “old style”, racconti in primis la storia di un uomo, Giuseppe De Metrio, 75 anni, pugliese, di cui 30 passati a Ginevra come capomastro e della sua unica nipotina di 7 anni Carla, cieca, in attesa di un trapianto della cornea che dovrebbe ridarle la vista. Ma l’operazione continua a farsi attendere e così Giuseppe (il sempre più bravo nel ruolo del “vecchio” Paolo Villaggio) decide di tornare in Svizzera per chiedere i soldi necessari all’operazione al suo ex datore di lavoro.
Inizialmente destinato a durare 48 ore, il viaggio del nonno e di Carla (la piccola esordiente Francesca Pipoli scelta tra più di 540 bambine) prende una piega che non avrebbero potuto immaginare imparando ciascuno dei viaggiatori l’uno a vedere con “nuovi” occhi il proprio passato l’altra a imparare a vedere il suo nuovo futuro.
Ma è nel sottotesto della storia che il regista, al suo esordio e premiatissimo in Svizzera, Denis Ramaglia colpisce e scuote la nostra memoria rendendoci partecipi delle difficili condizioni di vita e delle pesanti restrizioni a cui erano sottoposti i nostri immigrati in Svizzera (non potevano portarsi dietro i propri familiari o abitare nei quartieri residenziali, e quando si ammalavano e non servivano più sul posto di lavoro venivano mandati via): la memoria molte volte si rende necessaria e soprattutto di questi tempi nei quali non è così difficile rintracciare una scarsa sensibilità e conoscenza storica dei principali rudimenti che regolano, sin dall’origine, i rapporti tra gli uomini.
Jalla!Jalla!
Tit. Or.: Jalla!Jalla! (Svezia, 2001)
Regia: Josef Fares
Durata: 88'
Cast: Fares Fares, Torkel Petersson, Jan Fares, Laleh Pourkarim, Tuva Novotny
JAN FARES È IL PADRE DEL REGISTA DEL FILM “JALLA! JALLA!” JOSEF FARES E VI INTERPRETA IL RUOLO DEL PADRE di Fares Fares che a sua volta è il vero figlio di Jan e fratello di Josef. Poi c’è la nonna Khatoun Fares che è anche la nonna nel film e la piccola sorella di Fares Fares attore e Josef Fares regista, figlia di Jan e naturalmente nel ruolo della piccola di casa e sorella del fratello protagonista.
Sarebbe forse utile che alla cassa del cinema distribuissero anche una copia dell’albero genealogico della famiglia Fares, di origine libanese ma trasferitasi quindici anni fa in Svezia. O forse potrebbe essere la tanto agognata soluzione di come abbattere gli esosi costi della produzione cinematografica . Ma, “clientelismi” a parte, la formula “Tuttoinfamiglia” ha dato vita ad un film campione d’incassi in Svezia, Norvegia e Finlandia, che ha ottenuto diversi riconoscimenti nei vari festival dove è stato presentato come il Premio del Pubblico al Festival Internazionale di Rotterdam o al Nordic Film Festival in Norvegia.
E speriamo che “presto, presto” riesca a conquistare anche il pubblico italiano, visto che ha tutte le carte in regola per riuscirci: il film è prodotto da Lukas Moodysson che in Italia abbiamo amato come regista di “Fucking Amal” e “Together”; la storia dei due amici per la pelle Roro e Mans e delle loro vicissitudini amorose hanno la freschezza, la genuinità, il ritmo scanzonato, i giusti volti e le battute più divertenti che da tempo non ritrovavamo nelle commedie di quest’ultimi anni, e ,non ultimo, “Jalla! Jalla!” parla di tradizioni, di culture di un popolo, d’integrazione, non appesantendo mai il tono e mantenendo invece costante quel ritmo leggero e felice che creano l’alchimia magica e sospesa di una storia che arriva dritta al cuore.
E come nei migliori film d’azione e di suspence, seguiamo con trepidazione le avventure di Roro, figlio di immigrati libanesi, che pur innamoratissimo della sua fidanzata svedese, la tiene nascosta alla famiglia perché sa che si opporrebbero alla loro relazione preferendo invece un matrimonio “combinato” con una ragazza libanese, Yasmin.
E malgrado la prescelta sia tanto disinteressata a Roro quanto lui a lei, Yasmine gli chiede ugualmente di portare avanti il fidanzamento per non essere rispedita in patria.
Mans invece ha tutta un’altra serie di problemi: da mesi non ha rapporti con la sua fidanzata e ha il terrore di essere diventato impotente. E così mentre Roro diventa sempre più agitato e Mans sempre più stressato, la data del matrimonio si fa sempre più vicina…. e non vi sveliamo il finale , che come nelle commedie più classiche che si rispettino, è sicuramente un “happy end” ma non banale o melenso come ci si aspetta dopo aver visto una commedia ben scritta, recitata , con nessuna nota fuori posto e mai volgare.
Baby Boy
Tit. Or.: Baby Boy (USA, 2001)
Regia: John Singleton
Durata: 2h 9'
Cast: Tyrese Tibson, Omar Gooding, Ving Rhames
JOHN SINGLETON, REGISTA IMPOSTOSI SULLA SCENA CINEMATOGRAFICA INTERNAZIONALE NEL 1991 CON IL CLAMOROSO SUCCESSo del suo primo film “Boyz ‘N the Hood – Strade violente”, sguardo spietato, duro e lucido sulla vita delle gang che imperversano a South Central, dichiara amaramente:”Nella “giungla” sei considerato un bambino fino a quando non hai rimediato almeno una denuncia penale. Solo allora diventi un uomo. Non voglio dare un giudizio positivo o negativo che sia a tutto questo. Dico semplicemente le cose come stanno: tentiamo solo di sopravvivere.”
Ed effettivamente Jody, il protagonista del suo nuovo film “Baby Boy”, cerca in tutti i modi possibili di sopravvivere in una comunità come quella afroamericana dove ogni giorno è una lotta all’ultimo sangue per dimostrare di essere un vero uomo.
Cresciuto per strada e perennemente disoccupato, Jody, appena ventenne, ha avuto due figli da due diverse donne ed è assolutamente incapace di mettere ordine nella sua esistenza: una storia come tante se ci trovassimo in una capitale europea tra giovani “bianchi” incapaci di crescere e di assumersi delle responsabilità. Ci troviamo invece a Los Angeles, e precisamente nel malfamato quartiere di South Central, conosciuto come la giungla, e Jody è un afroamericano per il quale i percorsi, le vie verso l’età adulta sono segnate dalla violenza, dal dolore e da “codici d’onore” macchiati di sangue che si trova costretto a ripercorrere quasi inevitabilmente.
John Singleton, il cui uso “documentaristico della macchina da presa unito ad una sincera passione per i suoi protagonisti gli permette di rendere vivi e vicini a qualsiasi sensibilità (diversa per cultura, razza o religione) le vicende e le vite dei suoi “baby boy”, tallona il giovane Jody attraverso le giornate che quotidianamente vive nel disperato tentativo di capire se stesso e nella difficile impresa di proteggersi da un mondo di bianchi che li bolla come il nemico pubblico numero uno.
Se potessimo vedere il seguito di questo film forse ritroveremmo l’amico irruento di Jody, Sweetpea (Omar Gooding, fratello del Premio Oscar Cuba Godding Jr.), sulla strada giusta e forse lo stesso Jody (il modello Tyrese Gibson) accetterebbe le sue responsabilità di uomo adulto e smetterebbe di comportarsi come un ragazzino.
Ma è interessante notare come il regista Singleton a soluzioni, punti di vista e prospettive di facile coinvolgimento emotivo e drammaturgicamente più semplici, preferisca invece narrare i percorsi sconnessi , le lotte e le piccole conquiste di un ragazzo predestinato a diventare un giorno un vero uomo.
La redazione 06-11-2001