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A cura di Calogero Messina

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Nati stanchi trucco!

Nati stanchi
Tit. or.: Nati stanchi (Italia, 2001)
Regia: Dominick Tambasco
Durata: 92'
Cast: Marica Coco, Stafania Bonafede, Salvo Ficarra, Valentino Picone

   “NATI STANCHI” SULLA CARTA AVEVA TUTTE LE CARATTERISTICHE DEL PRODOTTO DI FACILE CONSUMO COMMERCIALE, che ripropone la collaudata formula dei due comici (Ficarra & Picone) famosi per le loro incursioni televisive e che vengono catapultati, seguendo l’onda dei Bisio, Littizzetto, Albanese, Brignano vari, sul set cinematografico. Ma per fortuna ai due comici palermitani la ciambella riesce col buco!
   “Nati stanchi” racconta la “parabola” di due giovani che cercano di ritardare in tutti i modi possibili l’ingresso nel mondo del lavoro e di evitare le responsabilità che da esso derivano.
   Ma cosa accade quando i 2 si recano ad uno dei soliti concorsi a Milano (una trasferta degna, nei tempi, nei toni e nelle trovate delle migliori gag sul genere) e, nonostante le loro risposte “a muzzo” (a casaccio!), vincono il posto di bibliotecari grazie all’intervento segreto del boss locale Don Cicco (una gustosa partecipazione del sempre bravo Luigi Maria Burruano)?
   Non vi sveliamo nulla di una storia che mantiene e conserva il piacere di seguire direzioni non banali, e che nelle musiche “etniche” di Lello Analfino & Tinturia, nella luce di Roberto Forza capace di ridisegnare una Sicilia mai scontata e nelle regia misurata, accorta e dai sempre “azzecati” ritmi e toni di Dominick Tambasco (un vero peccato aver visto in pochi il suo film d’esordio “Giorni dispari”), ci propone e suggerisce come si possa raccontare l’eterna storia di una generazione che non ha voglia di crescere da angolazioni diverse con un approccio più vero e forte di tante altre false analisi “sociologiche” di molto cinema italiano recente.
I banchieri di Dio - Il caso Calvi trucco!      

I banchieri di Dio - Il caso Calvi
Tit. or.: I banchieri di Dio - Il caso Calvi (Italia, 2001)
Regia: Giuseppe Ferrara
Durata: 130'
Cast: Omero Antonutti, Pamela Villoresi, Giancarlo Giannini, Alessandro Gasmann, Rutger Hauer

   GIUSEPPE FERRARA:" IL DELITTO CALVI È STATO UN'IMMANE CATASTROFE!" MAGGIO 1981:TRAVOLTO DAL FALLIMENTO del Banco Ambrosiano, il suo Presidente, Roberto Calvi, viene arrestato. Giugno 1982: a Londra, sotto il Blackfriars Bridge, il banchiere viene trovato impiccato. Ma la sua morte resta un giallo: omicidio o suicidio?
   Vent'anni dopo ci si continua a interrogare su uno dei tanti misteri irrisolti della nostra Italia, e per chi a quell'epoca era ancora un bambino o poco più che un'adolescente, assistere alla proiezione de "I banchieri di Dio" di Giuseppe Ferrara, che propone una sua personale ricostruzione dei fatti (anche se documentata "storicamente"), ha l'amaro effetto e sapore di una full immersion vorticosa nei meandri più oscuri della nostra Storia Repubblicana.
   Giuseppe Ferrara, regista di film dal forte impatto sociale e civile ("Cento giorni a Palermo", "Il caso Moro", "Giovanni Falcone") ha dovuto attendere e lottare per quindici anni prima di riuscire a raccontare la storia del "banchiere dagli occhi di ghiaccio". Ma come per le sue precedenti "indagini", anche qui si rimane al livello della genuina indignazione ed il film non si discosta mai dal prodotto di maniera.
   Con l'aggravante di affastellare uno dietro l'altro, in modo confuso e poco comprensibile per quella giovane generazione di spettatori che affollano in questi ultimi anni le sale cinematografiche, episodi, personaggi, intrighi, affari e vicende di anni, come lo furono i '70, puntellati e scanditi da intrecci fra poteri visibili ed invisibili: Michele Sindona, Licio Gelli, la P2, lo I.O.R., il cardinale Marcinkus, la mafia, i servizi segreti, la Cia e quan'altro potesse essere invischiato negli oscuri traffici di un'Italia alla deriva. Ma Giuseppe Ferrara non ha la felicità di sintesi o l'occhio "lucido" di un Oliver Stone, nè tantomeno il piglio energico e l'asciutezza morale di un Francesco Rosi, per cui "I banchieri di Dio" si apprezza soprattutto per il ritratto intimo e familiare di un Roberto Calvi ingenuo, fragile ed indifeso tra le mura domestiche, al quale Omero Antonutti regala un'impressionante somiglianza fisica ed un'interpretazione calibrata nei toni e nei gesti.
   Pamela Villoresi (la moglie), Alessandro Gassmann (Francesco Pazienza), Rutger Hauer (il cardinale Marcinkus), Giancarlo Giannini (Flavio Carboni) sono gli altri attori di un cast ricco quanto poco incisivo ricordando, paradossalmente, gli attori che interpretano Giulio Andreotti in stile "Bagaglino" e Papa Giovanni Paolo II ripreso, però, sempre di spalle per rispetto, ipocrita, di un'immagine fisica che nvece il film colpisce e addita nelle sue istituzioni e nei suoi affari più loschi e misteriosi.

Vidocq trucco!      

Vidocq
Tit. or.: Vidocq (Francia, 2001)
Regia: Pitof
Durata: 100'
Cast: Gérard Depardieu, Inés Sastre, Guillaume Canet

   “VIDOCQ” È UN THRILLER GOTICO, DIROMPENTE, VISIVAMENTE SUGGESTIVO E SAPIENTEMENTE GIRATO ED ILLUMINATO, con scenografie “mozzafiato” che mai smarrisce tra i vicoli della Parigi di Carlo X l’anima dei personaggi che popolano questa delirante cronaca della discesa agli inferi di una nazione alla vigilia di una seconda Rivoluzione.
   “E’ qualcosa di simile a “Seven”, solo che si svolge nel XIX secolo” afferma Guillame Canet nel ruolo del giovane ed imbranato giornalista Etienne, che dalla provincia arriva nella capitale per indagare sulla morte del celebre investigatore privato, ex galeotto, Vidocq (personaggio storico realmente esistito), che viene ucciso nella prima scena del film.
   La regia ad incastri di Pitof ricostruisce, in un alternarsi di flashback orchestrati abilmente e mai superflui, le vicende che portarono alla scomparsa dell’illustre Vidocq imbattendosi così nel misterioso Alchimista, il “mostro-specchio” autore dei più efferati delitti che sconvolsero la capitale francese seminando il panico tra i bordelli della città, le sue fumerie d’oppio, le abitazioni della misera gente ed una misteriosissima fonderia dove l’irruente Vidocq muore per mano dell’impietoso mostro precipitando dentro una fornace infuocata.
   Ma mai fidarsi delle apparenze e di un mucchio di cenere sparsa: Pitof, grazie anche ad un cast d’attori tutti incredibilmente in parte (Gerard Depardieu è un terrigno Vidocq; Guillame Canet presta il suo volto antico e pulito al giovane Etienne; Ines Sastre è la bellissima ed ambigua ballerina Preah, amica intima i Vidocq) ed alle meraviglie della tecnologia digitale, rilegge e ricrea il genere d’avventura ed in costume con una sensibilità ed un occhio moderno, costruendo un ben congegnato meccanismo di suspense degno dei migliori thriller adrenalinici dei nostri giorni.
Nowhere trucco!      

Nowhere
Tit. or.: Nowhere (Italia/Spagna, 2001)
Regia: Luis Sepùlveda
Durata: 100'
Cast: Luigi Maria Burrano, Ariel Casas, Oscar Castro, Daniel Fanego, Caterina Murino, Angela Molina, Harvey Keitel, Andrea Brodan, Leonardo Sbaraglia, Jorge Perugorrìa

   LE PAROLE E LE IMMAGINI: LINGUAGGI DIVERSISSIMI E DAL POTERE EVOCATIVO PROFONDAMENTE VITALI per una migliore comprensione della vita dell’uomo.
   Cosa accade allora quando uno scrittore affermato decide di debuttare nella regia? Può capitare che si tratti di un incontro mancato, come nel caso dello scrittore cileno Luis Sepùlveda (“Il mondo alla fine del mondo”, “Storia di una gabbanella e del gatto che le insegnò a volare”), che quando decide di esordire nel cinema come regista di un film tratto da un suo racconto deluda proprio per l’uso delle parole.
   “Nowhere”, infatti, storia/metafora delle dittature di tutto il mondo capaci di soffocare le libertà individuali e di chiunque vi si oppone, sa poco di cinema e molto di letteratura: i personaggi del film parlano come un libro stampato ed in alcuni casi (vedasi il personaggio del Gringo interpretato da un monolitico Harvey Keitel che si esprime per frasi fatte) si rasenta il ridicolo.
   Più a suo agio Sepùlveda regista quando tira fuori, dal suo bagaglio culturale cinematografico e letterario, toni sarcastici, ironici e surreali (come la visione divertente e canzonatoria del mondo militare), che meglio si addicono a ciò che si propone di essere un apologo sulle libertà violate degli uomini. Temi così alti non necessitano sempre di parole pompose o edulcorate, ma più spesso di un rigore, di una “pulizia” d’immagini e di un rispettoso e doveroso silenzio a volte più frastornante di mille parole messe insieme.
   Luis Sepùlveda, al quale si riconosce un intento così sinceramente morale ed etico da sembrare anacronistico, sceglie sicuramente la strada più tortuosa per il suo debutto che, pur nelle sue imperfezioni, rivela l’indubbio spirito critico e d’osservazione e la viva sensibilità di un uomo profondamente partecipe delle vicende e miserie umane.

Amnèsia trucco!      

Amnèsia
Tit. or.: Amnèsia (Italia, 2001)
Regia: Gabriele Salvatores
Durata: 100'
Cast: Diego Abatantuono, Sergio Rubini, Martina Stella, Alessandra Martines, Bebo Storti

   
“AMNÈSIA” È IL RACCONTO CORALE DI UN GRUPPO DI PERSONAGGI CHE SI MUOVONO NELL’ASSOLATA ISOLA di Ibiza alla ricerca di altre vite possibili. Su di un’isola è più facile incontrarsi e più difficile nascondersi, anche se diventa più semplice passare inosservati confondendo l’occhio umano con la prepotente bellezza di paesaggi naturali “mozzafiato”.
   Sandro (Diego Abatantuono) cerca di nascondere alla figlia diciassettenne Luce (Martina Stella) che fa di mestiere il pornografo, e Luce cerca di nascondere al padre che aspetta un figlio. Angelino (Sergio Rubini) “incontra” per volere del caso una valigetta piena di quattro chili di cocaina e subito si mette in moto per “piazzare” la roba. Xavier (Juango Puigcorbè), capo della Polizia dell’isola, cerca di nascondere al figlio Jorge (Ruben Ochandiano) la sua relazione con il trans cubista, mentre il figlio, ribelle, viziato, violento ed inquieto, “incontra” e sbatte nelle sue quotidiane giornate contro una figura paterna con la quale il livello di comunicazione e di incomprensione è giunto a tale esasperazione che qualsiasi mossa sottobanco diventa lecita.
   E altra varia natura umana che gira, si scontra, cade e si rialza in questi tre giorni nella vita dell’Umanità che Salvatores racconta e segue da gran manovratore della macchina da presa. Ma rimane il “solito” Salvatores nell’intreccio di storie di fughe, nel circondarsi degli abituali amici/attori (gli interpreti spagnoli e la rediviva Alessandra Martines confermano come Salvatores sia pronto per un film veramente “nuovo”!) e nella fragilità di esili pretesti narrativi per riproporre l’immancabile “lezioncina” sulle difficoltà di crescere e vivere.
   Peccato che il suo precedente film “Denti”, ingiustamente sottovalutato dalla critica e dal pubblico, non abbia ottenuto quel necessario consenso che sicuramente lo avrebbe aiutato a continuare sulla strada di un cinema spiazzante ed emotivamente ipnotico.
Alì trucco!      

Alì
Tit. or.: Alì (Usa, 2001)
Regia: Michael Mann
Durata: 157'

Cast: Will Smith, Jamie Foxx, Jon Voight, Mario Van Peebles, Ron Silver, Jeffrey Wright, Mykelti Williamson

   
ERA QUASI INEVITABILE CHE IL PUBBLICO AMERICANO CORRESSE A VEDERE FILM COME "BLACK HAWK DOWN" o come l'ultimo lavoro del fratello Tony "Dietro le linee nemiche": inni militaristici che, pur con diverse sfumature (più patriottico Tony, più ambiguo Ridley), accontentano e soddisfano "l'Io" profondamente nazionalistico del popolo americano.
   Non che "Alì" del Grande Regista Michael Mann sia stato un insuccesso al botteghino, ma senza alcun dubbio la storia sportiva ed umana di Cassius Clay/Moahmed Alì, che al culmine della sua carriera (nel 1964 conquistò contro Sonny Liston il titolo di Campione Mondiale dei pesi massimi) osò sfidare il governo degli Stati Uniti d'America rifiutando pubblicamente di partecipare alla "loro" sporca guerra contro il Vietnam, ha affrontato il giudizio del pubblico in un momento cruciale della storia americana nel quale, dopo l'attentato terrostico dell'11 settembre, essere contro la guerra è privilegio di una minoranza silenziossima e colpevole.
   Era tanta l'attesa ed il clamore che aveva accompagnato l'annucio, dopo tante traversie, dell'inizio delle riprese del film che non ne è conseguito, a livello mediatico e di riscontri di critica e pubblico, un'identica attenzione.
   Eppure "Alì" di Michael Mann ha il grande afflato epico, le imponenti ricostruzioni di massa, l'interpretazione magistrale da Oscar (ed ecco Will Smith, nel ruolo del mitico pugile, prontamente e giustamente inserito nella cinquina dei Migliori Attori protagonisti degli imminenti Oscar) e la regia impeccabile e virtuosa che fanno solitamente delle grandi biografie filmate dei sicuri e "facili" blockbuster cinematografici.
   Il problema è che "Alì", nonostante la tardiva rivalutazione storica, continua comunque ad essere un personaggio scomodo, avendo commesso il più grande errore imputabile agli occhi dell'Umanità: ha vissuto e continua a vivere professando gli alti ed incommensurabili valori dell'onestà, della dignità e della libertà umana.
   "Alì" non è allora la solita e scontata cinebiografia hollywoodiana (nessun rischio di "santificazione" nelle intenzioni del regista), ma diventa la toccante storia di ciò che avrebbe potuto essere l'umanità se lungo la sua strada avesse avuto più figli come Moahemed Alì.

Lunedì mattina trucco!      

Lunedì mattina
Tit. or.: Lundi matin (Francia, 2001)
Regia: Otar Iosseliani
Durata: 122'
Cast: Jacques Bidou, Anne Kravz-Tarnavsky, Dato Tarielashvili

   IL RICORDO È VIVISSIMO NELLA MIA MENTE: AI TEMPI (AHIMÈ SI FANNO SEMPRE PIÙ LONTANI!) DEL LICEO non ricordo incubo peggiore della domenica pomeriggio e, conseguentemente, del risveglio all'alba del lunedì mattina, il nefasto giorno della ripresa della vita scolastica. Per fortuna col passare degli anni quella sgradevole sensazione si è un pò attenuata, rimanendo comunque invariata quella percezione del primo giorno della settimana come come inevitabile cartina di tornasole dell'invariabilità e dimessa ciclicità della nostra vita umana.
   E doveva arrivare l'anziano regista più "giovane" del cinema moderno, Otar Iosseliani, per "sbatterci" in faccia quell'indefinibile sentimento di inutilità delle nostre vite che tutti (a più riprese e chi più e chi meno con identica angoscia) abbiamo provato, ma sempre con il suo sarcastico humour, la sua grazia, la sua leggerezza e quella sua rara capacità di far "parlare" ogni singolo fotogramma dei suoi film.
   La storia di Vincent (Jacques Bidou), operaio di una fabbrica di prodotti chimici che, stanco dei sempre uguali "lunedì mattina" della sua vita, lascia moglie, figli, madre ed il guscio di un paese dove tutto è regolato dall'impietoso scorrere monotono delle giornate, e si mette in viaggio alla ricerca di un'altra vita possibile, è la nostra storia quotidiana di perenni insoddisfatti per ciò che la vista stessa ci offre.
   Mai accomodante o falsamente consolatorio, Otar Iosseliani se decide di far ritornare Vincent al suo paese, dopo la sensazionale e banale scoperta che anche nella lontana ed incantevole Venezia il "lunedì mattina" è sempre un risveglio traumatico, non è per impartirci l'ipocrita lezioncina morale dell'importanza e del valore delle "piccole cose" di tutti i giorni, ma per colpirci con la più agghiacciante verità di quanto la felicità continui ad essere la più ambita chimera umana!
   E dopo uno schiaffo del genere perchè si continua come a rimanere "sospesi", quasi sereni ed inspiegabilmente speranzosi e grati al regista georgiano per averci regalto un'apologo del genere?
   Sono questi gli inspiegabili segreti e misteri di un'arte come il Cinema, che in Otar Iosseliani ha trovato una voce potente e sincera..
I am Sam trucco!      

I am Sam
Tit. or.: I am Sam (Usa, 2001)
Regia: Jessie Nelson
Durata: 130'
Cast: Sean Penn, Michelle Pfeiffer, Dakota Fanning

   SAREBBE “DELUDENTE” (!) SE SEAN PENN DOVESSE QUESTA VOLTA VINCERE L’OSCAR COME MIGLIORE ATTORE protagonista per un ruolo che, a differenza di altre ben più sottili e valide interpretazioni come in “A distanza ravvicinata”, “Carlito’s way”, “Dead man walking” e “Accordi e Disaccordi”, è sempre stato nella tradizione hollywoodiana il più idoneo e “scontato” per un risultato del genere, ossia quello dell’handicappato.
   In “Mi chiamo Sam” della regista Jessie Nelson (che deve aver imparato a memoria i passaggi, le battute, i ritmi dei miglior film del genere), Sean Penn recita infatti il ruolo di Sam Dawson, un padre mentalmente ritardato che cresce da solo la propria figlia Lucy (Dakota Fanning). I problemi iniziano quando la bambina compie sette anni e sviluppa capacità mentali superiori a quelle del padre: il loro legame affettivo viene così minacciato da un assistente sociale che vorrebbe dare Lucy in affidamento ad una famiglia più adeguata.
   E’ questa la base di partenza di una storia che anche il più neofita spettatore cinematografico può prevedere nei suoi sviluppi ed esiti, riconoscendo comunque alla regista ed agli sceneggiatori di non aver esagerato con toni troppo mielosi e di avere reso godibile e a tratti divertente l’avventura di un uomo che in “Amore” non deve prendere lezioni da nessuno.
   Sean Penn è un Sam credibile nei tic, nei gesti e nella recitazione tenuta sempre in precario equilibrio tra toni tendenti all’esasperazione e momenti sommessi e “visivamente” trattenuti, mentre Micelle Pfeiffer (nel ruolo dell’avvocato) continua ad essere la sempre bella e brava attrice che conosciamo ed ammiriamo.
   Ma per interpreti di razza come loro aspettiamo altri copioni ed altri ruoli per i quali l'Oscar sia il giusto premio e non diventi una sorta di tardivo riconoscimento per clamorose sviste e dimenticanze delle quali la storia dell’Oscar è ricca!


Calogero Messina  05-03-2002

trucco! - Otar Iosseliani racconta la genesi di "Lunedì mattina"

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- Luis Sepúlveda ed il suo sguardo e la sua voce sulle dittature del mondo

- Pitof ci racconta il suo "Vidocq"

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