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GIUSEPPE FERRARA È UN UOMO TESTARDO E CAPARBIO. NON LO SI DIREBBE DAL SUO ASPETTO BONARIO, DI DOLCE e simpatico “nonno” e dai toni pacati. Ma a testimonianza della sua energica ed infaticabile volontà c’è una filmografia che rivela, dietro ad ogni film, anni ed anni di duro lavoro e di porte sempre sbarrate. Finalmente la sua ultima fatica cinematografica, “I banchieri di Dio”, vede la luce, ed alla conferenza stampa di presentazione, a fargli da sponsor accesi e grati per l’opportunità offerta di aver potuto lavorare ad un progetto eticamente e civilmente importante, c’è l’intero cast d’attori, il produttore Enzo Gallo, la sceneggiatrice Armenia Balducci ed un testimone diretto di questa vicenda il cui plauso vale sicuramente più di tante altre critiche e dimostrazioni d’affetto per il suo lavoro: il figlio del Presidente del banco Ambrosiano Carlo Calvi.
Come nasce l’idea di realizzare un film sul caso Calvi? GIUSEPPE FERRARA Era il 1986 ed avevo appena finito di girare “Il caso Moro” in cui recitava Gian Maria Volontè. Fu un incontro straordinario, e subito mi innamorai della capacità di Gian Maria di entrare nei personaggi e viverli in prima persona. Da allora ho iniziato a pensare a questo progetto che avrei voluto far portare sullo schermo proprio con Volontè! Sono trascorsi quindici anni: lungo la strada tante difficoltà, tanti ostacoli, un nuovo straordinario interprete per il ruolo di Calvi, Omero Antonutti, ma è rimasta intatta la natura di una vicenda attuale più che mai e che ci riguarda tutti da vicino.
Cosa l’ha maggiormente intrigata del personaggio Calvi? OMERO ANTONUTTI Sicuramente è il suo aspetto privato quello che mi ha maggiormente coinvolto. Il suo aspetto pubblico era conosciuto, ma poco si sapeva della fragilità, dell’affettuosità ed ingenuità di quest’uomo nel suo rapporto con la famiglia. CARLO CALVI E l’immagine che è riuscita a dare Omero Antonutti con la sua interpretazione è quella vera di mio padre tra le mura domestiche. Molti mi hanno chiesto come mai una persona del livello e del potere di mio padre potesse essere così ingenuo, e come abbia potuto circondarsi di una compagnia di individui ambigui: io credo che derivi dal fatto che da sempre mio padre non era mai stato un buon giudice di uomini!
Ma lei si è fatta un’idea della morte di suo padre? CARLO CALVI Io sono d’accordo con la tesi bocciata al processo di Perugia. Come il delitto Pecorelli, concordo con la matrice mafiosa di un delitto che ha visto mio padre cadere nella rete malavitosa, con sede anche a Londra, coordinata da Flavio Carboni. Oggi sono molto soddisfatto del lavoro della magistratura italiana che ha riaperto il caso, e non credo che il tempo trascorso possa essere un limite per accertare una verità giudiziaria.
Come vi siete preparati per interpretare i vostri personaggi? GIANCARLO GIANNINI Carboni è un personaggio enigmatico, e non ci sono molte testimonianze sulle quali aver potuto studiare. Così mi sono affidato completamente alla regia di Giuseppe Ferrara e alla sceneggiatura della Balducci. PAMELA VILLORESI Io ho letto interviste e visto filmati come quello di Enzo Biagi che intervistava la vedova Calvi. Sono rimasta colpita da alcune notazioni “fisiche”, come il suo particolare accento tra l’emiliano ed il piemontese, e di comportamento, come la spavalderia e leggerezza con la quale parlava di affari per noi così grandi. Ma soprattutto mi ha colpito il suo forte legame con la famiglia. E voglio ringraziare Ferrara di avermi fatto ritornare al cinema dopo diversi anni di assenza con questo ruolo di donna così forte e coraggiosa. ALESSANDRO GASSMAN Ho letto la biografia di Pazienza e visto una sua intervista con Minoli: non c’è molta somiglianza fisica tra di noi ma ho cercato di ricreare quel suo carattere così spiritoso e divertente che lo contraddistingueva. E poi ho accettato questo ruolo perché da sempre sono stato un ammiratore del lavoro di Giuseppe Ferrara.
Calogero Messina 02-03-2002
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