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SWEET 16
Il degrado di Loach tocca anche l'adolescenza
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Titolo originale: Sweet Sixteen
Regia: Ken Loach
Genere: Drammatico
Cast: Martin Compston, Michelle Coulter, Annmarie Fulton, William Ruane
Durata: 106’
Nazione: Gran Bretagna

   NON È DIFFICILE RICONOSCERE NEL PROTAGONISTA “UNO DEI SUOI RAGAZZI”, UNO DEI “FIGLI ARTISTICI” di Ken Loach. Liam non è altro che il lato adolescenziale di quel disagio già raccontato in “My name is Joe”, disagio portato dalla disoccupazione nella cittadina scozzese di turno, rappresentata questa volta dalla grigia Greenock.
   Il regista non si discosta dalle trame a lui care, racconta con lucido distacco e senza alcuna retorica le vicende di un quindicenne che per coronare il suo sogno di avere finalmente una famiglia felice, formata dalla madre in procinto di uscire dal carcere e da una sorella adolescente ma già madre, si mette a spacciare eroina insieme ad un amico. Il suo castello è un semplice prefabbricato in riva al lago, intimo e tranquillo, che faccia da tetto a lui e ai suoi cari.
   Tutti i temi trattati nel film, che spazia tra l’amicizia, la criminalità e la povertà di un ambiente che non lascia scampo a chi non ha lavoro, confluiscono inevitabilmente nel bisogno di affetto di questo ragazzo. La sincerità con cui viene affrontato ogni dialogo e l’intensità degli sguardi attraversano lo spettatore come aghi, lo coinvolgono in un concetto di necessità di un reale calore familiare che quasi si avverte come proprio.
   L’aspetto, però, più sbalorditivo di quest’opera rimane la complessità del ragazzo protagonista: nessun problema personale nè di droga nè di alcol per lui, Liam dimostra un cuore infinitamente grande per le persone a cui tiene, compreso il l'amico fraterno; ma diventa un’arma di ghiaccio quando difende il suo recinto affettivo. Con il suo obiettivo sempre in testa, Liam ruba e spaccia con la freddezza e l’efficienza di un robot, deciso e testardo fino all’autolesionismo per guadagnarsi la felicità, addirittura perfetto come criminale dai nervi d’acciaio; ma non per questo rinuncia a “sciogliersi” nella dolcezza di un abbraccio, duro e violento ma in grado di commuoversi e amare.
   Il pessimismo serpeggia inoltre per tutto il film, enfatizzato dal grigiore degli ambienti, ma risulta ancora più definitivo rispetto al precedente “My name is Joe”, non solo perchè una storia tanto dura coinvolge un ragazzino anzichè un adulto, ma perchè il finale stavolta non lascia nessuna speranza, viene a mancare il perno fondamentale che tiene unita ogni famiglia: l’affetto della madre verso i figli, che non lascia scampo.
   La telecamera filma naturalmente in funzione della storia, segue da vicino i volti dei personaggi, spesso con movimenti “a spalla”, amplificandone inquietudini e intimi malumori, con stile semi-documentaristico ma dotato di un calore inusuale.
   Poche parole, infine, per definire l’interpretazione di Martin Compston nel ruolo di Liam: perfetto per naturalezza e straordinario per incisività, un applauso al fiuto di Loach che ancora una volta ha scovato un talento eccezionale tra i non professionisti.

Valerio Gagliardelli  03-03-2003

trucco! - Leggi l'intervista a Ken Loach

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