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SONO TRASCORSI PIÙ DI VENTI ANNI ED "IL RAGAZZO DELLA 56° STRADA" Matt Dillon è pronto per cominciare una seconda stagione cinematografica che lo vede protagonista non solo nel "ruolo" d’attore, ma soprattutto di regista appassionato e classico. Così, citando tra i suoi maestri Fueller, Reed e John Huston, Dillon lascia ben sperare per la sua carriera dietro la macchina da presa, che sin dal suo discontinuo ma sincero esordio, City of Ghosts, rivela importanti doti di classico narratore e di discreto artigiano d’atmosfere ed ambientazioni cinematografiche. Cosa l’ha convinta ad esordire dietro la macchina da presa? E perché la scelta di un set non facile come l’Estremo oriente? MATT DILLON Quando ho pensato a questa storia, immediatamente ho deciso che volevo occuparmene in tutti i suoi sviluppi. Ho fatto un viaggio nel 1993 nel Sud Est asiatico e da lì è nato il mio interesse per queste regioni: ho conosciuto molti espatriati di diversi paesi, mi sono fatto raccontare le loro storie ma soprattutto mi ha profondamente colpito l’atmosfera della Cambogia e la sua dualità... da una parte molta povertà e squallore, dall’altra la bellezza e ricchezza di paesaggi naturali e di sontuosi palazzi. Ma ciò che mi ha maggiormente colpito di questa storia sono i suoi personaggi, infatti l’idea iniziale che ho portato al mio amico scrittore Barry Gifford parlava di due uomini legati tra di loro da un "ambiguo" rapporto d’amicizia e comune attività criminale. Molto importante, sviluppato successivamente questa storia, è stato fare in modo che tutto ciò che si vedesse nel film avesse una solida base reale, e se durante le riprese ci sono state delle modifiche sul piano di lavorazione è perché mi sono lasciato guidare dai forti sentimenti che luoghi e persone che incontravamo nelle nostre giornate di lavoro mi hanno ispirato.
Ma dopo questo "viaggio cinematografico" lei com’è cambiato? MATT DILLON Sicuramente fare un film è un viaggio molto avventuroso ed affascinante: è un punto chiave della mia vita artistica ed umana. Raccontare una storia è già di per sé un viaggio... raccontare l’evoluzione di un personaggio è un viaggio. Quando parlo di questo film mi capita spesso di usare la parola "cambiamento" e credo fermamente che non ci sia incubo peggiore di rimanere "incastrati" per tutta la vita e quindi di non crescere.
Quali sono state le difficoltà tecniche nel realizzare questo suo primo film? MATT DILLON Difficoltà veramente tante: in Cambogia non esistono infrastrutture che ti possano aiutare... quindi logisticamente è stata una grande sfida! Abbiamo costruito strade, dovevamo stare attenti alle mine e poi c’era il problema del caldo opprimente. Mi piace comunque girare in condizioni avverse e grazie alla mia equipe tecnica, abituata a lavorare in film indipendenti, sul set eravamo tutti delle spirito adatto ad imprese del genere. Mi piacciono le sfide perché in situazioni difficili riesco sempre a dare il meglio di me e sono molto più forti i legami che si creano in queste situazioni.
Come nasce il cast del suo film? MATT DILLON I primi ad arrivare sono stati James Caan e Natascha McElhone, mentre Gerard Depardieu si è unito al gruppo nella fase di preproduzione: era molto impegnato su diversi set ma alla fine è riuscito a raggiungerci! Il cast locale è formato da attori non professionisti anche perché i primi a cadere sotto i colpi dei khmer rossi sono stati proprio gli artisti del luogo.... dagli attori ai cantanti.
Il suo personaggio Jim dice di avere un karma negativo: il suo è quello di fare il regista? MATT DILLON Credo che il Karma sia vivere gli eventi della vita che la tua condotta ti hanno fatto meritare e sinceramente non so se il mio sia quello di continuare a fare il regista.... anche se alcuni potrebbero obiettare che fare il regista sia un "cattivo" karma. Ma adesso mi sento molto più in sintonia con il lavoro dei registi perché mi sono reso conto di quanto devono tribolare per realizzare i loro film. Nell’immediato futuro ho altri progetti come attore come la commedia "L’impiegato del mese" con Steve Zahn e Christine Applegate. Ancora invece in fase progettuale un nuovo film da regista scritto nuovamente con Barry Gifford: mi piacerebbe una storia corale!
Cosa conosce del cinema italiano? MATT DILLON Ho da poco visto la versione integrale del film di Bertolucci "Novecento", ma il più grande di tutti rimane Federico Fellini. Nell’85 , in occasione dell’uscita in Italia di "Flamingo Kid" ho accettato di venire per la promozione ma con la promessa di poter conoscere il grande Maestro. E’ tutto successo molto casualmente: mentre, da turista me ne andavo in giro per Roma su uno scooter, mi sono imbattuto su un set : Fellini stava girando "Ginger e Fred". Mi è venuto immediatamente a salutare e mi ha invitato a pranzo il giorno successivo nel suo ufficio a Cinecittà: è stato un momento indimenticabile ed è un ricordo prezioso che custodisco gelosamente.
Recentemente ha interpretato diverse commedie: quanto la diverte essere comico in questa fase della sua carriera d’attore? MATT DILLON Mi piacciono molto le commedie ma dipende sempre dal tipo di personaggio che mi offrono, anche perché solitamente sono "caratteri" un po’ ibridi e poco sviluppati. Preferisco invece le commedie con più mordente e venate da un umorismo genuinamente cattivo... infatti adoro i film di Lina Wertmuller!
Da "I Ragazzi della 56° Strada" ad oggi com’è cambiato Matt Dillon? MATT DILLON E’ veramente trascorso tanto tempo... all’incirca 21 anni: ero veramente giovanissimo. Ho rivisto il film recentemente e mi ha molto colpito la bravura di tutto il cast di attori alle primissime armi come Emilio Estevez o Patrick Swayze. Quando sei così "piccolo" non riesci a renderti conto di quello che stai facendo, invece oggi ho capito di aver fatto parte di un film "mitico" e di essere stato uno dei protagonisti di questa grande pellicola classica di Francis Ford Coppola.
Calogero Messina 06-06-2003
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