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DANIÈLE THOMPSON HA SCRITTO PER IL CINEMA E LA TELEVISIONE ed è diventata famosa agli inizi della sua carriera con "Tre uomini in fuga" (1966) scritto insieme al padre Gérard Oury, uno dei più famosi registi francesi di commedie. Questo suo esordio nel mondo del cinema è tanto più sorprendente in quanto il film è stato campione di incassi in Francia negli ultimi 30 anni. Danièle Thompson ha continuato a lavorare con Gérard Oury accumulando una serie notevole di successi con "Il Cervello" (1968), "Mania di grandezza" 1970), "Le folli avventure di Rabbi Jacob" (1974), "L’asso degli assi" (1982) e "Levy et Goliath" (1986). Ha poi scritto per Claude Pinoteau "Il tempo delle mele" (1980) e "Il tempo delle mele 3" (1988), per Patrice Chéreau "La regina Margot" (1993) e "Ceux qui m"aiment prendront le traine" (1996), per Alain Berberian "Paparazzi" (1997) e per Gabriel Aghion "Belle Maman" (1997). Il suo talento per le commedie e la capacità di scrivere dialoghi drammatici le hanno portato una candidatura agli Oscar per la sceneggiatura di "Cugino cugina" (1975) e ai Cesar per "La regina Margot" (1995) e "Ceux qui m’aiment prendront le traine" (1999). Recentemente ha scritto "Pranzo di Natale" (1999), con il figlio Christopher Thompson, che ha segnato il suo esordio nella regia. Il film è stato campione di incassi e Danièle Thompson ha condiviso con il figlio una candidatura ai Cesar per la miglior sceneggiatura, ha avuto un’altra candidatura come miglior regista esordiente, Charlotte Gainsbourg ha vinto il Cesar come miglior attrice non protagonista. Danièle Thompson e Christopher Thompson hanno vinto il premio per la miglior sceneggiatura ai Lumières de Paris (l’equivalente francese dei Golden Globe). "Jet Lag" è il secondo film di cui Danièle Thompson è autrice e regista.
Come è arrivata a girare questa commedia? Circa dieci anni fa ho scritto una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere prodotta in America. Il film era ambientato nell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi dove un americano incontrava una donna francese. I produttori iniziarono a lavorare al progetto e mi mandarono in visione alcuni draft della sceneggiatura. Vidi tutte le piccole trappole in cui erano caduti gli scrittori, avevano avuto paura di mantenere l’unità di luogo, i protagonisti vagavano per tutta Parigi, incontravano nuovi personaggi. In realtà l’originalità, e la difficoltà, del progetto stavano proprio nel fatto che la storia si svolgeva in un aeroporto fra due persone. Mentre stavo girando "Pranzo di Natale", mi è venuto in mente di riprendere il progetto e di dirigerlo io stessa.
Non è stato difficile, dopo tutti questi anni? Sono cambiate tante cose da allora. Ma soprattutto sono cambiata io! Ho riletto la sceneggiatura e ho chiesto a Christopher Thompson, il coautore, di fare lo stesso. Poi l’abbiamo abbandonata e abbiamo ricominciato a scrivere. Abbiamo trasformato il personaggio di Felix, che prima era un americano, in un francese che viveva negli Stati Uniti.
Come riassumerebbe la storia? E’ la storia di un uomo e una donna che si incontrano e trascorrono insieme un’intera notte. La gente spesso mi chiede cosa significhi esattamente ‘una intera notte insieme’. Significa che dormono insieme? Rivelarlo sarebbe come far sapere il nome dell’assassino in un thriller.
Il film è scritto con tale intensità che diventa una storia di suspence sentimentale. Si è sempre colti di sorpresa dai suoi sviluppi imprevisti. Meg Ryan, la protagonista di "Harry ti presento Sally" e "Insonnia d’amore", disse una volta "Con le commedie romantiche sai sempre come va a finire, l’importante è il viaggio…". Quindi, la cosa importante è che Rose e Felix facciano un viaggio, anche se i loro aerei non decollano. Molti film hanno come tema il desiderio. Il mio parla di attrazione, che è quasi l’opposto. Il desiderio è semplice e chiaro. Ti colpisce, è brutale, può durare una notte o più a lungo, ma non porta necessariamente all’amore. L’attrazione è un labirinto. E’ indistinta. Se l’attrazione è unita al desiderio, allora può diventare qualcosa di più importante.
E’ raro che ci sia attrazione tra due persone che sono così distanti fra loro come Rose e Félix. Esattamente. Persone che sono molto distanti fra loro possono provare desiderio. Quando si desidera qualcuno, è facile farsi trascinare, piantare tutto, ma non dura molto dopo che tutto è stato detto e fatto. L’attrazione è più misteriosa, più difficile da capire. Quando l’altro scompare per un’ora, un giorno o un mese, improvvisamente ti accorgi del vuoto che ha lasciato e del desiderio che provi. Questo è il mistero di un incontro. L’amore è fragile. Ed è così per tutta la vita. Perché il giorno in cui incontri qualcuno succede qualcosa di magico. Non conosci quella persona e improvvisamente riesci a pensare solo a lui o lei. Chiamerà? Ci vedremo ancora? Da un momento all’altro dipendi da qualcuno che neppure conosci! E’ stupefacente indagare su questo fenomeno. E poi c’è il panico, il rischio di non potersi più incontrare.
Per i personaggi del suo film il rischio è ancora più alto, con tutti quei voli in partenza e in arrivo. Gli aerei decollano, sta per diventare giorno, la vita torna alla sua normalità, ognuno riprende la sua strada, la routine quotidiana… Tutto rappresenta una minaccia.
Quando Rose incontra Félix, è tutto tranne che amore a prima vista. Assolutamente. Ma ci sono due momenti particolari in cui entrambi colgono la realtà dell’altro e succede qualcosa. Per lui questo momento arriva prima.
Non c’è una scena erotica. E’ stata una scelta? In questi ultimi tempi i film sono pieni di quel tipo di scene! Spesso mi annoio a guardarle. No, il film è una romantica storia d’amore.
Ha scritto le parti per gli attori? L’ho fatto per Jean Reno. Ho pranzato con lui dopo aver visto "I fiumi di porpora". Da quel film ho anche preso spunto per il suo look: capelli lunghi, barba non rasata… Mi ha ricordato Lino Ventura, un tipo duro con il cuore tenero. Mentre stavo scrivendo, ho capito di aver bisogno di contrapporgli qualcuno che fosse altrettanto forte. Parecchie attrici avrebbero potuto interpretare Rosa, ma nessuno si aspettava che fosse Juliette, era parecchio che non girava commedie. Lei ha colto l’occasione e con incredibile forza comica ha spinto la sua parte all’estremo: una giovane donna vulnerabile e titubante che si nasconde dietro il suo trucco, e che diventa bella e forte quando lascia cadere la maschera. E’ vero che ci ha colto di sorpresa in questo ruolo. E’ una giovane donna che nasconde i propri sentimenti. All’inizio pensiamo che sia un po’ sciocca, invece è molto intelligente. Capisce i commenti pungenti di Félix, non abbocca. Rose è abituata a fare il capro espiatorio. E’ stata con un uomo (Sergi Lopez) per dodici anni perché lo amava, malgrado lui fosse violento. Questo è un altro tema del film: cosa succede il giorno in cui si ha la forza di cambiare.
E Felix? Abbiamo pensato che sarebbe stato interessante farne un uomo che vive lontano dal proprio paese. Christopher è nato negli Stati Uniti, io ci sono vissuta per dieci anni. Conosciamo le persone come Félix: fuori dal giro, vulnerabili, in una sorta di esilio permanente. In ogni paese del mondo si possono incontrare francesi che rifiutano le proprie origini, pur usandole per ottenere successo. Parlano un francese infarcito di espressioni inglesi, scambiano le parole o le dimenticano, non conoscono le espressioni nuove. Felix ha fatto fortuna con la cucina francese, ma non è più legato alle sue radici, è tagliato fuori dalla sua famiglia. E’ stordito e confuso quando incontra Rose, ma non è solo colpa del jet lag. E’ a un punto cruciale della sua vita, il legame con la donna che ama è finito, il futuro è incerto. Come per lei.
E’ più facile dirigere due attori invece di molti, come in "Pranzo di Natale"? Un duo o un’orchestra? La cosa fondamentale è la partitura, il ritmo e il tirare fuori il massimo da ognuno. E’ una sfida che amo, che ci siano due o dieci attori. D’altro canto una sceneggiatura con due personaggi è più complicata da scrivere. "Che succede se il tizio capita proprio allora"? Quando ce ne sono solo due, il tizio è già lì. La mia preoccupazione principale, come sceneggiatrice e come regista, è mantenere il ritmo. E’ il ritmo che mi ossessiona, affinché il pubblico non si annoi mai.
La storia è centrata su due personaggi, ma nello stesso tempo c’è un riferimento alla famiglia, uno dei suoi temi preferiti. C’è la madre di Rose, il padre di Félix… Tanti bagagli che si trascinano dietro ancora adesso che sono adulti. Non c’è un’età in cui si smette! Non ci si libera facilmente di quei bagagli! Quelli che sono qui e quelli che non ci sono: quelli che mostri e quelli che nascondi; quelli di cui ti sei sbarazzato e quelli che tornano a ossessionarti. Tutti ne abbiamo un po’ dentro di noi e qualsiasi cosa succeda sono parte della nostra emotività anche se, come Felix, si va via di casa a 17 anni. Arriva il giorno in cui ti raggiungono. Rose deve continuamente tener testa alla madre, che la ricatta minacciando il suicidio. Rose non è mai stata libera ed dice a Felix "E’ la prima volta nella mia vita che nessuno sa dove sono". Un incontro come il loro è diverso da tutti gli altri, perché entrambi sono convinti che non si rivedranno mai più. Dicono cose che normalmente la gente non direbbe, perché non pensano ad apparire diversi da ciò che sono. Loro rivelano debolezze che spesso si nascondono per mesi, anni o per sempre.
Lei ha scritto molte sceneggiature con suo padre, Gérard Oury. Ora scrive con suo figlio, Christopher Thompson. Abbiamo lavorato bene insieme per "Pranzo di Natale", quindi abbiamo deciso di fare un altro film. Ma la cosa fondamentale è che ci sia il talento. Non si copre nessuno in questo campo, neppure se sono famigliari. Specialmente se sono famigliari… E poi l’incontro di due generazioni è sempre interessante. Così, padre-figlia o madre-figlio, che differenza fa? Può dar vita a una gamma diversa di intimità. Tanto per iniziare c’è un tipo di riserbo che non si avrebbe con uno scrittore che non ti è così legato. Ma una volta iniziato il processo di scrittura con uno scenario preciso che è complicato tenere insieme, i legami famigliari non contano. Si lavora ed è tutto.
Lei ha scritto i dialoghi? Li ho sottoposti a Christopher per saggiare le sue reazioni, poi ho tolto o lasciato. Anche se lui non dice niente, quando leggo ad alta voce e mi ascolto decido io stessa di tagliare. Limare è la parte più interessante della scrittura. Quando è terribile scoppiamo a ridere come scolaretti.
Ci sono stati cambiamenti sul set? Siamo rimasti molto fedeli alla sceneggiatura. Ogni parola ha una funzione. E’ come per la musica. Per me un "oh" oppure un "ah" può a volte guastare tutto. Abbiamo provato a lungo prima di iniziare le riprese. Gli attori hanno voluto conoscere i loro personaggi in ogni dettaglio. Chris e io sapevamo cosa volevamo. Dovevo guidare gli attori senza essere troppo impositiva, ma il risultato ha superato pgni mia aspettativa. Sono rimasta incantata dall’intensità dei sentimenti di Juliette e dalla forza emotiva di Jean. E’ stato straordinario. Gli abiti e il trucco di Rose hanno un ruolo importante nella storia. Abbiamo riflettuto molto sul suo abito. Doveva essere fuori moda, ma non troppo, perché volevo che apparisse bella. Ho parlato a lungo con Elizabeth Tavernier, che ha fato un lavoro magnifico per "Pranzo di Natale": gli abiti delle tre sorelle mostravano esattamente chi erano. Rose doveva indossare lo stesso abito per tutto il film, i colori dovevano armonizzarsi con i set e non avere su di lei lo stesso effetto all’inizio e alla fine del film. Ho anche pensato di farle comprare un paio di scarpe da ginnastica all’aeroporto per quando arriva ad Acapulco, ma i tacchi alti le davano un’aria così femminile che ho abbandonato l’idea. Il nostro truccatore era Thibault Fabre. Lui era sotto contratto con la Clarins, ma ce lo hanno prestato, come si fa con i calciatori. Insieme abbiamo sviluppato i diversi make-up che si succedono e abbiamo lavorato duro per la scena in cui lei se lo toglie, perché ha finalmente capito di non aver bisogno di un trucco eccessivo per apparire bella. Juliette ha preso lezioni da un estetista che le ha insegnato ad applicare il fard e a sfumarlo come una professionista.
Infatti Rose ha vinto il ‘pennello d’oro’ come miglior estetista. Si porta in giro il trofeo come fosse una reliquia. Lo ha inventato lei? Esisteva veramente un premio chiamato ‘pennello d’oro’, ma è durato pochi anni. Quando stavo scrivendo la sceneggiatura, ho parlato con una ragazza di Guerlaine che lo aveva vinto. Durante le riprese un uomo mi ha ringraziato dicendo "Ho avuto io l’idea del Pennello d’Oro". Forse il film contribuirà a ripristinare il premio.
Un altro protagonista del film è il cellulare… Loro si incontrano per il cellulare di Félix ed è grazie al cellulare che finiscono col rincontrarsi. Il cellulare ha cambiato il ritmo delle nostre vite. Volevo parlare di questo.
Quanto sono durate le riprese? 10 settimane, più 3 giorni ad Acapulco.
L’aeroporto è vero o si tratta di un set? E’ vero ed è stato abbastanza avventuroso girare al Charles de Gaulle. Il mio set preferito era il famoso Terminal F progettato dall’architetto Paul Andreu, che penso sia magnifico. Abbiamo dovuto chiedere una quantità di permessi, all’autorità aeroportuale, a Air France, alla Dogana, alla Polizia. In genere le scene in aeroporto sono brevi. Noi avevamo bisogno di 25 giorni nell’edificio del terminal. Avevamo tutte le autorizzazioni necessarie ed eravamo già in pre-produzione quando c’è stato l’11 settembre. Ovviamente tutti i permessi sono stati annullati e ci sembrava piuttosto indecente andare a bussare in giro per ottenere la possibilità di girare. Alla fine abbiamo ripiegato sull’aeroporto di Lourdes, ma non era la stessa cosa. Poi, finalmente ci hanno concesso di filmare per 5 giorni al Charles de Gaulle. Mi sono affrettata a girare la scena in cui Félix e Rose si incontrano per la prima volta. Abbiamo guardato i giornalieri e ci sono piaciuti. Ho intavolato trattative per ottenere altri 5 giorni. Il resto è stato girato all’aeroporto di Lille, che aveva qualche set simile.
Le scene in cui i passeggeri vagano confusi nell’aeroporto… Le avete ripetute? Ovviamente. Per me quelle scene sono parte della storia. Tutti quelli che vedono il film possono raccontare una esperienza del genere. Gli aerei sono a terra, tu sei abbandonato come uno straccio sporco, senza informazioni e con un panino, se sei fortunato. Mentre sei lì che aspetti esiti, dovrei andare a casa? Ma i bagagli sono già al check-in, la gente ti aspetta. E’ una situazione di incertezza. E’ un momento di vera solitudine anche se sei circondato da migliaia di persone. L’aeroporto è un luogo in cui trovi tutto: cappella, ristoranti,, negozi, parrucchieri, farmacie, medici… Ma è in nessun posto. Sei annoiato. Osservi la gente. Sei in una specie di limbo. Puoi diventare di cattivo umore se sei in forma, o piombare in depressione se hai qualche problema. Ma può anche significare una tregua, una sorta di anestetico essere obbligati a fermarsi e dare un’occhiata alla propria vita.
Come è andato il montaggio? Ho lavorato con Sylvie Landra, che ha montato tanti film di Luc Besson. Per quanto riguarda il ritmo siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Con Sylvia e con tutti gli altri tecnici ho avuto la sensazione che si fossero innamorati del film. Ho tagliato poco questa volta, mentre in "Pranzo di Natale" ho cambiato completamente l’ordine delle cose al montaggio. Con "Jet Lag" sapevo che non avrei avuto scelta. Il film si svolge nell’arco di 24 ore. Dovevo rispettare la cronologia.
E le musiche? Eric Serra ha letto la sceneggiatura. Eravamo tutti e due nervosi. Ciò che volevo da lui era completamente diverso da quello che aveva scritto in passato, a parte il fatto che richiedeva lo stesso talento. Sono stata felice del risultato. La musica è delicata e dinamica nello stesso tempo. C’è anche "I Try" di Macy Gray. Avevo sognato di usare questo brano ancora prima di iniziare le riprese, quando immaginavo il volto di Juliette nella scena finale. E poi, alla fine, il caldo flamenco che ha scritto Eric… "Indovina chi sta cantando", mi disse quando eravamo nel suo studio. Non ho indovinato. Era Clémentine Celarié.
Per concludere, perché ci sono così poche commedie romantiche francesi? E’ più una tradizione americana, sono parte della cultura cinematografica americana. Mi vengono in mente tanti nomi, "Accadde una notte", Tracy – Hepburn, "Pretty Woman", Audrey Hepburn, "Vacanze romane", "Sabrina", Cary Grant, Wilder, Capra, Nichols e anche il Woody Allen di "Tutti dicono I Love You"… è una lista infinita. La commedia romantica è legata in gran parte all’ingenuità. Forse in Francia siamo troppo riservati o cinici. Eppure anche il più duro di noi perde tutta la sua sicurezza quando si innamora. E infatti milioni di persone sono andate a vedere "Un uomo, una donna", una grande commedia romantica francese.
Calogero Messina 15-03-2003
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