Titolo originale: Yossi & Jagger
Regia: Eytan Fox
Genere: Drammatico
Cast: Ohad Knoller, Yehuda Levi, Aya Koren, Hani Furstenberg, Assi Cohen, Yuval Semo, Erez Kahana
Durata: 65’
Nazione: Israele
NATO PER LA TV MA DIVENTATO UN CASO CINEMATOGRAFICO IN PATRIA, MERITATO VINCITORE DEL PREMIO DEL PUBBLICO AL 18° Festival internazionale di film con tematiche omosessuali di Torino, arriva in Italia il film israeliano “Yossi and Jagger”, distribuito dalla Mediacinema.
Yossi (Ohad Knoller) e Lior (Yehuda Levi), detto Jagger, sono due soldati dell’esercito israeliano di stanza in una base militare al confine con il Libano. Si amano ma sono costretti a mantenere segreta la loro relazione. Soprattutto Jagger ne soffre.
Istrione, romantico e matto “come una rockstar” (per questo lo hanno ribattezzato col nome del leader degli Stones), vorrebbe urlare al mondo quello che prova per Yossi, mentre il compagno sotto sotto prova vergogna, imbarazzo, paura. La crudeltà della guerra deciderà per loro.
Ispirato a una storia vera, scritto da Avner Bernheimer e diretto da Eytan Fox, “Yossi and Jagger” è il breve e intenso racconto di una struggente storia d’amore, calata nella realtà di una guerra che per i primi 50 minuti non vediamo ma che è sempre presente, palpabile nelle paure dei protagonisti, nella precarietà delle loro certezze e dei loro sentimenti. Come i personaggi di “Streamers” di Altman, anche i soldati di Fox vivono in attesa: di giorno tentano una vita quasi normale tra le mura della caserma, la notte affrontano l’incognita delle imboscate.
Si alternano così frammenti di ordinaria vita quotidiana, scene divertenti come la preparazione del pranzo per il colonnello (Erez Kahana dà vita al riuscito personaggio del cuoco), momenti di puro romanticismo (la sequenza sulla neve), fino al drammatico precipitare degli eventi. Tra gli altri interpreti, spiccano per bravura le due uniche donne del cast: Hani Furstenberg, nei panni della spregiudicata Goldie, e Aya Koren (Yaeli), disperatamente quanto inutilmente innamorata di Jagger.
Il merito principale del film è quello di evitare lacrimevoli banalità nonché noiosi proclami: la semplicità dei dialoghi, la povertà dei mezzi, la linearità della regia, se da un lato tradiscono l’origine televisiva del film, dall’altro riescono ad affrontare in modo più immediato, diretto, la stupidità della guerra, l’azzeramento dei rapporti sociali durante un conflitto, l’incomprensione e l’intolleranza nei confronti dell’omosessualità. Insomma un raro esempio di fiction d’impegno che è anche autenticamente popolare: che i signori di Rai e Mediaset gli diano un’occhiata, please!
Angelo Surrusca 05-05-2003