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LOST IN TRANSLATION - L'AMORE TRADOTTO
Sofia Coppola, figlia d'arte si è guadagnata il diploma di 'autrice' con la A maiuscola
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Una scena del film trucco!

Titolo originale: Lost in Translation
Regia: Sofia Coppola
Cast: Bill Murray, Scarlett Johansson, Giovanni Ribisi, Anna Faris
Genere: Drammatico
Nazione: Usa
Durata: 105'

   I TRAILERS, LA STAMPA SPECIALIZZATA, LE CRONACHE DEI FESTIVAL USANO ELOGI SPERTICATI comunicando ed insistendo su un collettivo e “modaiolo” entusiasmo che fanno della seconda pellicola di Sofia Coppola “Lost in Translation - L’amore Tradotto” il film più “cool” della stagione. Dopo il convincente debutto de “Il giardino delle vergini suicide”, c’era molta attesa per il nuovo lavoro di una figlia d’arte che (proprio per così importante parentela… il papà si chiama Francis Ford!) ha dovuto con più incisività e coraggio dover dimostrare di saper fare il suo mestiere; e cimentandosi allora con un suo soggetto originale (il precedente era tratto dal bel libro di Jeffrey Eugenides) realizza un film personale, intimo e glacialmente emozionante, che in modo lento e profondo ti entra sottopelle.
   Bob Harris (un ritrovato e grande Bill Murray) è una star del cinema in declino che si trova a Tokyo per girare lo spot pubblicitario di una marca di whisky. Charlotte (il viso fresco e genuinamente malizioso di Scarlett Johansson), anche lei a Tokyo, è una giovane donna, appena sposata, che arranca dietro al marito fotografo instancabile (Giovanni Ribisi).
   Colpiti entrambi da insonnia, Bob e Charlotte si incontrano una notte per caso nel bar dell’hotel in cui alloggiano (l’algido, elegante e fascinoso copratogonista Park Hyatt Hotel) dando vita ad un naturale e sincero rapporto d’amicizia, d’amore e di cameratismo che spiazza per l’inconsueto ed originale evolversi di un rapporto a due che in altre mani e sotto altri occhi sarebbe sfociato nella classica storia romantica sullo sfondo dell’ennesima città “esotica”!
   La Tokyo che invece ci racconta e mostra Sofia Coppola è sì una città “altra”, caotica, colorata, rumorosa ed insensibile al flusso di una corrente umana che la attraversa compostamente, ma è sopratuttto lo scenario ideale per raccontare della misteriosa ed affascinante magia di un incontro casuale tra due esistenze lontane che scoprono improvvisamente di vivere sulla stessa frequenza d’onda. Sono questi incontri che segnano maledettamente la vita di un uomo e che nella caducità della loro durata hanno il più “saporito” ingrediente di un’esperienza unica ed indimenticabile.
   E Sofia Coppola è riuscita a “tradurre” questo sotteraneo piacere e malessere quotidiano in un film sospeso, spiazzante, freddo come le immense e tecnologiche camere arredate del Park Hyatt Hotel, ma attraversato da un etereo senso di vita, umorismo e fine intelligenza che ci riconciliano con l’insano gusto di un cinema non allineato e necessario.
   E tra insegne pubblicitarie onnipresenti, serate al karaoke “sballate”, siparietti surreal/comici su una realtà giapponese dagli stereotipi rinnovati, si stagliano la grandezza umana e fragilità terrena di due personaggi (Bob e Charlotte…. il gigante e la bambina!) che nel loro temporale sfiorarsi toccano la vetta più alta di un’intimità ed intesa umana dal calore immenso, così regalandoci una scena d’addio (chissà cosa sussurra Bob all’orecchio di una sorpresa Charlotte!) che per la prima volta non ci fa commuovere per la mestizia e malinconia di un ultimo saluto, ma per la grandezza di una vita sempre sorprendente.

Calogero Messina  08-12-2003

trucco! - Leggi l'intervista a Sofia Coppola e Bill Murray

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