Indice della rubrica

CyberNews

Fumetti

Graffiti

Libri

Musica

Teatro

VIPs
 |
 |
NON SARÀ COSÌ ALGIDO ED ALIENANTE COME IL PARK HYATT HOTEL DI TOKYO, MA CHISSÀ se anche nell’albergo romano, che li ospita nel tour promozionale del loro lavoro, la regista Sofia Coppola e lo strepitoso interprete del suo film “Lost in Translation – L’amore Tradotto” Bill Murray hanno vissuto emozioni e situazioni dei due personaggi che l’una ha scritto e diretto in modo così sospeso e vero, e che l’altro ha indossato in una sorta di osmosi totale che impedisce praticamente di distinguere l’attore dal personaggio della star in declino Bob Harris. Ed anche se adesso sfoggia una folta barba e capelli castani (esigenze di set, impegnato proprio in questi giorni a Cinecittà nelle riprese del film di Wes Anderson “The life acquatic”), e Sofia Coppola sfoggia l’identica timidezza e spaesamento della “sua” Charlotte, entrambi si concedono generosamente alle domande della stampa (smarrita l’una, ironico e rilassato l’altro), confermandoci la perfetta alchimia che tra finzione e realtà hanno fatto di “Lost in Translation” un piccolo gioiello di equilibrio emozionale e di ironica e distaccata sensibilità umana.
Quante volte si è sentito estraneo e perduto in una città straniera? BILL MURRAY Sempre! Ogni volta che lascio la mia casa mi sento un estraneo dovunque vada… anche se, a dire il vero, a Tokyo questo senso di spaesamento è stato ancora più forte e presente.
Nel suo film si pone l’accento sull’incomunicabilità tra due diverse popolazioni e culture: uno specchio delle attuali difficoltà della società occidentale a rapportarsi con il resto del mondo? SOFIA COPPOLA Nello scrivere questa storia naturalmente sono partita da esperienze individuali e personali: oggi scorre tutto più veloce ed in modo virtuale… e sinceramente non so se questa difficoltà di rapportarsi tra un uomo ed una donna possa essere anche letta come l’attuale metafora di incomunicabilità dei nostri tempi sociali e politici…. BILL MURRAY Per chi fa il regista o l’attore…per chi fa cinema parlare di temi alti o gravi come può essere quello dell’incomunicabilità del nostro presente storico può essere molto rischioso… si può andare fuori rotta. Allora per riuscire a colpire ed a parlare al cuore di tutti serve partire da esperienze piccole e minime come l’incontro di due lontani mondi in una città straniera e forse si riesce a raccontare dell’universalità del sentire umano.
Cosa l’ha colpita nel suo primo incontro con la città di Tokyo? SOFIA COPPOLA Ci sono stata sin da bambina, poi, finito il college, grazie ad una borsa di studio vi ho trascorso diverso tempo e vi ho incontrato una realtà molto viva e stimolante… ho sempre avuto voglia di ritornarci. Non c’è qualcosa in particolare che mi abbia colpito, ma è l’atmosfera della città ad incantarmi… questo melange di moderno e tradizionale mi affascina profondamente. BILL MURRAY Io avevo un’immagine un po’ stereotipata dei giapponesi… sempre seri, stressati dai loro ritmi frenetici di vita, vestiti di scuro e pronti a scattare fotografie… invece ho scoperto un popolo che ha molta voglia di ridere… a cui piace rilassarsi e comunicare… molto cordiali e con una cultura molto forte ed intatta.
E’ stato difficile riuscire a farsi accettare anche come attore drammatico dopo le sue diverse esperienze nella commedia? BILL MURRAY Il tempo guarisce tutte le ferite! Probabilmente sia la critica che il pubblico non era ancora pronto a vedermi in questi personaggi, ma già con il film “Ricomincio da capo” si era intravista la mia voglia di cambiare e di cimentarmi in altre prove. E poi mi faccio vedere sempre più spesso in giro con Robert De Niro e Dustin Hoffmann e forse allora mi prendono più sul serio!
Le parole che Bob Harris pronuncia, non sentite dal pubblico, all’orecchio di Charlotte lasciano un senso di sospensione magico ed affascinante… come nasce questa scelta? SOFIA COPPOLA Il film racconta la storia intima e personale di due esistenze lontane, ed è giusto che nel loro momento di vicinanza più bello e sofferto il pubblico se ne stia in disparte. Io naturalmente so benissimo che cosa le sta sussurrando, ma è talmente intimo questo momento che non è così importante saperlo: è più importante scoprire di aver vissuto entrambi un’esperienza straordinaria ed unica che cambierà le loro vite.
Qual è il filo conduttore che lega un film come “Il giardino delle vergini suicide” a “Lost in Translation”? SOFIA COPPOLA Adesso avevo voglia di raccontare una storia più leggera, personale, dolce… forse in comune c’è questo desiderio di raccontare un momento di transizione e di ricerca della propria identità. Ma sicuramente avevo voglia di fare un film di tutt’altro genere.
Il suo film d’esordio è stato accolto positivamente da critica e pubblico: con quali emozioni e timori è ritornata dietro la macchina da presa? SOFIA COPPOLA Tutti dicono di stare alla larga dal secondo film: una vera prova del fuoco! Ma il fatto forse di girarlo fuori dagli States e di raccontare una storia più intima e personale mi sono stati di grande aiuto. Confesso che ero molto agitata e nervosa prima dell’inizio delle riprese, ma quando Bill ha accettato la parte e parlandogli mi sono resa conto che aveva letto questa storia con le stesse emozioni e vibrazioni con le quali io l’avevo scritta, allora mi sono sentita più sicura e forte.
E’ difficile trovare oggi ad Hollywood un ruolo così ben scritto e profondo come quello di Bob Harris? BILL MURRAY Sinceramente non è semplice, ma a dire il vero nella mia carriera non ho dovuto mai correre dietro le sceneggiature… ed alla fine sono sempre stati i personaggi ed i registi a venirmi a cercare per propormi le loro storie: una gran fortuna e privilegio!
Dopo le nomination agli Spirit Award che premia il miglior cinema indipendente e le probabile candidature al Premio Oscar, cosa significa continuare a fare film fuori dal circuito delle major? SOFIA COPPOLA Quello che io cerco di fare è il film migliore possibile che possa realizzare… per me essere indipendenti significa essere liberi creativamente ed è poi questo il motivo per cui ho scelto di fare questo mestiere!
Ma se arrivasse l’Oscar come Miglior Attore Protagonista, cosa cambierebbe nella sua vita? BILL MURRAY Non credo molto… anzi considerando la sfortuna che accompagna chi vince il Premio, costretto ad anni di latitanza … forse non me lo auguro neanche! E sicuramente non è un traguardo per la mia vita di uomo e di attore… sono molto contento della mia carriera e di quello che sono riuscito a costruire come uomo in questi anni: eccolo il mio Premio Oscar!
Calogero Messina 08-12-2003
|
 |
- Leggi la recensione di "Lost in Translation"
 |