C’ERA UNA VOLTA IL FANTAFESTIVAL, OVVERO 10 GIORNI IN CUI L’HORROR e il fantastico (inedito) facevano tappa a Roma per spaventare e divertire gli appassionati della capitale. Oggi il Fantafestival, duole ammetterlo, è solo l’ombra di sé stesso… Pochi film, nessuno dei quali inedito (l’uscita prevista nelle sale italiane era la settimana dopo la manifestazione capitolina), spalmati in soli 4 giorni. Certo, come valore aggiunto c’era sempre il rumoroso pubblico romano a rendere meno pesante la visione di certe pellicole con battute e interventi goliardici, ma visti i tempi di magra, pare che persino il “tifo” di questi fan dell’horror si sia drasticamente ridimensionato. E un Fantafestival senza il colore della battuta in romanesco non può essere il vero Fantafestival.
Orfani di una manifestazione che comunque ha segnato pagine importanti nell’ambito dei festival di genere a livello europeo, i seguaci di Freddy, Jason e soci possono ora consolarsi con il “Ravenna Nightmare Film Festival”, che nella sua prima edizione conclusasi il 25 ottobre scorso ha raccolto entusiasmi di critica e pubblico.
In 8 giorni di programmazione la sala del cinema Corso, a pochi metri dalla Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ha visto proiettati classici del gotico nazionale (il citatissimo “Danza macabra” di Margheriti, con il suo campionario di fantasmi, castelli e amori – pure saffici – impossibili, l’originale “Il mulino delle donne di pietra” di Ferroni, piccolo cult che richiama le atmosfere della Hammer inglese introducendo però malizie e perversioni del tutto originali), interpretazioni apocrife o fedeli alla tradizione del mito vampiresco (a parte l’omaggio a Jean Rollin – autore francese da sempre convinto che, se un film deve presentare qualcuno con canini sporchi di sangue, l’ideale sarebbe che questo qualcuno fosse femmina, possibilmente a seno nudo, e con un castello come sfondo -, ottima la riproposta di un gioiello come “Martin” di Romero, ritmatissimo dalla musica dei Goblin ed eroticamente sui generis), capolavori dell’epoca del muto (gli indispensabili “Nosferatu”, “Shatten” e “Lo studente di Praga”), anticipazioni sulla carta succulente (“House of dead” di Uwe Boll, indigesta trasposizione del videogioco omonimo che, tra intermezzi virtuali, combattimenti noiosissimi e infiniti e una sceneggiatura spesso imbarazzante, miete più vittime tra gli spettatori in sala che tra i non morti in scena, e “Visitors” di Richard Franklin, inquietante viaggio nella psiche di una donna – la bellissima e brava Radha Mitchell – che durante una circumnavigazione del globo in solitario inizia ad avere visioni, più o meno reali, che mineranno la sua salute mentale), e restauri doc (rivedere sul grande schermo lo ‘zombesco’ “Zeder” di Pupi Avati in un’edizione perfetta dal punto di vista audio e video è stata un’esperienza ricca di suggestioni e brividi).
Molto interessante il concorso internazionale, dieci i titoli (tra cui numerose anteprime nazionali e alcune internazionali) che hanno portato vivacità, paura e bizzarro umorismo in sala. Tra le opere più curiose, da citare il surreale (ma non memorabile) francese “Bloody Mallory” di Julien Magnat, che mescolando Buffy, i manga e l’avventura stile Indiana Jones, mette in scena le imprese di un’eroina sui generis chiamata dai servizi segreti a ritrovare il Papa, rapito da un manipolo di malintenzionati figli della notte, il pauroso “Alter Ego” (risultato poi vincitore del Premio del pubblico) di Takashi Shimizu (“Ju-on”), eccellente produzione televisiva che, partendo dal mito del ‘Doppelganger’ (se vedi il tuo doppio sei destinato a morire) racconta di morti violente, doppi crudeli e teen-ager tutt’altro che innocenti in una scuola abbandonata diventata teatro di apparizioni terrificanti, lo spagnolo “Sangre Eterna” di Jorge Olguin, variazione paella dei film Troma (che rimangono comunque di un’altra categoria per la capacità trash di andare sopra le righe, senza vergogne, pudori e riflessioni morali), in cui vampiri alieni sodomiti troveranno pane per i loro denti davanti a un gruppo di strampalati antieroi, e il serbo “T.T. Sindrom” di Dejan Zecevic, punta di diamante del festival (non a caso è risultato vincitore del concorso) che racconta di un mistero risalente al passato che torna alla luce ai giorni nostri portando uccisioni e sangue in un bagno pubblico: tra serial killer, mostri delle fogne e sventramenti vari (il tutto accompagnato da una musica coinvolgente), le sorprese non mancheranno, sino all’incredibile finale che, anche nell’ultima inquadratura, è capace di regalare un brivido tutt’altro che spiacevole.
Gli orrori del Ravenna Nightmare Film Festival sono quindi promossi a pieni voti, e, notizia che può solo far piacere, la direzione ha già confermato che l’anno prossimo si farà il bis. Inutile sottolineare che Stradanove ci sarà...
Giovanni Scalambra 28-10-2003