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SPIKE LEE È UN REGISTA CHE SI È MERITATO tutto il rispetto di cui gode. Sia per la qualità del suo lavoro sia per l'impegno civile che sta alla base dei suoi film: Fa' la cosa giusta, Jungle Fever, Malcom X, Clokers.
Il suo ultimo titolo, da qualche giorno nelle sale italiane, è Summer of Sam, ispirato a fatti di cronaca accaduti alla fine degli anni Settanta.
Un serial killer (David Berkowitz) si aggira per New York, nel Bronx e a Brooklyn, per uccidere coppiette, con donne brune dai capelli lunghi. In città si scatena la psicosi da mostro, si accendono gli animi degli afroamericani e degli italoamericani. Inizia una sconsiderata caccia all'assassino, in cui è coinvolta la mafia.
John Leguizamo, Mira Sorvino, Adrien Brody e Jennifer Esposito sono gli interpreti principali; Spike Lee si è ritagliato il ruolo di un giornalista nero: Il motivo per cui faccio i miei film è per raccontare delle storie.
Lei è stato testimone di questa storia?
Mi ricordo benissimo di com'era la New York di quegli anni, io avevo vent'anni, fu un'estate pazzesca. Il caldo era opprimente e provocò un black out che causò una serie di saccheggi. In quel 1977 gli Yankees vinsero anche il campionato, però, ed esplose la disco music.
Sono molti i film sugli anni Settanta...
Ultimamente, sì. Però la differenza col mio è evidente. Io non prendo in giro la disco music, i tagli di capelli e gli abiti dell'epoca. Io in quel periodo cercavo la mia strada nella vita, perciò ne ho un ricordo molto bello e l'ho raccontato con rispetto.
Qual è lo spirito che pervade il film?
Era mia intenzione documentare un fatti realmente accaduti, ma al tempo stesso non volevo raccontare la storia di un serial killer, infatti il film tratta degli avvenimenti che hanno accompagnato i suoi atti di sangue. Mi interessava far vedere come hanno reagito i newyorchesi alla follia di quest'uomo.
Perché le interessava?
Non credo che in alcun modo si possa dire che l'azione di un omicida possa essere moralizzatrice, caso mai amorale. Sam è la prima figura di serial killer di New York, il termine fu coniato proprio per lui. Un'altra caratteristica è che per la prima volta si vede chiaramente il ruolo dei media, che hanno contribuito ad accrescere il panico in città. I titoli dei giornali che si vedono nel film sono tutti originali, presi dalle prime pagine dei tabloid "Daily News" e "New York Post", che in quel periodo hanno raddoppiato la tiratura.
Analogie tra questo e i suoi precedenti film?
Ci sono punti in comune, ma ci sono anche delle differenze. La principale affinità è la città di New York e poi il discorso sulla tolleranza. Film come Malcom X e Jungle Fever parlavano di razzismo, qui c'è un'altra forma di intolleranza nei confronti dei diversi.
E come si esprime?
Ritchie, uno dei ragazzi che vivono nel Bronx, è un punk, ha un'identità sessuale a dir poco incerta. Dev'essere per forza in cima alla lista dei sospettati. Se una persona è così strana, allora è evidente che deve essere un serial killer. E se non dovesse essere, chi se ne frega: vale comunque la pena dargli contro.
Anche questo è un film che racconta la cultura degli afroamericani?
La cultura afro-americana è universale. Non capisco perché quando un regista nero decide di raccontare qualcosa della propria cultura nascono i problemi. Quando ho visto Ladri di biciclette non l'ho amato di meno perché ero un ragazzino di Brooklyn con la pelle di un altro colore. La realtà di New York è fatta di tante comunità. Per quanto riguarda la caratterizzazione degli italoamericani ho lasciato la scelta agli sceneggiatori, Victor Colicchio e Michael Imperioli.
Ci sono state proteste?
Ci sono state alcune proteste ma non si è trattato di una reazione di massa. E senza voler fare paragoni, ci furono anche per Il padrino.
Ha dovuto fare dei tagli al film?
Quello che è stato proiettato a Cannes è lo stesso film che è stato proiettato negli Usa e che sarà distribuito in Italia. Alcune scene lunghe le abbia modificate per esigenze della "Mpa", l'organizzazione che visiona i film per approvare la distribuzione nelle sale. Loro dicono che considerano allo stesso modo le scene di violenza e quelle di sesso. Ma non è vero. Quando hanno esaminato questo film i problemi potevano nascere dalle scene di sesso, non da quelle di violenza. Mi è dispiaciuto che in Italia sia stato vietato ai minori di diciotto anni.
Pensa che sia un film adatto a tutti?
In alcuni casi abbiamo visto lo sfruttamento della violenza al cinema. In altri casi la violenza può aprire gli occhi sulla realtà. Un esempio è Salvate il soldato Ryan. Il mio film vuole dire cosa fa sul corpo umano una pallottola calibro 44 e descrivere il sentimento delle vittime.
Dopo Summer of Sam cosa vedremo di suo?
La settimana scorsa ho terminato Bamboozled, ambientato dietro le quinte degli studi televisivi americani. E' una satira contro un certo modo di vedere il mondo.
Mariano Sabatini 25 novembre 1999
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L'intervista a Spike Lee
La recensione di Summer of Sam
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