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INSERITI NEL PROGRAMMA DELLA QUENZAINE DES REALISATEURS, queste due opere provano quanto incisivi possano essere certi debutti made in USA (Canada incluso). The Five senses è comunque il secondo lungometraggio del canadese Jeremy Podeswa (dopo Eclipse del 1994); si tratta di un film patinato pieno di risvolti e significati più o meno intrinsechi basati sulle psicologie dei personaggi. Un dramma incentrato sui cinque sensi (udito, gusto, odore, tatto e vista) in cui i protagonisti, ognuno in cerca di un'unione significativa con un altro individuo, diventano coscienti dei loro desideri e delle loro paure.
Ruth (Gabrielle Rose) vedova, madre di una ragazzina alienata e difficile, dovrà riscoprire le emozioni del tatto attraverso il suo lavoro come terapista. Robert (Daniel McIvor), un casalingo professionista, esaminerà le sue passate relazioni, cercando disperatamente tra i sui amanti il reale odore dell'amore. Rona (Mary-Louise Parker) verrà ai termini con il bisogno di creare qualcosa di realmente gustoso, dopo inutili torte dal buon aspetto, ma immangiabili. Richard (Philippe Volter), un oculista che rischia la sordità, dovrà creare nella sua mente una libreria di suoni ed imporsi una nuova concezione uditiva per non lasciarsi andare allo sconforto.
The Five senses è un film che potrebbe innervosire molte persone per l'ostentata complessità di certi poetici ragionamenti, ma non saremmo obiettivi se non riconoscessimo a Jeremy Podeswa un talento letterario superiore alla media e se non ammettessimo che il suo delicato stile registico ci ha catturati per l'intera durata del film. Da Derek Jarman al più recente dei filosofi dell'amore, Hal Hartley, Podeswa non ha fatto altro che riprendere il lavoro di altri prima di lui, ma al contrario di molti pretenziosi video maker lo ha fatto con stile personale.
The Blair Witch Project era, dovete crederci, il film più atteso di questa 52ª edizione del festival di Cannes. Dopo l'inaspettato successo al Sundance film festival, questo horror dall'epilogo misterioso ha attirato stampa e curiosi davanti al Noga Hilton.
Il 21 ottobre 1994, Heater Donahue, Joshua Leonard e Micheal Williams sono partiti per Black Hills Forest nel Maryland per girare un documentario su di una leggenda locale, "The Blair Witch". Da quel viaggio non sono mai tornati.
Quello che il film vi mostrerà (sperando che un giorno un distributore italiano vi conceda di vederlo) è il video ritrovato un anno dopo l'accaduto. Nulla di tutto questo è realmente accaduto, The Blair Witch Project è in pratica la messa in scena di questo progetto, filmato volontariamente in 16mm e telecamera. Dopo aver messo questo in chiaro, possiamo iniziare con gli elogi.
Nonostante negli anni '50 i registi di b-movies, a corto di finanziamenti, avessero già scoperto come, offuscando i particolari che l'audience attendeva con ansia, potevano risparmiare sugli effetti speciali ed incutere paura allo stesso tempo, The Blair Witch Project è probabilmente il più significativo dei successi di questo 1999 all'insegna dei finti indipendenti candidati all'oscar, dimostrando che sono le idee e il talento a rendere un film interessante e non il suo budget.
Non soddisfacendo il crescente desiderio di sapere cosa si celi dietro la porta misteriosa di turno, il film trasmette un'ansia che non si provava ormai da molti anni davanti ad una pellicola. Sarebbe inevitabilmente uno spoiler (termine usato nei newsgroup per avvertire il lettore che si sta per svelare il finale del film) se continuassimo a parlarvi del film. Speriamo che lo possiate apprezzare su di uno schermo della vostra città, riscoprendo il piacere di sobbalzare sulla poltrona del cinema per la troppa paura.
Davide Gualandi 19 maggio 1999
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Cannes '99
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