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Con Jesus, lontano da Coney Island
Con He Got Game Spike Lee ci regala un film pieno di emozioni
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Denzel Washington trucco! STIAMO PARLANDO NON DEL JESUS della Bibbia (quello lo vedremo, col volto barbuto di Kim Rossi Stuart, ne "I Giardini dell'Eden", il film di Alessandro D'Alatri in concorso tra qualche giorno), ma di Jesus Shuttlesworth, ragazzo di colore campione di basket del suo liceo, protagonista del nuovo bellissimo lavoro di Spike Lee, "He Got Game" (letteralmente, "Lui ha gioco"), presentato nella sezione di mezzanotte e che verrà distribuito in Italia dalla Mikado.
   È una storia classica del cinema americano, sport e scontri generazionali tra padre e figlio, con il basket che li lega e nello stesso tempo li divide: Jake, il padre di Jesus (interpretato da un Denzel Washington versione "afro") è da sempre vissuto a Coney Island, e da sempre ha avuto la passione per il basket, insegnando a suo figlio tutte le regole del gioco con continui allenamenti. Durante un violento litigio ha ucciso accidentalmente la moglie facendola cadere a terra, e per questo è stato condannato a più di vent'anni di prigione.
   Tutto questo lo scopriamo in un lungo flashback, mentre la storia inizia con il direttore della prigione che chiede a Jake di convincere, per conto del governatore appassionato di basket, Jesus ad iscriversi all'università preferita dal governatore, che vuole avere una star promettente famosa a livello nazionale tra i suoi allievi, in cambio di un sostanzioso sconto della pena per il padre.
   Il film, accompagnato da uno splendida colonna sonora orchestrale di Aaron Copeland, di classicissima impostazione, e dalle trascinanti canzoni dei Public Enemy, racconta dei tentativi del padre di riallacciare i rapporti col figlio, che lo considera colpevole volontario della morte della madre e non lo vuole più vedere, a differenza della sorella adolescente che ne sente molto la mancanza.
   Jake incontra anche la bellissima prostituta Dakota (interpretata da una sfavillante Milla Jovovich) e ha con lei una breve storia d'amore, che la salverà, forse per sempre, dal marciapiede.
   A me è parso che questo film per Spike Lee sia un po' come "Toro scatenato" per Martin Scorsese, una storia di legami affettivi persi e ritrovati e di riscatto sociale attraverso lo sport, importantissima per lui da trasmettere a chi la guarda e a chi ne vive le emozioni: il regista di colore è stato accusato di essere diventato troppo buono, di avere perso la cattiveria e l'ironia feroce dei suoi primi lavori, ma si noti come invece qui descrive il mondo che gira attorno a Jesus, dove tutti, dai suoi zii alla sua ragazza all'allenatore di sempre si fanno comprare per soldi pur di convincerlo ad iscriversi all'Associazione Nazionale di Basket, senza tenere conto dei suoi veri desideri e della sua integrità.
   La scena finale, col pallone lanciato da Jake oltre i muri della prigione che arriva al campo di basket dove Jesus si sta allenando da solo, e che quest'ultimo raccoglie per continuare a giocare, è un simbolo, magari anche troppo palese ma sicuramente profondamente toccante, del legame ritrovato tra padre e figlio e della continuità del loro sogno che in Jesus è divenuto realtà.

Gianluigi Lanza  4 settembre 1998

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