DOPO AVER VISTO "PLACE VENDOME", UNO DEGLI ULTIMI FILM IN CONCORSO DIRETTO dalla francese attrice-regista Nicole Garcia e interpretato da una ormai molto segnata seppur sempre bravissima Catherine Deneuve e dall'algida Emmanuelle Seigner in Polanski, nutri un senso di fastidio nei confronti della Francia, che produce film di tale inutilità, e dell'Italia, che osa metterli in concorso ad un festival del cinema.
Il film, sponsorizzato sicuramente da De Beers, narra la storia della vedova di un gioielliere tra i più famosi di Parigi, che rimasta vedova all'improvviso si scuote dal torpore e dall'alcool in cui era caduta a causa della sua infelicità matrimoniale e riprende come se niente fosse la sua attività di commerciante di diamanti, avendone trovati alcuni nascosti dal marito prima della sua morte e di dubbia provenienza. Si ritroverà invischiata in un gioco pericoloso in cui tutti nascondono dei segreti, e sono legati fra di loro in modo francamente artificioso e assurdo, giusto per tenere in ballo tutti i personaggi, che scompaiono e ricompaiono sulla scena manovrati dalla regista qui anche sceneggiatrice.
Il personaggio della Seigner, amante giovane del marito morto e che ricorda alla Deneuve lei da ragazza, ad un certo punto scompare senza lasciare traccia, poi ricompare e alla fine viene abbandonato senza che nessuno se ne occupi più. Da come scrivo sembrerebbe quasi un film d'azione, un polar vecchio stile: in realtà non è nulla, perché l'intreccio prosegue confuso e oltretutto solo a parole, lunghi dialoghi da "cinema d'autore" assolutamente autoreferenziali, con la pretesa di raccontare la storia di una donna che ritrova sé stessa dopo aver fatto i conti col proprio passato, e così ritrovare anche l'amore. Non ci viene risparmiato neppure il flashback con voce fuori campo, dove ovviamente la Deneuve giovane ha il volto della Seigner: esempio di cinema confezionato in maniera sicuramente discreta, dalla fotografia ai costumi alla scenografia alla regia alla recitazione, ma dove tutto è assolutamente piatto e si trascina stancamente fino alla parola fine, mai così agognata dallo spettatore (per giunta il film dura due-ore-due!).
Gianluigi Lanza 13 settembre 1998