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Chenne, una donan dal destino già scritto
'A soldier's doughter never cries', di James Ivory, convince il pubblico
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James Ivory trucco! I FILM IN CONCORSO VISTI FINORA NON CI HANNO ENTUSIASMATO ma, fortunatamente, un festival riserva sempre delle belle sorprese. Questa volta la sorpresa sta in un cambiamento, inaspettato e non annunciato, regalatoci da chi meno ci sarebbe aspettati: James Ivory.
    A soldier's doughter never cries è la storia di Chenne. La incontriamo bambina e la lasciamo donna, giovane, ma donna. Tre sono le tappe fondamentali della crescita di Chenne e tutte e tre legate a personaggi maschili. La prima ha inizio il giorno in cui i suoi genitori, americani residenti a Parigi, decidono di adottare un bambino, Benoit. Il nuovo fratello le sottrae la parte della protagonista in famiglia, ma in compenso diverrà per lei una presenza silenziosa ma importante e sicura.
    La seconda tappa si chiama Francois, frequenta la scuola bilingue per lustro, ama la lirica, ha una madre fuori di testa, veste in maniera assurda ed è il suo migliore amico fino al giorno in cui, troppo tardi, le confessa di amarla. Poco dopo la famiglia tornerà negli stati Uniti e di lui, ahimè, non sapremo più niente.
   Il terzo uomo, quello fondamentale nella crescita di Chenne è il padre. Moderno e modernista come pochi ascolta le sue confidenze, la consiglia sul sesso invitandola a non sprecarsi in storie inutili, le permette di dormire in casa con il neofidanzato e muore, diremmo al momento giusto, dopo averle fatto varcare la soglia di una nuova consapevolezza di donna.
   Questo in sintesi il racconto, sembra scontato ma, una volta tanto, non lo è. Quello che ci lascia sbalorditi, non è la buona qualità finale del film, cosa di cui Ivory non ci ha mai fatto sentire la mancanza, ma alcune sue concezioni ad uno stile narrativo meno pittorico e soprattutto più ironico. Alcune invenzioni, come la direttrice che entra in aula a mo' di apparizione divina, ci fanno strabuzzare gli occhi per l'audacia (ricordiamo che si parla di Ivory) e francamente ci riconciliano con un regista che ci sembrava ormai troppo prevedibile.
    La storia è scorrevole ma ci si accanisce troppo nel voler dare alla vicenda una compiutezza assoluta, si esce con la sensazione che ormai, nella vita di Chenne, tutto sia deciso. La fotografia è luminosa, meno pittorica rispetto allo stile ivoriano e contribuisce a farne un film sicuramente godibile che incontrerà il consenso del pubblico. Abbastanza meritatamente.

Alessandra Meo   06 settembre 1998

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