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CI SONO FILM CHE SEMBRANO FATTI PER METTERTI ALLA PROVA. 'Del perduto amore' di Michele Placido è uno di questi.
E' il 1958 in un piccolo paese del sud Italia si è alla viglia delle elezioni i vecchi comandano, i padri sono padroni, le donne sono prive di autocoscienza e prendono le mazzate dai mariti contadini e ignoranti. In tutto questo spicca la figura della giovane Liliana ( Giovanna Mezzogiorno, unica risorsa del film insieme a Fabrizio Bentivoglio) comunista anche se "battezzata e comunicata" e unico essere umano dotato di propria personalità in una comunità di stereotipi. La giovane, in odor di santità dopo due minuti dall'inizio, avvia in un casolare abbandonato e ristrutturato col molto sudore della fronte e la poca forza delle braccia, una scuola sui generis ma gratuita. Le ragazze accorrono ma i fascisti la bruciano così come in precedenza avevano bruciato la di lei Lambretta per punirla di una tresca adultera con il medico del paese (Enrico Lo Verso). Le elezioni si avvicinano, i comizi si susseguono e alla fine si vota. Liliana viene eletta grazie ai voti delle donne ma il destino crudele vuole che proprio in quel mentre la malattia la spedisca all'altro mondo. Fine.
Cosa dire di un film che da una parte è più piatto di un un tavolo da biliardo e dall'altra più retorico del discorso presidenziale di fine anno? Sembra una contraddizione di termini eppure non è cosi, mi spiego. Il film è sceneggiato benino, girato benino, fotografato benino, recitato benino eppure allo stesso tempo i democristiani sembrano tutti con la gobba e le orecchie appuntite, i comunisti appaiono tutti spaesati e desiderosi di una proto-tolfa e un proto-eschimo nei quali identificarsi e i missini sono poco meno che stupratori incalliti e piromani.
Alessandra Meo 09 settembre 1998
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