MESSAGGIO PER WARREN BEATTY. SE ADDIRITTURA IL PARADISO PUÒ ATTENDERE POTEVAMO ATTENDERE ANCHE NOI visto che del suo ultimo film Bulworth non sentivamo la mancanza.
È la vigilia delle elezioni, Jay Bulworth è il senatore in carica della California. Non mangia e non dorme da tre giorni e, dopo un aver stipulato un'assicurazione sulla vita dal premio miliardario, decide di assoldare un sicario per farsi uccidere. La consapevolezza della morte lo mette nella condizione di poter dire e fare quel che più gli piace senza doversi preoccupare delle conseguenze. Veste oversize, parla rigorosamente rappando e ci annoia da morire per un'ora e tre quarti.
Il film, che si propone intenti di denuncia sociale, fallisce il bersaglio e diventa francamente irritante. Nei panni del "nigger" metropolitano Warren Beatty (che solo per i lifting ha speso milioni di dollari) è convincente come Enrico Lo Verso nei panni di un finlandese. Chi, avendo avuto la fortuna di essere nato più intelligente di altri, ed è capace di cogliere il senso vero di ogni film, non manca di sottolineare quanto sia eccezionale che una major come la 20th Century Fox permetta di aggredire, in un suo film, il sistema sanitario e assistenziale americano o lo sfruttamento dei negri d'America. Chi invece non va al di là dell'evidenza non può fare a meno di notare che la major in primis e il produttore (Warren Beatty stesso) poi hanno speso fior di quattrini per figure, fondamentali nella realizzazione di un film, come la fisioterapista o il disegnatore di tatuaggi (leggete i credits alla fine e stupitevi). Basta! Del sermone rappeggiante e fastidioso del giurassico divo in vena di fasti senili ce ne freghiamo e lo diciamo ad alta voce anche senza aver pagato sicari per ucciderlo.
Alessandra Meo 13 settembre 1998