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Intervista a Massimo Bonfatti
Il disegnatore di Cattivik ci racconta il suo lavoro
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Scully trucco! CATTIVIK? È UNO SPIRITO ANARCHICO, RIBELLE.
   È quella parte che c'è in ognuno dei modenesi, quella forse meno evidente, ma che emerge ogni volta che il caso lo richiede. È personaggio sarcastico e tagliente, figlio d'arte di Sandrone, che una volta l'anno bacchetta la città dal pulpito della piazza.
   Il papà di Cattivik, il disegnatore modenese Massimo Bonfatti, è stato appena eletto "miglior disegnatore italiano".
   Parte da questo riconoscimento la nostra chiacchierata con 'Bonfa' (che Cattivik lo ha ereditato da Bonvi e poi da Silver), una chiacchierata illuminante sullo stato attuale del fumetto italiano, un settore nel quale fantasia e qualità sembrano ormai doti secondarie rispetto all'imperativo globale: vendere, vendere, vendere!

   A Perugia ha vinto il premio "Fumo di china" come miglior disegnatore nella sezione del fumetto, ma sugli scaffali del suo studio-eremo a Paganine, alle porte di Modena, non c'è traccia di targhe o trofei: "Guarda, non sono neanche andato a ritirarlo. Per una serie di coincidenze alla fine non ci sono riuscito, ma non è che mi importi granchè del premio". Non è un atteggiamento snob quello di Massimo Bonfatti, il disegnatore modenese che da molti anni mette su carta la vita e le dissaventure di Cattivik, l'ultimo degli antieroi italiani: "Quello che mi ha dato soddisfazione non è stato il premio, quanto il fatto di essere stato selezionato al fianco di un mostro sacro come Jacovitti, che io consideravo un maestro, un padre. Il premio in se stesso, come tutti i premi, non ha valore. Silver, ad esempio, non ha mai vinto il Yellow Kid, che è quello più ambito in Italia. Se non lo ha vinto lui vuol dire che qualcosa non funziona".
   Disincantato, quindi, Massimo Bonfatti. Ma d'altra parte pare proprio che nel magico mondo di fumetti e cartoon da tempo si sia persa (ma ci sarà mai stata davvero?) quella strana euforia, quell'allegria tipicamente artistoide che si respirava negli studi di disegnatori e nelle redazioni delle riviste satiriche. Il fumetto, come qualunque altra forma d'arte, ha imboccato da tempo il senso unico dei libri contabili e dei bilanci da far quadrare, delegando quindi ogni scelta a fattori economici prima che di qualità. Nemmeno la potentissima Disney ha saputo fare fronte a questa pressione, ritirando proprio pochi giorni fa dalle edicole statunitensi il magazine equivalente al nostro Topolino, crollato miseramente nelle vendite di fronte all'avanzata di Manga et similia: "È inevitabile che qualche cosa del genere accada presto anche in Italia - spiega Bonfatti. Credo che il fumetto come genere sopravviverà, ma il suo margine sarà ridotto".
   Spazio quindi alle nuove tecnologie anche per Cattivik, che presto uscirà in versione Cd Rom.
   E per Bonfatti, nato artisticamente aiutando Silver nelle sgommature delle imperfezioni di Lupo Alberto all'alba degli anni '70, si tratta davvero di un salto nell'iperspazio: "Beh, se ripenso agli esordi della mia carriera ho due sensazioni: da un lato vedo come tutto oggi sia molto più "veloce" e da consumarsi in fretta. D'altro canto ho sempre la sensazione che la mia carriera debba ancora iniziare. Mi sento sempre in fase sperimentale, alla ricerca di qualcosa di nuovo".
   Una ricerca e una curiosità, quella di Bonfatti, limitata (e ti pareva...) anche in questo caso dalla pressione economica. Cattivik vende? Bene, l'obbligo è di sfornare tavole su tavole - aiutato anche da due nuove giovani "matite", Cesare Buffagni e Luca Raimondi, - lasciando nel cassetto progetti grafici coltivati sin da bambino: "Sono nove anni che disegno Cattivik e da altrettanti ho smesso di fare i miei personaggi. - confessa Bonfa - Uno dei progetti che ho in mente è quello dei "Girovaghi", un fumetto che racconta le peripezie di alcuni saltimbanchi, ma per ora è tutto fermo".
   Un Cattivik davvero cinico e spietato, insomma, che, al pari di altri personaggi redditizi, tiene incatenati alla sedia artisti che amerebbero invece svolazzare verso altri lidi e altre scoperte: "Comunque lo confesso, a disegnare ci si diverte, non c'è dubbio, non è certo un tragedia. Quello che però la gente non coglie è la dimensione quotidiana del nostro lavoro. Disegnare è un lavoro come un altro, non è mai il frutto di un colpo di genio. È sempre il risultato di un impegno e di una ricerca".

Stefano Aurighi  26 marzo 1998

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