DA QUELLO CHE SI LEGGE NELLE SUE NOTE BIOGRAFICHE, LEI FINO ALL'ETÀ DI TRENTASEI ANNI HA AVUTO UNA VITA rocambolesca e avventurosa. Ha nostalgia di quel periodo?
No, non mi manca assolutamente. Il viaggio, il movimento perpetuo, la vita cosmopolita, internazionale, che io ho amato e voluto nella mia giovinezza, adesso non li desidero più. Faccio una vita tranquilla, ritirata, ma sono contento. Vivo proiettato nel futuro attraverso la letteratura e cerco di economizzare le mie energie e mantenermi in buona salute per continuare a scrivere, se è possibile, ancora per altri quindici-venti anni (sono molto ottimista perché ne ho già sessentasei...). Voglio prendermi le grandi soddisfazioni della vita attraverso l'immaginazione, ed è quello che faccio ogni giorno quando scrivo un romanzo.
Ha dei rimpianti?
Tantissimi. Per la maggior parte sono così tanto personali che non voglio menzionarli, ma penso di essere stato un uomo molto fortunato: ho affrontato dei rischi assolutamente non necessari, che avrebbero potuto distruggermi, e invece sono sopravvissuto. Adesso naturalmente tutte queste esperienze costituiscono la materia prima dei miei romanzi, ma ho corso troppi pericoli. Se potessi tornare indietro nel tempo, rivivrei quel periodo in maniera totamente differente, ma in ogni caso non sono pentito delle scelte che ho fatto.
Lei è nato in Uruguay ma è ormai cubano a tutti gli effetti. Che rapporto ha con questi due Paesi?
Mi considero cittadino uruguayano e scrittore cubano, in quanto la mia carriera è cominciata lì. Sono uno scrittore tardivo, ho cominciato all'età di quarantacinque anni, e Cuba è stato il soggetto principale delle mie prime opere letterarie: le aggressioni organizzate dalla Cia hanno costituito la materia prima dei miei scritti. Solo dopo ho sviluppato un'altra linea scrivendo romanzi storici. Con l'Uruguay invece ho un rapporto piuttosto sentimentale e nostalgico perché è da tantissimi anni che non vivo più lì, credo più o meno dal 1963. Sono tornato tre volte: nel 1987, nel '91 e nel '93, ma molti dei miei parenti e amici sono morti o sono molto vecchi e sento quindi che le mie radici sono come un po'... tagliate. Restano solo le felici reminiscenze della mia infanzia. Ecco, diciamo che l'Uruguay è soprattutto un ricordo. Con Cuba, invece, ho un forte attaccamento e mi manca molto quando viaggio. Naturalmente ho vissuto con grande apprensione le sue vicende politiche, ma dopo essere stato per anni molto pessimista, adesso vivo un periodo di grande entusiasmo e di grande ottimismo riguardo al futuro del Paese. E poi... poi ho una terza patria, che è la patria dell'immaginazione. Mi sono formato come lettore fin da bambino con Jules Verne, Salgari, Dumas e la mia patria di volta in volta poteva essere Roma, Parigi, il Mississipi di Mark Twain o la Malesia di Sandokan. Sono ancora molto vincolato da questa cosa: se sono a Parigi cerco i luoghi dove ha vissuto Jean Valjean, se vado ai Caraibi penso sia un vero peccato non incontrarci il Corsaro Nero...
In questi giorni sta accompagnando Paco Ignacio Taibo per promuovere il suo libro. Le rivolgo la stessa domanda che ho fatto anche a lui: cos'è che vi lega?
L'amicizia. Ci piace bere, mangiare, cantare insieme, vivere insomma! Siamo persone con gli stessi interessi culturali, politici, artistici. Ci lega una certa letteratura di denuncia contro i crimini dello Stato. Apparteniamo a un movimento contrario all'atteggiamento intellettualista nei confronti della vita e dell'arte. Certo, anche noi siamo intellettuali ma, a differenza di certi autori che pensano di essere al di sopra di tutto e di tutti, noi ci sentiamo più umili. Credo che il vincolo tra autore e lettore debba essere più normale: lo scrittore non è Dio, è un "lavoratore della cultura". Io e Paco siamo contro l'elitarismo culturale, contro quelli che si sentono in dovere di teorizzare anche i fenomeni più comuni della vita.
Può anticiparci qualcosa del nuovo romanzo?
Sì, in Italia uscirà a ottobre, edito da Marco Tropea, e si intitolerà "Il rosso del pappagallo": è un thriller politico molto picaresco e molto "sessuale". Adesso invece sto lavorando a una "pazzia" che mi è venuta in mente pochi mesi fa: un altro thriller politico ma mescolato stavolta a un grande divertimento sulla filologia classica. Comincia come un vero e proprio giallo e ha per protagonisti tre personaggi che rinunciano a qualcosa di importante perché hanno letto una notizia sul giornale: c'è un inglese che interrompe un viaggio in treno verso la Francia, c'è un professore sardo che rinuncia ad incontrare a Roma l'allieva di cui è innamorato, e c'è un giocatore di scacchi che abbandona la partita che potrebbe farlo diventare maestro internazionale. Le tre storie poi si intrecciano attraverso un concorso letterario internazionale... ma il resto è troppo complicato da spiegare. È un romanzo che mi sta entusiasmando molto e credo che verrà davvero bene.
Per quando pensa che sarà pronto?
Probabilmente per marzo del prossimo anno.
Angelo Surrusca 25 maggio 2000