COM'È NATA L'IDEA DEL LIBRO?
Per spirito di contraddizione. Quando tua madre ti impone di mangiare qualcosa, fosse anche il cioccolato, tu rispondi no. Se ti impone di andare a dormire alle dieci di sera, tu ti ribelli e dici no... Ecco lo spirito del libro. È il mio modo di dire che a me sono piaciuti gli anni '90. Al contrario della visione europea, che ne fa un decennio da dimenticare, per la prospettiva messicana i Novanta sono stati anni di grande intensità culturale, di resistenza, di pensiero critico... Seconda forma di contraddizione: qualcuno ha osservato che "Te li do io i Tropici" doveva essere o un libro di memorie (e allora avrebbe dovuto essere soggettivo) o un'antologia. Ma a me non interessava scrivere solo l'uno o solo l'altro, volevo raccogliere le mie cose migliori prodotte negli anni '90, in qualsiasi forma narrativa: cronache giornalistiche, reportages storici, racconti, romanzi brevi, storie di famiglia...
Forse è presto per un bilancio, ma cos'è rimasto oggi dei fermenti degli anni '90?
Tutto. In realtà gli anni '90 sono ancora qui, non se ne sono andati. C'è ancora il dibattito politico-culturale, l'idea di una letteratura che catturi l'attenzione del lettore, che ne abbellisca la visione, che lo affascini... ma che nello stesso tempo lo inquieti, lo disturbi e gli trasmetta degli spunti di riflessione.
C'è una forma narrativa a cui è particolarmente legato?
Tutte. È come se mi chiedessero quali dita delle mani preferisco. Certo, mi sento molto più a mio agio nel romanzo, perché è come mettersi dentro un tunnel che ha mille bocche, mille uscite, mille possibilità. Però, molto spesso, un buon reportage o una buona cronaca illuminano e, per esperienza di lettore, posso dirle che a volte una poesia di quattro righe può essere un vero e proprio raggio di luce. Quindi, usiamo tutte le forme narrative! La letteratura non ha regole, le etichette sono state inventate dalle università, dalle strutture accademiche. L'unica convenzione che serve è quella che si stabilisce tra il lettore e lo scrittore.
Come mai, secondo lei, nella letteratura latinoamericana si ricorre spesso a una mescolanza di realismo, elementi fantastici, citazioni letterarie e cinematografiche?
Perché il nostro è un continente profondamente meticcio. Quando io mi metto a scrivere visualizzo di fronte a me un quadro fatto dagli indigeni Coras, ma al lato vedo una foto di Stan Laurel e Oliver Hardy, e accanto trovo i libri di William Faulkner, e ancora più in là tutti i fogli che mi sono stati inviati da parte degli universitari messicani, e poi c'è una foto di Italo Calvino e la serie dei suoi libri fantastici come "Il barone rampante"... Per me tutto questo non è materiale "diverso", anzi è estremamente coerente, è una composizione unica. Una cosa non esclude l'altra, proprio come i nostri tacos e le vostre lasagne. L'eclettismo latinoamericano è naturale perché il nostro continente compie un continuo processo di sintesi. Il particolare messicano, poi, è estremamente universale. Facciamo l'esempio di Città del Messico: è contemporaneamente la capitale del mondo civile e quella del Terzo Mondo, ci sono più università che a New York ma anche più aborti che a Londra, più night-club che a Parigi ma anche più poveri che a Nuova Delhi.
Daniel Chavarria la sta accompagnando lungo questo tour promozionale. Cosa vi lega?
Mi piace dire che siamo "soci". È un termine cubano che vuol dire "compagni nel delitto". In questo caso, è chiaro, si tratta di un delitto letterario. Siamo i promotori di una nuova letteratura che si basa sul recupero dell'idea che il romanzo debba essere soprattutto azione e avventura.
Sta già lavorando a qualcosa di nuovo?
Certo! Non c'è stato un giorno della mia vita, negli ultimi trent'anni, in cui non ho scritto qualcosa. Ho iniziato sette romanzi, ma solo uno è in fase abbastanza avanzata da poter dire che lo porterò a compimento. È una storia in cui si mescolano elementi polizieschi, spionistici, storici ed esoterici, ambientata negli anni '40 nel Golfo del Messico.
Angelo Surrusca 25 maggio 2000