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DA NEW YORK A BEOGRAD. INTERVISTA A DAMIR IVIC
Il curatore dell'introduzione a Beograd Bboyz ci parla di hip-hop, Belgrado, cultura giovanile e globalizzazione
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Logo di AL trucco! DAMIR IVIC, COLLABORATORE DI KATAWEB E REDATTORE DI AL (www.alhiphop.it), la più importante rivista che si occupa di musica hip-hop in Italia, ha curato l’introduzione al romanzo di MDJ+ Beograd BBoyz.

Nell’introduzione scrivi che l’hip-hop è una forma culturale viva e per questo si può “vivere hip-hop”. Questa musica è nata a New York ormai trent’anni fa, quando i protagonisti di Beograd BBoyz (come molti degli appassionati italiani) non erano nemmeno nati. Come spieghi tutto questo?
   A qualcuno potrà sembrare un caso di colonizzazione culturale. Io rispondo che ha sì ragione, ma nel momento in cui lo dice deve considerarne anche gli aspetti positivi. L’hip-hop è una cultura molto americana, che però ha regalato passioni ed entusiasmi anche a ragazzi italiani. Anzi, li ha spinti pure ad entrare meglio in contatto con culture e ambienti diversissimi dai loro. L’hip-hop al tempo stesso, essendo costitutivamente molto attento al concetto e alla pratica di “comunità”, ha una forte spinta al localismo, al “qui e ora”: il proprio quartiere, i propri amici, i propri stili e modi di esprimersi... Ho intitolato l’introduzione “Le molte vie della globalizzazione” proprio per questo motivo: l’hip-hop ha in sé i germi di ciò che ha portato la cultura americana a essere dominante nel mondo, soprattutto a livello di immaginari. Ma esiste un doppio binario anche per la globalizzazione: la sua spinta ad abbattere distanze, trovare piattaforme comuni è indubbiamente meritoria. Può sorprendere che ragazzi serbi amino una cultura così profondamente americana, quando l’America dovrebbe essere il loro peggior nemico. Ma qui politica e cultura si separano, questo è secondo me un esempio di “globalizzazione sana”. Il concetto fondamentale è che l’hip-hop è una di quelle culture che creano uniformità e omologazione proprio per fuggirne, partendo da una distinzione. Una risposta pre-moderna che, messa nella contemporaneità (e l’hip-hop è per eccellenza contemporaneo), diventa paradigmaticamente post-moderna.

Infatti, in Beograd BBoyz i protagonisti sono ragazzi serbi che però odiano Milosevic, e sono anche amanti dell’hip-hop che però odiano gli americani. Credi che possa essere un ritratto più o meno fedele di come è stata vissuta tutta la guerra dalle generazioni più giovani?
   Beh, se togli alcuni aspetti necessari alla fiction letteraria, direi di sì. Penso che abbia reso bene l’incredulità di fondo dei giovani serbi rispetto a questa guerra voluta da “grandi senza volto” o con un volto che per loro non è ormai più di tanto significativo. Pensa solo al pezzo dove Lost salva Laila e quelli dell’ambulanza si incazzano perché ha soccorso una ragazza albanese. Lui non ci aveva nemmeno pensato, nemmeno se ne era accorto. Per lui era solo una ragazza che aveva bisogno d’aiuto.

Data la tua esperienza di prima mano volevo chiederti com’è oggi la scena hip-hop di Belgrado.
   Non è poi così diversa da quella descritta da MDJ+, con la differenza che hanno meno dischi, vestiti, bombolette… Assomiglia molto a quella italiana di adesso (quella non legata ai centri sociali e a implicazioni politiche). L’impostazione di base è la stessa, come modo di fare, pensare, esprimersi... come stile di vita, insomma. L’hip-hop è sempre hip-hop, di nuovo: a Brooklyn, a Milano, a Belgrado.

Enzo Baruffaldi  30-01-2001

trucco! La recensione di Beograd Bboyz

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