DICIAMO LA VERITÀ: IL PANORAMA DELLA LETTERATURA ITALIANA NON È NÉ RICCO NÉ CONFORTANTE.
Tanto più piacere proviamo quando leggiamo un libro come “L’ultimo dei Vostiachi” di Diego Marani. Di lui abbiamo letto, due anni fa, “Nuova grammatica finlandese”, eccellente.
Un personaggio singolare, Diego Marani. Nato a Ferrara nel 1959, pubblica settimanalmente su un giornale svizzero un articolo in una lingua di sua invenzione, l’Europanto. E in entrambi i suoi romanzi si riflette questo suo interesse particolare verso la lingua come mezzo non solo di espressione.
Il protagonista de “L’ultimo dei Vostiachi” si chiama Ivan. Era stato internato in un Gulag siberiano con suo padre per caccia di frodo, poi il padre era morto in un tentativo di fuga. Ivan non aveva più parlato da allora. Nessuno sapeva più chi fosse. Si ritrova libero dopo vent’anni, in un mondo che gli è estraneo. Quando arriva in un villaggio, nessuno lo capisce. Olga, una studiosa di dialetti scomparsi si interessa di lui, conquista la sua fiducia, registra le sue parole.
Ivan è l’ultimo sopravvissuto di una tribù scomparsa, l’ultimo depositario di un suono gutturale, la laterale fricativa con appendice labiovelare. Olga lo convince ad andare con lei a Helsinki, dove intende farlo partecipare ad un congresso linguistico. E a questo punto si innesta la trama più leggera, tinta di giallo. Perché il professore finlandese Aurtova non vuole assolutamente rendere nota la scoperta di Olga, in quanto convaliderebbe la tesi di un legame tra le popolazioni uraltiche e i selvaggi d’America. E lui è un purista della razza e della lingua. I popoli che scompaiono e le lingue che muoiono sono solo a vantaggio di quelli che si impongono come i più forti. E’ necessario eliminare Olga, Ivan e i nastri registrati.
Un libro di forti contrasti e con una tematica affascinante. Da una parte le sterminate distese nordiche, i boschi scuri, gli animali selvaggi, Ivan che parla con i lupi e suona un tamburo fatto di pelli. Dall’altra Helsinki, irta di case, fitta di luci abbaglianti nei riflessi del ghiaccio, il cane disgustoso di Aurtova che assomiglia stranamente al suo padrone. Ivan dai sentimenti genuini, che non riesca a dominare una passione che non conosce, quando vede una donna nuda. Il subdolo Aurtova, gran seduttore che usa le donne. Entrambi uccidono una donna, ma con motivazioni diverse e con una diversa considerazione della morte: uno getta via i cadaveri come immondizia, l’altro costruisce un rozzo altare.
E il linguaggio: all’alba dei tempi, di quanto si differenziavano i suoni che uscivano dalla bocca degli uomini da quelli degli animali? perché alcuni suoni sono scomparsi? Quali affinità c’erano tra i popoli, prima delle grandi migrazioni e della separazione dei continenti? Sono necessarie le parole per comunicare? No, in definitiva, se Ivan trova il suo spazio in questo mondo, in un pendolarismo musicale.
Alcune scene grandiose, come Ivan che guida la sua slitta con le renne sul mare che ha ghiacciato in una notte, in “quella” notte di gelo dell’anima e di terrore di solitudine, o l’evasione degli animali dallo zoo – frastornati dalla città, proprio come Ivan – sono straordinarie e indimenticabili. Anche il libro lo è.
Diego Marani, L’ultimo dei Vostiachi, Ed. Bompiani, pp.184, Euro 13,00
Marilia Piccone 07-06-2002