COSA SUCCEDE SE UN EX COPYWRITER CON VELLEITÀ ARTISTICHE DECIDE DI SCRIVERE UN ROMANZO A METÀ STRADA TRA IL CALORE PARTENOPEO E LA NARRATIVA CONTEMPORANEA AMERICANA? SCRIVE "I LIMONI SONO FINITI", NATURALMENTE.
Cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? Non chiedetelo a me, per favore. La storia è quella dell'amore tra Marisella e Bruno. Prima, la scelta di una vita bohémienne con il teatro di strada a Napoli. Poi, Bruno l'apostata finisce a fare il pubblicitario a Milano. Come prevedibile, la storia con Marisella, che proprio non riesce ad accettare i ritmi da milanese, va a rotoli. Marisella torna mogia mogia a Napoli e si mantiene dando noiose ripetizioni di greco. Le due colombelle però si rincorrono ancora nei sogni e nei ricordi: evidentemente, nonostante le distanze geografiche e sociali, il loro cuore batte ancora allo stesso ritmo…
Oltre all'ovvietà di alcune dicotomie (arte/pubblictà, Napoli/Milano), a colpire (come una mazzata) è l'alta concentrazione di sperimentazioni linguistiche. I virtuosismi di cui è infarcito il romanzo rendono ben difficile seguire la trama e solo i più coraggiosi arriveranno all'ultima pagina (che peraltro è quasi uguale alla prima: avete voluto il postmoderno…). Ripetizioni, rime, parallelismi, strutture oniriche, pleonasmi come se piovessero, ritmi sincopati, slogan pubblicitari e vocazioni poetiche: qui si rischia veramente l'overdose o, come dice David Forster Wallace, l'effetto "guarda, mamma, senza mani!".
Forse è un capolavoro, probabilmente soltanto un esercizio di stile fine a sé stesso. Sospendiamo il giudizio, mentre per il momento la definizione più azzeccata sembra essere proprio il titolo della collana in cui la casa editrice Pangea ha inserito il romanzo: Non Classificati.
Venceslao Cembalo, I limoni sono finiti, Edizioni Pangea, pp.121, Euro 10.00
Simone Spallanzani 08-12-2002