ALFREDO BRYCE ECHENIQUE, PERUVIANO DI NASCITA MA DA SEMPRE ABITUATO a vivere in Europa (la sua biografia ci racconta che risiede a Madrid, è stato docente di letteratura latinoamericana a Parigi ed attualmente lo è a Montpellier), prova a raccontare la capitale di Francia. E lo fa in modo particolare, con una “Guida” che guida non è.
La raccolta di racconti che compongono la “Guida triste di Parigi” è infatti una mappa, sì, ma non della Ville Lumière, bensì del carattere peruviano, del suo modo di essere ed apparire, del contrasto che lo oppone all’Europeo medio. Echenique è poco interessato, nelle sue quattordici storie, alle strade di Parigi, all’aria speciale che soffia dalla Senna, alla magia degli scorci. No, Parigi è solo un palcoscenico per raccontarci della triste vita degli emigrati da Lima, sbattuti dalle correnti della vita sotto la Tour Eiffel, a sopravvivere cercando di inserirsi in un clima e un terreno che non sono quelli della nascita, ad altitudini non conosciute.
Non ci sono gli eroi festaioli di Scott Fitzgerald, in queste pagine, né i bistrot della “Festa mobile” di Hemingway, che hanno reso unico il sogno di Parigi. Il sogno di Echenique è balbettato, come i tentativi dei peruviani di parlare in francese; i personaggi pateticamente tentano di essere Qualcuno, ovviamente senza risultati.
Le storie, come suggerisce il titolo della raccolta, sono inevitabilmente tristi, ma Echenique, con il suo linguaggio aperto e prolisso, contaminato dagli idiomi e dei neologismi, con pochi limiti e confini, ci fa sorridere delle sventure, disegna personaggi da comiche che sul palcoscenico sacro di Parigi scivolano e cadono sognando un altrove. Il latin lover che non riesce a conquistare nessuna, o l’aspirante scrittore che non sa decidersi tra un vecchio gatto e la moglie sono piccoli, sfortunati Charlot dagli spigoli andini, sprofondati in una confusa, nebulosa immagine nuova di Parigi.
Alfredo Bryce Echenique, Guida triste di Parigi, Guanda editore, 205 pagine, 13 euro
Davide Berselli 24-02-2003