ULTIMO GRANDE CANTASTORIE DELL’OCCIDENTE, O SCRITTORE DA BANCARELLA, DIVORATO da generazioni che non ne vogliono più sapere del buon Dickens e del vecchio Hugo? Nella sua analisi sull’opera di Stephen King, “La casa sull’albero”, Antonio Faeti si schiera decisamente per la prima ipotesi, evitando gli esorcismi di quanti s’accaniscono ancora contro la superficie dei testi dell’autore americano e li classificano unicamente come letteratura di consumo.
Soffermandosi su alcune correnti tematiche in particolare, Faeti scopre nell’opera kingiana una perfetta chiave di lettura che si presta a un duplice scopo: decifrare da un lato i sedimenti più nascosti della memoria statunitense, le mille angosce ben chiuse nella profondità dell’immaginario collettivo (che è in parte anche europeo), e dall’altro lato ritrovare in quel mondo dei bambini che King da sempre predilige per i suoi racconti, l’archetipo del Puer Aeternus.
King sa che le vere, terribili, fascinose storie non accadono nell’Altrove, ma nel Qui. L’orrore, l’angoscia, l’angoscia, il sospetto, la paura sono parte di questo mondo, del nostro mondo; ritrovano subito in fondo alla strada, dietro l’armadio, oltre il giardinetto fin troppo curato dei vicini. Calate in un secolo, il Novecento, che ha prodotto moltissimi orrori, queste storie ne riprendono la logica, e il male appare quindi impregnare ogni tassello della normalità e del quotidiano. Non sono forse da sempre da sempre le tranquille cittadine del Maine le ambientazioni preferite da King ? E i più grandi serial-killer del secolo non erano spesso tranquilli e insospettabili cittadini e vicini di casa?
L’America di cui si nutre Stephen King è un’America amara, in cui paradiso e inferno abitano lo stesso condominio, e che ha smesso da sempre di essere la terra dei sogni. Pur così americani nella loro essenza, i suoi romanzi, però, si rivolgono e arrivano a tutti senza eccezioni. Henry Cartier-Bresson diceva che bisogna avere radici, per essere universali. King lo è, interamente figlio del Nuovo Mondo, ma anche debitore verso i grandi maestri della tradizione europea, Dickens, Balzac, Kafka, per fare solo alcuni nomi.
Un altro punto che Faeti illumina, è la capacità di King di penetrare lo sguardo del bambino, dell’adolescente, sguardi in grado di vedere dietro l’angolo della strada, là dove ormai gli adulti non percepiscono più nulla. Ma attenzione, anche qui King non scade in clicchè, quello infantile non è uno sguardo tanto acuto perché fresco, incorrotto e aurorale, anzi spesso il bambino riesce a vedere il mostro perché come lui è testimone e parte di un altro esistere, fuori dalla portata dell’occhio adulto. I bambini, in King, possono così diventare annunciatori, decifratori, perfino condottieri e redentori, non perché il loro universo è intatto e asessuato, ma perché è al contrario capace d’amore, desiderio e va oltre i divieti censori degli adulti.
Luogo mitico d’incontro per questi bambini diventa la casa sull’albero. In questo spazio, lontano sia fisicamente che spiritualmente dal resto del mondo, si possono raccontare e ascoltare nuove storie. Possiamo immaginare che King sia stato e sia tuttora un grande frequentatore di case sull’albero e che da qui abbia tratto molto per i suoi racconti.
Faeti comunque non si ferma qui, e vede nell’opera kingiana anche una valenza sociologica. Sostiene con fermezza che gli storici dell’infanzia guarderanno nel futuro, allo scrittore americano per indagare le generazioni passate. “La casa sull’albero” è dunque uno studio rivolto non solo agli amanti di Stephen King, ma è anche un occasione per educatori e genitori per decifrare da un lato il mistero che sta dietro a uno dei secoli più tormentati e dall’altro lato, il mistero dell’universo infantile-adolescenziale.
Antonio Faeti, “La casa sull’albero”, Einaudi Ragazzi, 253 pagine, 10 euro
Diletta Pavesi 15-12-2002