FINE SETTEMBRE 1991, JUGOSLAVIA. SIAMO IN UN CONDOMINIO DI POLA, FUORI C'È LA guerra. Nell’aria si respira ancora l’atmosfera della vecchia e gloriosa nazione di Tito, patria di tradizioni in cui si spara dal balcone per festeggiare la nascita di un figlio maschio, anche quando fuori si muore, anche quando ciò significa mettere a repentaglio la propria vita. “Siamo uomini, semplicemente uomini”, ed alla fine è solo questo che conta. E quando “questa fase tribale passerà, gli uomini ridiventeranno uomini, a prescindere dalla loro nazionalità”, dice il croato Mario, capitano dell’armata popolare jugoslava che decide di liberarsi della sua divisa per non essere un invasore.
Ora che il nemico comune è venuto a mancare, a fronteggiarsi restano loro, serbi e croati, fratelli di sangue divisi da una bandiera, da un inno, da un poeta, perché “dopo la decima vittima a cui tieni la guerra diventa tua ovunque ti trovi”. Se la regola del gioco è questa, allora Petar, anche lui capitano dell’Apj, sceglie di non giocare. Depone la divisa per rifiutare una guerra che non è sua, ma che è comunque riuscita a dividerlo dalla sua famiglia, lui serbo con una moglie croata fuggita assieme ai suoi figli, figli che prima erano jugoslavi e che ora sono forse serbi come il padre o forse croati come la madre.
Una pièce teatrale in cui l’atmosfera resta soggiogata dall’angosciosa attesa della morte, solo a tratti superata dall’alternarsi in scena di nuovi protagonisti e di nuovi drammi. Un mondo di lacrime, come nella splendida immagine in cui Petar e Mario piangono abbracciati cantando il loro “vecchio” inno, dove tutto trova ragion d’essere in quel tragico epilogo, in quella “liberazione” arrivata solo grazie ad un colpo mortale alla tempia. Una roulette balcanica che non lascia spazio a ripensamenti, perché in questo tragico gioco con la morte non ci si confronta con una rivoltella come in una roulette russa, ma con una pistola in cui ad ogni colpo corrisponde la fine di tutto.
O forse, come per Petar, un nuovo eroico inizio. Tragedia o commedia nera, a seconda di come la si preferisca chiamare, quest’ultima fatica di Drazan Gunjaca, 45enne avvocato col “vizio” della scrittura, è un grido disperato contro la guerra e l’odio razziale. Temi di grande attualità, che l’autore fa e sente suoi riuscendo a trascinare con sé il lettore in un viaggio appassionato all’interno del mondo privato di due uomini come tanti. Ma che a differenza di tanti si trovano nel posto giusto al momento sbagliato, cittadini di una “polveriera” chiamata Balcani, dove la miccia per un nuovo conflitto è sempre sul punto di accendersi.
Un dramma che è anche un insegnamento per chi la guerra non l’ha vissuta che di riflesso. E per chi pensa che nella guerra vi sia anche qualcosa di buono. Un libro scritto bene, intelligente, che trasuda pace, e che solo per questo varrebbe la pena di leggere.
Drazan Gunjaca, Roulette balcanica, Fara Editore, €. 7,00 pp. 80
Francesca Pedinelli 12-03-2003