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"OGGI HO ESPLORATO IL VASTO CAMPO DEL SAPERE/ E I POCHI GRANDI HO TROVATO./ MA dove sono gli altri, che al loro fianco han operato?/....Perché, o Storia, solo una parte riveli?", sono i versi in apertura del romanzo dell'islandese Einar Már Gudmundsson, la saga della sua famiglia dall'ultimo decennio del secolo XIX fino agli anni trenta, tante storie che seguono delle tracce leggere, perchè le orme dei piccoli che vivono a fianco dei grandi ricordati dalla Storia sono come orme nel cielo, che non lasciano impronta. Un paese, l'Islanda, di cui sappiamo poco; lo immaginiamo freddo e inospitale, chissà, forse ci raggela il significato stesso del nome, "Terra del ghiaccio". Un paese poverissimo, quello che si rivela nel libro di Gudmundsson alla fine dell'800, dove scarseggia la terra da coltivare e la gente vive sul mare e del mare. Ed erano tante le famiglie così povere da non poter dar da mangiare ai figli e da essere costrette a darli via, in affidamento. Era successo così alla nonna del narratore, nonna Gudny, che aveva avuto dieci figli e aveva retto al dolore di vederseli portar via solo peerchè èensava che le vie del Signore sono infinite. Il nonno Olafur era un ottimo pescatore, uno di quelli a cui bastava ascoltare il vento per sapere come erano le onde, ma beveva. Quando aveva bevuto non ricordava nemmeno il suo nome e picchiava la nonna. Nonno Olafur era morto di tubercolosi, cieco, prima di compiere 50 anni. Il narratore si destreggia abilmente tra i dieci nomi di zii e zie, quelli di nonni e bisnonni, in un paese in cui non si usa il cognome ma il patronimico, in storie che zigzagano avanti e indietro in un tempo che sembra non avere dimensione, "e così passarono i giorni. Così passarono le notti". E così ritroviamo il gigantesco zio Ragnar, dato in affido quando aveva 10 anni, a combattere nella guerra civile spagnola insieme a Olli, pugile e comunista, che, al ritorno dalla Spagna, scopre che la moglie lo ha lasciato e va a vivere dentro una cassa da trasporto per pianoforte, e Halli che vivrà sempre con la madre e Sigrun, data in affido piccolissima, che va a servizio in una famiglia. E l'amico del nonno che è morto in mare e Grimur che fonda una scuola di boxe per mettere k.o. il capitalismo, e altri ancora. Uno sguardo attento, quello del narratore, che strizza l'occhio con affetto, complicità e interesse quando osserva che nella sua famiglia regnavano due entità superiori, Dio e Stalin, e che Stalin era meglio del nonno in quanto non beveva, o almeno non beveva in casa. Il comunismo e la religione, le uniche speranze dei poveri. Personaggi imperfetti perchè umani, capaci di grandiosità e di bassezze, le stesse che si trovano nella vita che è poi come la natura dell'isola, fatta di "lunghi inverni, lunghe notti. Giorni luminosi e giorni oscuri. Pianti e risa." Storie di un mondo scomparso, raccontate in tono tra il realistico e il mitico, come è giusto che sia per le leggende famigliari che si tramandano oralmente.
Einar Mar Gudmundsson, Orme nel cielo, Ed. Iperborea, trad.Fulvio Ferrari, pagg.264, Euro 14,00
Marilia Piccone 02-06-2003
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- Settimana islandese a Milano
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