"CHI SALVA UNA VITA SALVA IL MONDO INTERO", DICE IL TALMUD. E QUESTO È IL CONCETTO seguito per eleggere gli "uomini giusti" nel memoriale di Yad Vashem in Israele che, dagli Anni Sessanta, raccoglie le testimonianze intorno a chi ha salvato delle vite durante la Shoah. Il giusto è un uomo comune che, in un momento di pericolo, di fronte al male, compie anche un solo atto giusto in favore anche di una sola persona, mettendo a rischio la propria vita.
Il tenente delle SS Kurt Gerstein non è stato riconosciuto tra i "giusti". Figura ambigua, la sua. Era entrato nelle SS dopo che la cognata era stata uccisa nel 1940 secondo il programma nazista dell' eutanasia. In qualità di ingegnere fu addetto a rifornire i campi di acido prussico per lo sterminio nelle camere a gas. Nei rapporti da lui stesi dopo essersi consegnato agli alleati nel 1945, Gerstein giustifica la sua decisione e il suo ruolo dicendo che voleva essere in grado di testimoniare contro quelle atrocità infami, di sabotarne l'esecuzione per quanto gli era possibile, di allertare le potenze neutrali e il Vaticano.
Nonostante la documentazione effettiva sui suoi sforzi per una richiesta di intervento da parte della Chiesa tedesca, del Papa, della Svezia e degli Stati Uniti, e sulle sue manovre per non consegnare partite di Zyklon B, nel giudizio finale su di lui è prevalso il suo coinvolgimento effettivo con lo sterminio. L'opera di Saul Friedländer vuole essere una riesamina lucida dei dati concernenti Gerstein, dall'ambiente in cui era cresciuto e il suo impegno attivo nella chiesa, alla sua attività di nazista. Oltre al rapporto steso da Gerstein stesso - morto suicida in una cella quando fu chiaro che non sarebbe stato riconosciuto innocente -, ci sono anche lettere da lui scritte, testimonianze che attestano la veridicità del suo impegno.
Friedländer non esprime giudizi. La sua esposizione pacata porta il lettore a considerare come non si possa valutare l'operato di una persona prescindendo dal suo contesto: il Bene che si riesce ad attuare in una democrazia non è lo stesso di quello possibile in un regime totalitario e, se c'è stato un rischio personale che Gerstein ha corso, non è valido anche il semplice tentativo da lui fatto per salvare delle vite per considerarlo un giusto?
Intorno ad un personaggio di cui si è interessato il regista Costa Gavras nel film "Amen", il libro di Friedländer è speculare a quello di Hannah Arendt anche nel titolo: dall'esame della "banalità del male" nel silenzio passivo di chi non vuole sapere a quello dell'"ambiguità del bene", un bene tanto più complesso e più difficile da distinguere perché la sua ambiguità è radicata nella natura e nella fallibilità stessa dell' uomo. Certo è che, se ci fossero stati più Gerstein ad operare dall'interno, forse qualche vita in più poteva essere salvata.
Saul Friedländer, "L' ambiguità del bene", Ed. Bruno Mondadori, pagg. 141, Euro 14,90
Marilia Piccone 20-01-2003